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E-book: "Una rivoluzione inevitabile"
Scritto da Anna Rita Chietera   
Giovedì 07 Gennaio 2010 15:20

Un lettore di E-bookMolte società tecnologiche hanno scommesso sul mercato dei libri on-line, i cosiddetti e-book. Una rivoluzione positiva?
In generale la definirei una rivoluzione inevitabile più che positiva, nel senso che l’accesso alla digitalizzazione dei contenuti è ormai avviato come dimostrano fenomeni come Google Libri. Parliamo di un processo irreversibile. Questo nel medio e lungo periodo porta a delle conseguenze positive, nel senso che una mole maggiore di contenuti risulta disponibile on-line. Nel breve e medio periodo, invece, questa rivoluzione può portare a degli scossoni per l’industria culturale, dal momento che il nodo centrale consiste in una transizione di distribuzione dal cartaceo al digitale, soprattutto sulla base di una nuova catena del valore. Qui ci sono le grosse criticità a oggi.

Lei ha curato l’introduzione al libro “La conoscenza come bene comune” della prima donna vincitrice del Nobel per l’economia, Elinor Ostrom. Il mercato degli e-book renderà la conoscenza universalmente accessibile?
In questo caso, il nodo del problema è stabilire che cosa sia o cosa non sia definibile come bene comune. Nel momento in cui su internet sono disponibili in formato digitale contenuti che sono frutto delle opere dell’ingegno, bisogna stabilire in che modo si possono remunerare questi contenuti. Perché fino a quando si vendeva un libro, si sapeva che una quota percentuale andasse all’editore e una quota percentuale andasse all’autore. Adesso, tendenzialmente, molta di questa conoscenza è libera ed è in rete. È tutto in “open access” e quindi non è più possibile stabilire con altrettanta facilità dove arrivi il compenso vuoi per l’autore, vuoi per l’editore.

La diffusione degli e-book, però, si teme possa scontrarsi con la questione dei diritti d’autore che vanno comunque tutelati…
Il problema è che la diffusione degli e-book andrà inevitabilmente a scontrarsi con la questione dei diritti d’autore. Molti sottovalutano quest’ aspetto, ma in realtà bisognerà sciogliere anche questo nodo. Se nessuno riceverà una remunerazione anche per la conoscenza utile, essa non esisterà più. Per questa ragione, molti di quelli che ragionano sulla questione dei “commons”, risolvono il problema affrontandolo dal punto di vista dei “club free”. Si parla di pagamenti tipo abbonamento, che si orientano in direzione della tassazione dei contenuti, una sorta di tassa sulla conoscenza, perché è chiaro che nella transizione il rischio è quello di non remunerare sensatamente il lavoro di chi contribuisce a produrre la conoscenza, mi riferisco in articolare agli autori.

Il rischio non sarebbe quello di incappare nella “napsterizzazione” dei libri, cioè che si diffonda l’abitudine tra i consumatori di scaricare illegalmente e-book, come è già accaduto per la musica e i film?
Si tratta di un fenomeno ancora in evoluzione, ma è molto probabile che passi la tendenza che ha prevalso per quanto riguarda il discorso della musica, cioè che si passi al piccolo pagamento. Il modello, per intenderci, potrebbe essere quello di iTunes. A quel punto si parlerebbe di costi relativamente bassi. Saremmo sull’ordine dei due- tre euro, rispetto ai quaranta che potevano essere spesi nell’acquisto di un libro.

È anche vero che la pirateria, fuori dalle logiche economiche delle case editrici, andrebbe ad incentivare la diffusione di autori meno sponsorizzati, o esordienti, che diversamente resterebbero confinati nell’anonimato…
Io non parlerei in generale di “pirateria”, nel senso che è molto diverso rubare la copia di un quotidiano da un’edicola, rispetto all’atto di duplicare un file sul proprio computer. Si tratta di due concetti radicalmente diversi. Nel primo caso possiamo parlare di un furto, nel secondo caso no. Non si è sottratto un bene a chi lo ha prodotto; semmai gli si sottrae il diritto di usufrutto. Per questo io non amo parlare di pirateria, ma di una catena del valore che va ripensata e sulla base o del micro pagamento o di tariffe “flat” di pagamento che vedano come protagonisti le scuole o le università, piuttosto che i cittadini sottoforma di una qualche “IVA sulla cultura”, per intenderci.

Intanto è guerra tra le nuove librerie on-line e tra le case produttrici di supporti elettronici per leggere i libri nel nuovo formato. Dato lo straordinario successo degli e-book negli States, dobbiamo abituarci all’idea che nelle biblioteche del futuro i file sostituiranno gli scaffali?
Per quanto riguarda il patrimonio passato si presenta un grosso problema di conservazione che non va sottovalutato. In questo processo di conservazione rientrerà senz’altro quello della loro digitalizzazione. Non a caso la biblioteca Vaticana è stata la prima a digitalizzare il proprio patrimonio bibliotecario e si stanno muovendo in questa direzione anche le biblioteche italiane. Un altro esempio può essere il rapporto della Biblioteca Nazionale di Firenze con Google e la disponibilità da parte di quest’ultimo a digitalizzare il patrimonio della biblioteca e permette l’accesso online ai libri fuori dai diritti d’autore o anche a quelli sotto diritto d’autore i cui editori acconsentono alla fruizione on-line. Quindi, da questo punto di vista, c’è un problema di conservazione rispetto al passato, un problema di digitalizzazione anche in funzione conservativa ed un problema di produzione della nuova conoscenza. Da quest’ultimo punto di vista il problema della digitalizzazione è già in corso nel senso che ormai tutte le riviste scientifiche sono digitali, per esempio. Quindi il libro, già oggi si è trasformato in una sorta di lettura di seconda battuta. Allora, se io voglio approfondire un argomento di cui io non ho alcuna conoscenza, quindi non conosco i riferimenti on line, compro un e-book che mi introduca alla materia e poi vado a cercare in rete le specifiche. È cambiata proprio la modalità di diffusione della conoscenza.


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