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L'azzardo centrista dei Repubblicani PDF Stampa E-mail
Scritto da Luca A. Bocci   
08/02/2008

ImageAlla fine il "vero conservatore" Mitt Romney ha deciso di gettare la spugna e lasciare in pratica campo libero alla "testa calda" McCain, che si ritrova la strada spianata verso la nomination repubblicana. Gioco, partita, incontro... almeno questo vorrebbe farci credere l’interpretazione semplicistica dei media di mezzo mondo, incapaci di distogliere lo sguardo dal "grande scontro ideale" tra Hillary Rodham Clinton e Barack Obama. Inutile dirlo, le cose sono leggermente più complicate e, dietro alla mossa a sorpresa dell’ex governatore del Massachussets, si nasconde un azzardo politico, tanto coraggioso quanto astuto, messo in campo da quel non meglio identificato establishment repubblicano che, ieri come oggi, guida con mano ferma la politica del partito. Una scelta così ardita va contro a quel "consensus" molto partigiano e pochissimo obiettivo che aveva dipinto il GOP come una formazione divisa, scoraggiata e pronta ad alzare bandiera bianca di fronte all’inarrestabile avanzata dell’inarrestabile armata democratica. Fin qui nessuna sorpresa; se vi è una sola certezza nella politica USA è che i media mainstream sono da anni totalmente incapaci di superare la faziosità ed analizzare spassionatamente cosa si muove nel mondo conservatore. La cosa interessante sarà invece capire le ragioni alla base di questa scelta e le sue possibilità di successo.

PUNTARE TUTTO SUL CONGRESSO
Se la gara per la presidenza è quella che attrae più attenzioni mediatiche, i partiti di oltreoceano non dimenticano mai che lo stesso giorno si rinnova un terzo del Senato e la totalità della Camera. Il sistema americano accentra molti poteri nella figura del Presidente, ma il vero potere di influenzare la società, l’economia ed intervenire sulle questioni ideali rimane in gran parte riservato al Congresso. Il partito centrale deve pensare ad entrambe le cose e preparare con attenzione ogni singola sfida, cercando di realizzare un disegno strategico. Inoltre, se nella gara alla presidenza ci sono molti fattori personali che possono influenzare il risultato finale, le singole battaglie locali rimangono una questione di organizzazione, coordinamento e soprattutto finanze. Proprio questo tasto ha fatto scattare i campanelli d’allarme nel quartier generale repubblicano (RNC). Il partito democratico, galvanizzato dalla vittoria del 2006, ha fatto di tutto per costruirsi un cospicuo war chest da distribuire ai candidati più interessanti per il disegno globale del partito. L’RNC, solitamente più organizzato e capace nel corteggiare lobby e gruppi di interesse, ha scoperto con orrore di essere in gravissimo ritardo. Con molti senatori esperti che vanno in pensione ed altrettante battaglie campali da combattere tra facce nuove, la tornata elettorale rischiava di trasformarsi in una Waterloo. Il GOP, che ancora ricorda con orrore i decenni passati alla minoranza nel Congresso, è disposto a tutto pur di evitare un esito del genere, anche a correre qualche rischio in più alle presidenziali. Il problema della tempistica non si è nemmeno posto: il profondo solco che si è aperto nel bel mezzo della dirigenza democratica ha fornito un’occasione imperdibile. Una costosissima gara a due prima della convention sicuramente influirà sulle capacità di raccolta fondi per le elezioni generali, attività che di solito fanno i front-runner una volta ipotecata la nomination. L’RNC ha deciso di porre fine alle primarie repubblicane, buttando la spada sul piatto della bilancia. Mitt Romney, certo che un rifiuto gli sarebbe costato la carriera, ha detto "obbedisco" e si è fatto da parte; Huckabee, che ha dimostrato quanto possa essere influente nel Sud, ha ottenuto quello che voleva, si è messo in pole position per la vicepresidenza e, prima o poi, farà anche lui il bel gesto. La scelta è stata fatta; basta con le liti interne, serrare i ranghi e iniziare da subito a preparare lo scontro di Novembre. Obiettivo dichiarato: riconquistare la maggioranza, specialmente al Senato, cruciale per le nomine dei giudici federali e della Corte Suprema (dove la sostituzione di diversi giudici sulla settantina potrebbe cementare per decenni i rapporti di forza tra conservatori e liberal). Obiettivo realistico: limitare i danni e costruire le basi per la riconquista del Senato nel 2010. Una scelta tipica del modus operandi del GOP, ma che stavolta rischia di andare incontro ad ostacoli inaspettati.

