La genialità di Giulio Andreotti e la mediocrità di Silvio Berlusconi

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“Andreotti è poi uscito assolto da quel processo per mafia, come da quello per l’omicidio Pecorelli, ma si è ben guardato da mettere sotto accusa i Pubblici ministeri Caselli e Lo Forte, come pretendeva di fare quell’irresponsabile narciso di Cossiga”.
Massimo Fini, 7 maggio 2013

Giulio Andreotti e Silvio Berlusconi hanno certamente una caratteristica che li accumuna: ambedue hanno intrattenuto rapporti con Cosa Nostra, e con la stessa area di riferimento della criminalità organizzata nei suoi personaggi principali; il famigerato “principe di Villagrazia” Stefano Bontate è stato l’interlocutore del Cavaliere rendendolo “vittima consapevole” dell’associazione mafiosa dal 1974 ad oggi-fotografia giudiziaria della Suprema Corte di Cassazione-e dunque “incastrato” dentro un sistema di relazioni pericolose da cui non è mai uscito, mentre Andreotti è stato impegnato in una difficilissima interlocuzione, ancorchè penalmente rilevante per i fatti antecedenti alla primavera dell’80, con lo stesso Bontate al fine di salvare la vita del Presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella dall’offensiva omicidiaria di Cosa Nostra.
Resosi conto dell’impossibilità di ottenere un siffatto scopo “dialogando” con la stessa associazione a delinquere di stampo mafioso,-è paradossalmente proprio dalla stessa analisi dei materiali giudiziari che è agevole arrivare a tale conclusione!-Andreotti, uomo di grandissima intelligenza politica, ha accettato di combattere legislativamente Cosa Nostra a rischio della propria incolumità, sua e dei suoi familiari!!!
In questo suo difficilissimo percorso ci è riuscito, con la indubbia capacità di “navigare acrobaticamente” tra l’aver instaurato e interrotto rapporti che in genere uno se li accompagna “vita natural durante” con il mondo della malavita.
Ma santo cielo, perché Travaglio-fondamentalista delle carte giudiziarie-non ce la fa a scrivere questa storica verità processuale consacrata da pronunciamenti definitivi della idolatrata Cassazione?
Al contrario, il Biscione in un surreale meeting organizzato all’Edilnord milanese da Marcello Dell’Utri con il capo del triumvirato di Cosa Nostra siciliana Stefano Bontate e i “soldati” della manovalanza che dovevano strangolare Roberto Calvi ma poi all’ultimo non lo hanno fatto, è stato costretto per evitare chissà quali ricatti sulla Banca Rasini ad assumere Vittorio Mangano come “stalliere” ad Arcore, e a non liberarsi mai più dalle pretese sempre più ingombranti della onorata società.
Una differenza fondamentale, quella tra il Divo e Mackie Messer l’imbroglione.
Forse quella importantissima differenza che sta sotto la superficie del voto sulla decadenza da senatore.
Anche perché dal diverso esito delle suddette relazioni borderline con i gangsters, è dipeso il corso degli accadimenti storico-politici più importanti della storia democratica repubblicana.
Dall’assunzione di Mangano dentro la “botton room” della Fininvest un trentennio di interlocuzioni prima caratterizzate dal vincolo del “pactum sceleris” siglato con Bontate e poi dall’offensiva corleonese di Totò Riina “mediate”, apprezzabilmente protrattesi nel tempo fino alle complicità accertate nella strage di Via D’Amelio: l’anticamera della cosiddetta “discesa in campo”; dalla fallimentare gestione complessa dell’affaire Mattarella è invece gradualmente emersa, anche se non subito, la più efficace e repressiva legislazione anti-mafia realizzando a metà il sogno di Giovanni Falcone.
Si tratta in maniera oggettiva di due risultati diametralmente opposti, ed è incredibile come siano gli stessi giudici a convalidare questa ricostruzione respinta al mittente dalla cortina fumogena di una interessata intellighencia di sinistra da sempre egemone in questo Paese: “Si è in presenza, in buona sostanza, del ricorso a forme di intervento para-legale, che conferisce, a chi sia in possesso dei canali che gli consentano di sperimentarle, un surplus di potere rispetto a chi si attenga rigorosamente ai mezzi legali, surplus di potere che mette in grado di ottenere, talora, risultati, di per sé non necessariamente riprovevoli, anche laddove essi non possano essere raggiunti con metodi ortodossi:una situazione, in altri termini, suscettibile di affascinare qualsiasi uomo di governo.
Tutto ciò l’imputato ha fatto ritenendo di poter controllare a piacimento gli “uomini d’onore”, forte del convincimento che essi fossero individui di non eccelsa levatura, che subivano l’ascendente di un illustre uomo politico ed erano, in definitiva, ispirati da un assoluto rispetto per la istituzione pubblica e per i suoi esponenti, specie per quelli più prestigiosi.

2.4-Le appena rassegnate certezze dell’imputato (Andreotti, ndr) erano fondate su una oggettiva sottovalutazione della pericolosità dei suoi interlocutori, già indotta da una visione riduttiva e, per usare le parole del diario del gen.Dalla Chiesa, folkloristica del fenomeno mafioso, secondo la quale le manifestazioni violente si limitavano, semmai, a qualche regolamento di conti tutto interno alle cosche o alla eliminazione di qualche personaggio esterno ad esse ma contiguo (è appena il caso di rilevare come il tema della sottovalutazione, da parte dell’imputato, del fenomeno mafioso, sia reiteratamente richiamato dalla stessa Difesa, che lo ha dedotto, insieme con la necessità di fronteggiare l’allora dilagante terrorismo, a giustificazione della scarsa incisività della lotta dello Stato alla mafia).
Le certezze dell’imputato si infrangono fra la seconda parte del 1979 e l’inizio del 1980.
Chiamato ad interessarsi della questione Mattarella, l’imputato indica nella mediazione politica la possibile soluzione, che, tuttavia, dopo alcuni mesi, viene del tutto disattesa dai mafiosi, che perpetrano l’assassinio del coraggioso Presidente della Regione.La scelta sanguinaria sgomenta Andreotti, il cui realismo politico (abusando di un luogo comune si potrebbe più propriamente parlare di cinismo) non si spinge certo a contemplare l’omicidio del possibile avversario.

