La lezione del voto spagnolo

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L’ingovernabilità dopo il voto spagnolo ci fa pensare che (forse) la proposta di un sistema elettorale uninominale con primarie obbligatorie (quella di Libertates) non sia la soluzione peggiore

L’esito recente delle elezioni spagnole fa venire in mente il cubo di Rubik: per quanto se ne rivoltino i pezzi, della soluzione non si viene a capo, salvo colpi inopinati di fortuna. E la ragione è semplice: nessuno dei quattro partiti ora largamente rappresentati in parlamento – popolari, socialisti, podemos e ciudadanos – ha i numeri per governare; e d’altra parte, per alzare il prezzo della propria collaborazione, ciascuno dichiara preventivamente di non essere facilmente disponibile ad alleanze e compromessi.
Ma questo non è il momento di perdersi nei meandri delle ipotesi e possibili combinazioni; limitiamoci a notare che il sistema spagnolo, fino a poco tempo fa additato da molti in Italia come un invidiabile esempio di metodo elettorale, dimostra invece di avere vistosamente fallito. Perché non si può non considerare un flop il probabile ricorso ad alleanze strumentali – pattuite dopo il voto e alle spalle degli elettori – se non addirittura a nuove elezioni. Tutte queste soluzioni potrebbero realizzarsi soltanto contro la volontà di chi si è espresso nell’urna: nessun cittadino spagnolo avrà modo di riconoscersi in alcuna delle possibili combinazioni di governo all’orizzonte. Il gioco somiglia davvero al cubo di Rubik: popolari più ciudadanos, podemos più socialisti con l’astensione di ciudadanos, tutti contro i popolari, eccetera. L’esito più aberrante sarebbe naturalmente una grande alleanza a tre con l’esclusione dei popolari, classificatisi al primo posto: equivarrebbe ad attribuire la vittoria a una coalizione di sconfitti, una specie di sberleffo rivolto agli elettori.
Un altro aspetto significativo della questione riguarda i commenti degli opinionisti all’indomani del voto in Spagna.
Le reazioni più comuni sono state due. La prima: i risultati segnano la fine del bipartitismo, presto assisteremo alla stessa cosa dappertutto, la gente dimostra di volere tanti partiti, tutti rappresentati da un sistema proporzionale. La seconda: meno male che abbiamo l’Italicum, teniamocelo stretto: grazie al premio di maggioranza assegnato nel secondo turno al primo partito, noi a differenza degli spagnoli non corriamo il rischio dell’ingovernabilità.
Questi due ragionamenti contengono un fondo di verità, ma soltanto se si adotta la filosofia del realismo spicciolo.
Infatti la moltiplicazione dei partiti, di cui in Italia sappiamo purtroppo qualcosa, non è segno di salute democratica, né effetto di un reale pluralismo ideologico dei cittadini. Segna piuttosto la loro distanza dalla politica. E’ questa disaffezione che li spinge, in maniera crescente, a votare i più disparati partiti antisistema, secondo la logica del tanto peggio tanto meglio.
Quanto alle presunte virtù dell’Italicum legate al premio di maggioranza assegnato al vincitore del ballottaggio, qui ci troviamo semplicemente in presenza di un espediente numerico, arbitrario per natura e provvisorio per definizione; così come tutto l’impianto della legge, che premia i candidati nominati dalle segreterie e istituisce un grottesco sistema di ripartizione delle preferenze secondo il sesso. E’ matematico che, quando Renzi cadrà, il suo successore si affretterà a cambiare quanto prima il sistema, per volgerlo a proprio vantaggio.
Qual è dunque la conclusione da trarne? Soltanto un sistema che combini una chiara e stabile scelta di governo da un lato, e un parlamento che sia diretta espressione dei cittadini dall’altro, può essere realmente efficiente e duraturo nel tempo.
Come Libertates chiede da sempre, occorre un sistema presidenziale a elezione diretta, con responsabilità di governo attribuita al Presidente, in grado di assicurare quella certezza e continuità dell’esecutivo oggi assenti in Spagna. Occorre inoltre aprire i partiti ai cittadini, mediante un sistema di primarie obbligatorio per legge che renda realmente democratica la scelta dei candidati. Si devono abolire tutti gli espedienti elettorali, quali sono i premi di maggioranza e le soglie di sbarramento, dal momento che vengono sempre percepiti come ingiusti e liberticidi dai partiti svantaggiati, e in definitiva anche dagli elettori. Si deve arrivare a un sistema uninominale secco, che premi in ogni piccolo collegio solo il primo candidato: infatti in Spagna è stata la possibilità di elezioni plurime in ogni circoscrizione a favorire la proliferazione dei partiti e l’instabilità.
Si deve, quindi, lanciare una piattaforma radicalmente liberale che ponga presidenzialismo e sistema uninominale maggioritario ai primi posti.

Dario Fertilio

Sull'Autore

Dario Fertilio

Dario Fertilio (1949) discende da una famiglia di origine dalmata e vive a Milano. Giornalista e scrittore, presiede l'associazione Libertates che afferma i valori della democrazia liberale e i diritti umani. Estraneo a ogni forma di consorteria intellettuale e di pensiero politicamente corretto, sperimenta diverse forme espressive alternando articoli su vari giornali, narrativa e saggistica. Tra i suoi libri più noti, la raccolta di racconti "La morte rossa", il saggio "Le notizie del diavolo" e il romanzo storico "L'ultima notte dei Fratelli Cervi", vincitore del Premio Acqui Storia 2013. Predilige i temi della ribellione al potere ingiusto, della libertà di amare e comunicare, e il rapporto con il sacro.

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