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Svoboda! La via della libertà all'Est PDF Stampa E-mail
02/12/2005

ImageSi è svolta a Napoli lo scorso 12 novembre la VII Assemblea Generale dei Comitati per le Libertà sul tema "Svoboda. Dai Gulag alla democrazia. La via della libertà all’Est. Napoli incontra testimoni e protagonisti".


E' stata un'occasione unica per incontrare esponenti di quella parte del mondo che è ancora soggiogato al comunismo (Harry Wu, dalla Cina), che non è ancora riuscito ad uscirne (Valery Bujval dalla Bielorussia), che ne sta uscendo a fatica in seguito ad una rivoluzione (Olena Ponomareva, Ucraina) o che ne è uscito, ma rischia di ripiombarci (Mircea Vasilescu, Romania).

Harry Wu ci ha spiegato bene che la radice della crescita economica cinese di questi ultimi decenni non è affatto il "capitalismo selvaggio", bensì la schiavitù. Harry Wu è letteralmente fuggito dalla Cina nel 1985. Nel 1994 è diventato cittadino americano e dal 1992 presiede la Fondazione Laogai, un'associazione non profit che raccoglie e diffonde documentazione sul sistema concentrazionario cinese. In Italia la Fondazione è coordinata da Toni Brandi, presente a Napoli come interprete e introduttore di Harry Wu. Internato nel Laogai (il Gulag cinese) nel 1960 per aver criticato, in una discussione, l'invasione sovietica dell'Ungheria, vi ha trascorso 19 anni della sua vita. Il termine "Laogai" significa "rieducazione attraverso il lavoro", che nella realtà si traduce in lavoro forzato e lavaggio del cervello ideologico. "Qualsiasi regime totalitario - sostiene Harry Wu - ha bisogno di un vasto sistema di campi per terrorizzare, intimidire e assoggettare i suoi cittadini. In Unione Sovietica si chiamava GuLag, in Cina Laogai, ma è la stessa cosa".

La strada per la libertà è lunga e tortuosa. E a spiegarcelo per primo è chi vive ancora sotto la dittatura, Valery Bujval, leader del movimento di opposizione Fronte Popolare Bielorusso, considerato un dissidente in patria. Bujval spiega chiaramente che la libertà dal post-comunismo vuol dire soprattutto libertà dalla Russia. Perché da quattordici anni l’Urss è collassata, ma chi sostiene il progetto imperiale russo, che mira all'egemonia dentro i vecchi confini sovietici, esiste ancora ed è al potere: "Dal 1994 si è insediato nel nostro Paese il regime di Lukashenko, ma questi è solo un burattino. Il burattinaio si trova a Mosca, dentro le mura del Cremlino. Non dipende tanto da Eltsin, né dal suo successore Putin: la classe dirigente russa continua a tentare di resuscitare l’Impero nelle sue antiche frontiere. Il nostro regime sta cercando di liquidare la nostra lingua e la nostra cultura. La russificazione forzata che stiamo subendo è un tentativo di distruggere l'anima del nostro popolo".

L'Ucraina sta cercando da un anno a questa parte di uscire da questo incubo. La professoressa Ponomareva ci spiega che, dopo la Rivoluzione Arancione, di sicuro si respira un'aria di maggior libertà, esiste una stampa indipendente e critica, ma non è tutto rose e fiori: "A un anno dalla rivoluzione ci ritroviamo in una situazione molto simile a quella che ne precedette lo scoppio. Non è avvenuto un vero ricambio del potere. Sono rimasti sempre gli stessi gruppi politici". La rivoluzione, però, non è stata del tutto tradita: "La delusione è una componente inevitabile di tutte le rivoluzioni. Subito dopo la fase 'calda' della rivoluzione c'è sempre un certo riflusso, ma non si torna mai al punto di prima. Adesso abbiamo libertà di stampa, la politica (anche se non è ancora trasparente) è diventata un qualcosa di dominio pubblico e adesso abbiamo una società civile molto partecipe".

Passando alla Romania, invece, assistiamo ad uno scenario leggermente diverso. Il professor Mircea Vasilescu ci spiega che: "Non abbiamo un regime dittatoriale e repressivo come quello che c’è in Bielorussia, non abbiamo nemmeno avuto la necessità di fare la rivoluzione come in Ucraina, ma da noi il vecchio regime sopravvive in forme meno visibili, più sottili. La lotta per la democrazia e la libertà si è conclusa positivamente all'inizio degli anni '90. La sopravvivenza del regime è assicurata, in qualche modo, dalle persone che lavorano dentro le istituzioni. Anzi: si può dire che i maggiori beneficiari della democrazia sono persone che, fino all'89, lottavano contro la libertà e ci presentavano le democrazie occidentali come il nostro grande nemico, ci insegnavano che il capitalismo era il male assoluto".

Sul fronte italiano, dove si combatte ancora per affermare la causa della libertà, il professor Dario Antiseri ha ripercorso la storia della Repubblica, per individuare un punto di rottura nel cattolicesimo liberale e l’inizio dell'egemonia di sinistra: la lotta fra la sinistra e la destra democristiana nei primi anni '50, conclusasi con la vittoria delle ideologie collettiviste della sinistra. Un'egemonia che prosegue tuttora e che è motivata, non tanto da un clima di repressione culturale, bensì dalla passività e dall’ignavia della cultura liberale, che non si organizza e fa troppo poco per diffondere le proprie idee.

A riprova della barriera culturale esistente anche nel nostro Paese, abbiamo potuto assistere alla proiezione di un film, "Mosca Addio", che è talmente poco diffuso e difficile da trovare da considerarsi un vero e proprio Samizdat: un film del 1987 di Mauro Bolognini, con Liv Ullman, sulla vita della refusenik Ida Nudel. Si tratta di uno dei pochissimi film girati in Europa occidentale incentrati sul sistema repressivo e concentrazionario sovietico.





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