2.5-La drammatica disillusione, l’emozione suscitata dall’estrema gravità del tragico assassinio del Presidente Mattarella, soppresso alla presenza dei familiari, e lo smacco provato nell’aver visto la sua indicazione disattesa spiegano la decisione di “scendere” a Palermo e di incontrare nuovamente gli interlocutori mafiosi per chiedere chiarimenti e non certo per felicitarsi di una soluzione che pure era stata, in definitiva, foriera di rimarchevoli vantaggi per il suo gruppo politico locale e per i suoi amici Salvo.
Si può cautamente ipotizzare che se il Bontate si fosse sottomesso all’autorevole richiamo dell’eminente uomo politico e si fosse in qualche modo giustificato attribuendo la opzione sanguinaria al prevalere di spinte estremistiche di altri suoi sodali (Totò Riina, nda), avrebbe preservato i buoni rapporti con il medesimo…
Ma, evidentemente, i reclami e le critiche di Andreotti sono stati nell’occasione tanto fermi ed insistiti da suscitare l’irritazione e l’ira del capomafia, il quale, abbandonato l’atteggiamento solitamente calmo e compassato, ha reagito alzando la voce e spingendosi perfino a minacciare il suo illustre interlocutore di gravissime conseguenze se fossero state adottate iniziative normative contro la mafia…

2.6-Le inevitabili riflessioni di Andreotti lo rendono conscio dell’inadeguatezza della propria analisi del fenomeno mafioso, rimasta indietro rispetto allo sviluppo ed alla pericolosità ormai assunti dallo stesso (in ciò, in realtà, risiede il peccato di sottovalutazione che, secondo la Difesa, l’imputato avrebbe sempre ammesso).

L’accanimento che, all’esito del maxiprocesso, il Riina ed i suoi mostreranno nei confronti dell’imputato (Andreotti, ndr) e di coloro che-quanto meno un tempo-gli erano stati vicini troverà adeguata spiegazione nel solerte impegno antimafia progressivamente manifestato da Andreotti, estrinsecatosi anche in, particolarmente incisivi, provvedimenti adottati dagli ultimi Governi da lui guidati (impegno che, per quanto assuma, con riferimento all’azione di sostegno al buon esito del maxiprocesso, carattere quanto mai peculiare, non caratterizza esclusivamente la figura del medesimo), ma anche nelle deluse aspettative-magari fino ad un certo punto strumentalmente alimentate da chi aveva interesse a mantenerle vive-che i pregressi, risalenti atteggiamenti dell’uomo politico avevano ingenerato nei mafiosi”.

Non resta che aggiungere l’ottimo ritratto di Filippo Ceccarelli nell’editoriale del 27 novembre 2013 “Ascesa e caduta dell’ex unto del Signore”: ”A chi crede che davvero Berlusconi sia rimasto vittima di una persecuzione per via della discesa in campo si consiglia vivamente la lettura di un libro di Michele De Lucia, Al di sotto di ogni sospetto, (Kaos), da domani in libreria, che con scrupolo a tratti persino pedante documenta come tale “persecuzione” sia cominciata, semmai, assai prima…
Non si ha idea, né forse più memoria, di che tipetto fosse Berlusconi prima di farsi statista e di essere poi condannato e infine decaduto.
Vedi l’interesse che già alla metà degli anni 70 suscita in Mino Pecorelli…; e sempre per i soldi, tanti soldi, troppi soldi, aguzza la fantasia, sfida il buonsenso, inventa l’inverosimile, insedia la tv commerciale, conquista l’immaginario, alimenta i consumi, ma intanto arruola prestanomi, traffica col parastato, fa affari con gente poco raccomandabile dalla Sicilia alla Sardegna (vedi Flavio Carboni, nda), s’impossessa della Mondadori corrompendo giudici a destra e a manca”.
Conclusione di Ceccarelli: “Ma il dubbio resta: poteva un personaggio con tale grazioso passato e quell’arma da fuoco-era, è vero, il tempo dei sequestri-comunque finire in un modo diverso da come è finito ieri? (sfiducia parlamentare e arresti ai servizi sociali, nda) “.
Mentre di contro il Divo Giulio uscì con straordinaria dignità politica dal golpe di Capaci diretto a bruciarne la corsa al Quirinale come testimonia peraltro l’ex pm del maxiprocesso Giuseppe Ayala.
C’è una bella differenza.

Alexander Bush

Sull'Autore

Alexander Bush

Alexander Bush, classe ' 88, nutre da sempre una passione per la politica e la macroeconomia legata al giornalismo d'inchiesta. Ha realizzato diversi documentari presentati a Palazzo Cusani, tra questi "Lo psico-reato di Keynes", "Monte Draghi di Siena" e "L'utilizzatore finale del Ponte dei Frati Neri", riscuotendo grande interesse di pubblico. Si definisce un liberale arrabbiato e appassionato in economia prima ancora che in politica. Due libri al suo attivo: "L'Italia dei complotti 1974-2011" e "Scacco matto a Giulio Andreotti" editi da LibertatesLibri.

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