NELLE MANI DI BUFFALO BILL (CLINTON)
Il rischio principale sta nel lasciare spazio per così tanti mesi alla battaglia appassionante tra i due campioni democratici. Senza dibattiti televisivi, dirette sui risultati e settimane di campagna sul territorio, Hillary o Obama potrebbero accumulare troppa visibilità e ridurre il numero degli indecisi, cruciale per la vittoria finale. E qui scatta il primo azzardo dei Repubblicani; sperare in un improbabile salvatore della patria, l’arcinemico Bill Clinton. I vertici del GOP conoscono a menadito il "dinamico duo" di Little Rock e sanno che Bill è un drogato da campagna elettorale, totalmente privo di scrupoli e pronto a tutto per strappare un applauso ad una folla, tanto per tornare a sentirsi vivo. In South Carolina un paio di uscite avventate sono costate alla moglie una sconfitta umiliante e da allora il "first husband" è stato tenuto in panchina. L’RNC sa però che, di fronte all’impressionante abilità di Obama nel raccogliere fondi, Hillary non potrà permettersi a lungo di tenere il suo migliore fundraiser lontano dalle telecamere. Se poi le cose volgessero al peggio, i Clinton certo non risparmierebbero colpi bassi nell’interesse generale. Le chiacchiere sono chiacchiere, le buone intenzioni sono encomiabili, ma quando si tratta di vincere, Hill e Bill non guardano in faccia a nessuno. D’altro canto la senatrice di New York sa di non avere altre possibilità: alla sua età può permettersi solo un tentativo per arrivare alla Casa Bianca. Da quando è stata eletta non ha fatto altro che rendersi più presentabile, muoversi verso il centro e rafforzare le sue credenziali come potenziale Commander-in-Chief ma, di fronte ad un avversario carismatico e dotato di un appoggio quasi incondizionato da media ed intellighenzia, non potrà permettersi di lasciare la sinistra nelle mani di Obama. L’RNC conta proprio su questo e sta preparando i taccuini. Ogni frase equivoca, ogni promessa da marinaio lanciata all’ala radicale sarà adeguatamente usata sia per aprire i portafogli dei donatori sia per fornire munizioni ai candidati in difficoltà. Se poi Slick Bill ne facesse qualcuna delle sue, il gioco sarebbe praticamente fatto.

UNA VERA RIVOLUZIONE COPERNICANA
Le due vittorie di George Walker Bush avevano un comune denominatore: l’attenzione costante riservata alle tre gambe del potere repubblicano, ovvero la base, la Right Nation e le lobbies industriali. Negli ultimi 50 anni, quando una di queste componenti è mancata, sono stati guai per il candidato repubblicano. Secondo gran parte degli analisti, la chiave per le vittorie del 2000 e del 2004 è stata la straordinaria mobilitazione della base evangelica e conservatrice che ha garantito a Bush vittorie in quegli swing states che i democratici consideravano intoccabili (Kerry ricorderà sempre la fatale debacle nell’Ohio, dove un vantaggio di molti punti evaporò all’election day grazie allo straordinario impegno delle chiese locali). Lo stratega di Bush, Karl Rove, è da sempre un fautore della politica grassroots, fatta casa per casa, con poche risorse, organizzazione ferrea e milioni di anonimi volontari. Per raggiungere questo obiettivo, aveva costruito una piattaforma piena di parole chiave fatte apposta per entusiasmare la base, mentre riservava questioni più sostanziose come educazione e sanità per gli indipendenti centristi. Stavolta il partito è stato costretto a mettere da parte questa strategia e prendersi un enorme rischio.

