| Ci aspettiamo la "rivoluzione liberale" |
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| Scritto da Luca A. Bocci | |
| 17/04/2008 | |
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Eppure, per la prima volta, il Parlamento italiano è stato depurato dalle estreme e dalla mala pianta dei feudatari della preferenza. Il paese si appresta ad essere guidato da una coalizione di due partiti, con un programma chiaro e moderatamente serio. Macché, nemmeno un pallido barlume di speranza, il cinismo e la disperazione la fanno da padrone. Il fatto è che tutti, italiani compresi, hanno smesso di credere nell’Italia. Nessuno si aspetta più niente se non l’ennesimo disastro. Visto da qui, il futuro dello stivale sembra fosco come le nubi della pianura renana. Per non farsi avvolgere dal clima disfattista, cerchi una prova che la pagina della paralisi e dello scaricabarile è stata davvero voltata, tanto per provare a convincere tutti, te stesso per primo, che un futuro è ancora possibile. Trovi il Cavaliere, sempre più stanca caricatura di sé stesso. "Sono commosso dall’affetto degli italiani". Non ci siamo, magari si sta solo scaldando. "La squadra di governo è già pronta". Già meglio, ci risparmiamo due settimane di totoministri. Frattini agli Esteri, Pisanu agli Interni? Ragionevole. Tremonti all’Economia e Martino alla Difesa? Allora non ci siamo capiti. C’è gente, il sottoscritto per primo, che ancora aspetta quella rivoluzione liberale tanto annunciata e mai realizzata. Tremonti serve come garanzia per la Lega, abbiamo capito, ma cosa c’entra con la mole inaudita di riforme economiche da realizzare? Martino, allievo di Friedman, esimio economista rispettato in tutto il mondo, sarà ancora costretto ad occuparsi di una materia a lui aliena. E invece che di liberalismo, si parlerà di "salvare Malpensa", "mantenere l’italianità di Alitalia", minacciare dazi a Cina ed India pur di salvare le decotte micro-aziende dei tanti distretti in crisi. Tremonti vuol dire questo, se non peggio. Le cose da fare sono ben altre e nessuno ne parla. C’è da stroncare il potere dell’antistorica Triplice, affossare gli ordini professionali, distruggere i monopoli locali nei servizi, polverizzare gli accordi di cartello in banche ed assicurazioni, fare un piano energetico che punti all’autosufficienza entro dieci anni, abrogare le centinaia di migliaia di norme, regolamenti e circolari che aprono le porte all’arbitrio di Stato, quelle cose che consentirebbero al paese di affrontare ad armi pari la sfida del mercato mondiale. Invece si pensa ai nuovi feticci, le "grandi opere" che, da sole, non potranno far altro che foraggiare il circuito parassitario dei lavori pubblici. Continui a leggere, sperando in un guizzo di coraggio, e trovi i nomi di Stefania Prestigiacomo e Mara Carfagna. Stropicci un attimo gli occhi, speri di aver letto male. Invece no, il Cavaliere promette di portare al governo almeno quattro donne e, strizzando l’occhio, dice che saranno "pure belle". Certo, la rivoluzione fatta a colpi di belle gnocche... da non credersi. Il Cavaliere chiude dicendo di voler essere ricordato come uno statista. Non basta, signor Berlusconi. Invece di ospitare tiranni in Sardegna o girare per il mondo pavoneggiandosi tra i (veri) potenti, prenda un aereo, chieda udienza, faccia anticamera se necessario, ma provi a parlare con uno dei pochi statisti rimasti sulla faccia della terra. Se proprio non ci riesce, si legga gli articoli che il Daily Telegraph le sta dedicando in questi giorni. Prenda appunti. Il suo nome è Margaret Thatcher e, volente o nolente, se vorrà davvero cambiare l’Italia, dovrà ripercorrere il suo cammino accidentato. Il tempo delle dilazioni è scaduto, la storia chiama e non ammette ritardi. Dicono che sia una persona che eccelle nelle difficoltà. Bene, perché se vorrà davvero rimettere in sesto questo paese disastrato ne troverà in abbondanza. Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti. |






Le elezioni politiche sono arrivate e, con lo stesso passo felpato, se ne sono andate. Lo spoglio delle schede non ha portato colpi di scena o strascichi polemici. Vince il Cavaliere, nessun dubbio, solo l’inutile rito delle consultazioni e via con il nuovo governo. Anche il tono delle discussioni post-voto lascia insoddisfatti: nessuno che si lacera le vesti o grida la fine del mondo prossima ventura. Tutto molto, troppo normale, quindi inusuale in un paese strampalato come l’Italia. Sarà che queste elezioni le ho seguite dalla satolla città stesa sotto la Banca Centrale Europea, ma c’è qualcosa che non quadra. Qui l’evento è stato al massimo una nota a margine, con gli stranieri a chiedere come fosse possibile che un individuo "tanto detestabile" possa vincere le elezioni e gli italiani a fare spallucce, ben lieti di essere dall’altra parte delle Alpi. Telefoni a casa ed è tutto un "tanto non cambia niente", intramezzato dal bollettino dell’emigrazione, con altri amici che fanno la valigia e tolgono il disturbo.