Keynes, Andreotti, Di Maio: ombre nere sull’Italia


C’è il pericolo di tornare allo Stato autoreferenziale che può spendere quanto vuole, tanto non fallirà mai?

C’è la prospettiva concreta che il Movimento Cinque Stelle, demo-populisticamente rappresentato da un ragazzo di 31 anni fin troppo sveglio quale è Luigi Di Maio, già coautore della prefazione keynesiana al libro di Elio Lannutti “Morte dei Paschi (di Siena, ndr)”, rappresenti l’Italia in seguito alle future elezioni politiche nazionali. Di Maio ha la sua Weltanschauung, ed essa non promette nulla di buono: vuole fare il New Deal di Keynes post-Mario Monti, il vero ago della bilancia nello scenario 2011-2018. Il problema è che uno siffatto scenario – tecnicamente possibile nell’Italia del Gattopardo – espone la nostra Repubblica alla certezza d’una regressione infernale nei momenti più cupi degli Anni di Piombo ante-divorzio Ministero del Tesoro/Banca d’Italia. Precisamente al momento in cui l’eroe borghese Giorgio Ambrosoli veniva assassinato da Cosa Nostra, per essersi dignitosamente opposto al deficit spending “too big to fail”– la spesa pubblica suppostamente troppo grande per fallire – nei confronti del bancarottiere della Banca Privata Italiana Michele Sindona. Ambrosoli veniva ucciso, Andreotti e il Ministero delle Finanze controllavano con la“fantasia roosveltiana al potere” di Riccardo Lombardi la Banca d’Italia, e lo Stato era considerato insolvibile perché autoreferente, indipendente dal Mercato. A costo di spendere 250miliardi di lire prelevati dalla collettività per neutralizzare i procedimenti giudiziari in carico ai falsi “salvatori della lira”; ci mancò poco che non fosse fascistizzata Via Nazionale, con la carcerazione preventiva inaudita dei galantuomini liberisti Paolo Baffi e Mario Sarcinelli che per fortuna – in condizioni di restituita libertà – lavorarono insieme al contributo di Beniamino Andreatta e Ugo La Malfa per realizzare un esperimento unico in tutta Europa: lo sganciamento divorzista della Banca d’Italia dal Ministero del Tesoro. Attenzione: è la cattiva teoria ad essere la rivestitura della cattiva pratica. L’apologia dello Stato imprenditore è la rivestitura dottrinale del crimine organizzato. A pag. 26 del suo libro “L’assurdità dei sacrifici – Elogio della spesa pubblica” Warren Mosler, erede di Keynes e fautore della Modern Money Theory alla quale si ispira il leader Cinque Stelle Luigi Di Maio, auspica che l’Italia torni ad essere quella di Giulio Andreotti e Franco Evangelisti: lo Stato è too big to fail.
Leggere per credere: “Quinto passaggio – Dalla questione della credibilità di uno Stato, alle valutazioni di solvibilità, al rischio e gestione del default. In questo passaggio (della Teoria Generale dell’Occupazione, ndr)… Keynes tocca il punto della tenuta contabile di uno Stato e delle valutazioni che riceve da soggetti terzi. Oggi, in euro zona, la questione della valutazione è presente su tutti i media. Keynes afferma in sostanza che uno Stato con reale capacità di spesa è indipendente dal mercato e può ignorare le valutazioni di qualsiasi agenzia di rating e così afferma anche la MMT. “il fatto che la spesa governativa non sia in nessun caso operativamente vincolata dalle entrate significa che non c’è rischio di insolvenza”. Il virgolettato è tratto dal saggio breve di Warren Mosler, alleato di Thomas Picketty nella lotta alle diseguaglianze sociali. La conclusione che Mosler ne trae è la seguente:“Il caso dell’euro zona è diverso. Qui il rischio di insolvenza è effettivo, perché i finanziamenti pubblici dipendono dai prestiti di soggetti terzi che dovranno essere ripagati e le agenzie di rating valutano la solvibilità degli Stati”. Peccato che Mosler e Di Maio non aggiungano, con la consueta furbizia manipolatoria, che a questo è servito il divorzio tra Banca d’Italia e Politica teorizzato e praticato da Sarcinelli, proprio allo scopo di evitare che uno Stato restasse impunito nel caso della deprecata “finanza creativa” per la quale i soldi pubblici sono infiniti: un concetto assai discutibile. La semplicità con cui Keynes legittimava le “magnifiche sorti e progressive” della spesa pubblica al confronto radiofonico con Stamp, presidente della Bank of England, è ancor oggi disarmante:“Stamp –“Ammesso che si voglia concedere una ragionevole attenzione alle opinioni della gente relativamente al credito pubblico, non è un fatto positivo per il governo, così come per qualsiasi altra autorità, qualora si pensi che esso sia sull’orlo della bancarotta”. Keynes:“Non credo che misure davvero in grado di arricchire il paese possano danneggiare la credibilità pubblica…”. Giorgio Ambrosoli si rivolta nella tomba.

di Alexander Bush

Sull'Autore

Alexander Bush

Alexander Bush, classe ' 88, nutre da sempre una passione per la politica e la macroeconomia legata al giornalismo d'inchiesta. Ha realizzato diversi documentari presentati a Palazzo Cusani, tra questi "Lo psico-reato di Keynes", "Monte Draghi di Siena" e "L'utilizzatore finale del Ponte dei Frati Neri", riscuotendo grande interesse di pubblico. Si definisce un liberale arrabbiato e appassionato in economia prima ancora che in politica. Due libri al suo attivo: "L'Italia dei complotti 1974-2011" e "Scacco matto a Giulio Andreotti" editi da LibertatesLibri.

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