Appoggiare un candidato visto come il fumo negli occhi dai conservatori duri e puri (che costituiscono la maggior parte dell’invisibile esercito di volontari) rischia di alienare una volta per tutte ampie fasce dell’universo evangelico e della destra tradizionalista. Se McCain potrebbe ovviare a questo problema caricando a bordo un oratore nato e cresciuto sui pulpiti della Bible Belt come Huckabee, in molte gare locali la scelta della destra religiosa di rimanere a casa potrebbe rivelarsi catastrofica. Per non parlare delle tonnellate di ruggine formatasi tra l’RNC e buona parte della Right Nation, la struttura dei media conservatori che aveva funzionato sia da cinghia di trasmissione che da amplificatore nelle scorse campagne elettorali. Le dichiarazioni ad effetto dei giorni scorsi probabilmente non saranno seguite da azioni concrete, ma per i commentatori conservatori, che si sono fatti una posizione sfruttando la loro capacità di parlar chiaro e rifiutare il politichese, adeguarsi alla disciplina di partito potrebbe costare carissimo in termini di audience e potenziale commerciale. Solo il PCUS di Stalin e Berja potrebbe convincere Rush Limbaugh a gettare al vento la carriera per il bene del partito. Una scelta quindi controversa e, a prima vista, addirittura azzardata, ma una analisi attenta della situazione ci fa credere che le mosse dell’RNC siano guidate da un’evoluzione del mondo repubblicano.

La base è bella, colorita, vocale ma allo stesso tempo sempre più intransigente e rinchiusa nei confini di una visione del mondo ideologica e manichea, che vede come eresia ogni deviazione dall’ortodossia. I media conservatori, che non sono pagati dalle tasse dei cittadini ma dagli sponsor dei loro programmi, sono costretti ad inseguire i gusti del pubblico, quando non a superarli in ottusità ed intransigenza. Nel 2006 queste due gambe avevano avuto via libera in campagna elettorale ma non erano riuscite ad altro che a spingere i centristi tra le braccia dei candidati democratici, scelti apposta per intercettare i repubblicani in fuga. Dopo questa catastrofe, l’RNC è stato costretto ad un esame di coscienza e ad un ripensamento della strategia, coinciso con l’allontanamento del guru del grassroots Karl Rove dalla squadra presidenziale. McCain è stato spinto dai media mainstream, gli unici in grado di arrivare agli indipendenti, perchè sembrava il meno repubblicano dei candidati, quello che avrebbe potuto lacerare più profondamente il partito. A questo punto fare un’inversione ad U sarebbe troppo, anche per un universo mediatico che ha da tempo gettato al vento la maschera e non riesce nemmeno più a far finta di essere obiettivo. La battaglia vera, come dimostrato ampiamente dalla quasi umiliante "professione di fede" alla quale è stato costretto il senatore dell’Arizona al CPAC di ieri, sarà quella di ricucire gli strappi all’interno del partito e rinserrare le fila in vista dello scontro finale. Riuscire in un impresa del genere non sarà un compito nè facile nè indolore, ci saranno incidenti di percorso, urla, strepiti e dichiarazioni ad effetto. Per una volta tanto il GOP deve sperare che la narcisistica infatuazione dei media sinistrorsi per lo scontro Hillary-Obama, specchio fatato dove proiettano tutto quello che credono bello e buono a proposito di se stessi, continui ancora a lungo. Anche perché, considerato il carattere di molti protagonisti, non sarà uno spettacolo da educande.

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