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Le primarie del 2008 non finiscono mai di stupire. La notte più importante della campagna elettorale sta finendo e nessuno sembra aver ancora capito come andrà a finire. Nonostante le centinaia di esperti che analizzano ossessivamente ogni dato a loro disposizione, la gara, sia tra i Democratici che nel GOP, continua a rimanere ostinatamente aperta ad ogni risultato. I giornali, che in qualche modo devono comunque creare titoli accattivanti, hanno assegnato la vittoria a John McCain e Hillary Rodham Clinton, ma la vera notizia sta nella inaspettata tenuta degli altri candidati, che tutti in coro hanno ribadito la loro intenzione di andare avanti "fino in fondo". Dal nostro piccolo punto di vista di appassionati della politica vera, niente da eccepire, lo spettacolo sarà ancora più appassionante. Ma la permanenza in campo di così tanti candidati significativi rischia di complicare maledettamente le cose all'interno dei due partiti. NUVOLE NERE PER OBAMA La gara a sinistra, che la stampa mondiale ha trasformato in uno scontro epico tra campioni di purezza e virtù, rischia di diventare una guerra di trincea destinata a protrarsi per chissà quanto tempo. Quello stesso elettorato che è stato definito, non si sa quanto obiettivamente, "elettrizzato come non mai", alla lunga potrebbe stancarsi di questa telenovela politica e molti, specialmente tra i più giovani, potrebbero pensare ad altro (lo spring break, la primavera, i finals all'università...) togliendo ossigeno alla campagna di Barack Obama. Il senatore dell'Illinois fa finta di niente e continua con la retorica del "cambiamento per il cambiamento", eppure le cose non stanno andando secondo i piani. Aver perso in maniera significativa in California, senza essere riuscito a penetrare nel fondamentale elettorato "latino", andato in blocco alla rivale, è una notizia di quelle che tolgono il vento alle vele di qualunque campagna, anche una protetta e coccolata da legioni di giornalisti. Obama vince solo dove la minoranza nera è significativa (Georgia, Alabama), negli stati ultraliberal (Minnesota, Colorado) o in stati che alle elezioni generali andranno quasi sicuramente al GOP (Kansas, North Dakota, Utah, Alaska, Missouri). La "grande speranza" liberal ha però perso nelle grandi casseforti democratiche (New York, California, New Jersey) ma soprattutto in Massachusetts, nonostante l'appoggio della dinastia Kennedy e del buon John Kerry. Altri segnali poco incoraggianti; l'entusiasmo è importante, ma per vincere una guerra di attrizione servono tante munizioni, sia ideali che finanziarie. Non è ancora detta l'ultima parola, ma le cose rischiano di mettersi male, specialmente se la campagna di Hillary, fiutato il sangue, tornerà a colpire duro. NIENTE BACKLASH PER MCCAIN Nel GOP, la presenza del terzo incomodo Mike Huckabee, eclissato più o meno volontariamente dai media, è tornata prepotentemente a farsi sentire ed ora sarà sempre più difficile vendere l'idea di una gara a due tra i repubblicani. Il buon Reverendo, quando si entra nella Bible Belt, diventa un avversario temibile: oltre ad aver fatto quasi cappotto nel Sud, ha perso sul filo di lana il Missouri e l'Oklahoma, andando sopra il 20% in North Dakota, Minnesota e Alaska. Questo risultato ha fatto fallire quel "conservative backlash" che, spinto da buona parte della Right Nation, avrebbe dovuto abbattere l'eretico senatore dell'Arizona. La presenza dell'ex governatore dell'Arkansas gioca tutta a vantaggio di McCain, ma anche la sua situazione non è ideale: negli stati "blu", indipendenti e democratici lo hanno spinto alla vittoria, ma nella "Bush Country" le cose vanno decisamente meno bene. La base continua a guardarlo con sospetto e gli preferisce quasi sempre il pur non perfetto Mitt Romney, che ha meno nemici all'interno dell'establishment del partito. Eppure il suo pacchetto di delegati è arrivato quasi a metà di quelli necessari per guadagnarsi l'agognata nomination ed il distacco dagli avversari inizia a diventare pesante. SUPERTICKET IN ARRIVO? L'ago della bilancia rimane però Huckabee. Senza la presenza del "parafulmine cristiano", buona parte degli evangelici, turandosi il naso, appoggerebbero il mormone Romney, rendendo la vita molto difficile a McCain. Non è dato sapere cosa farà Huckabee, ma la logica spinge verso uno sviluppo temuto come la peste dalle "teste parlanti" repubblicane. Rimanendo in campo almeno fino al 4 marzo, quando Ohio e Texas decideranno la gara del GOP, potrebbe garantirsi un posto nel ticket con McCain, che in questo modo riuscirebbe ad ammorbidire l'ostilità del mondo evangelico nei suoi confronti. La grande perdente in questo scenario sarebbe la Right Nation, quella costellazione di talk show radiofonici, siti internet e programmi via cavo che è stata una delle chiavi della rinascita del GOP. Rush Limbaugh, decano della talk radio, ha dichiarato che la vittoria di McCain vorrebbe dire la fine del partito repubblicano. Ann Coulter, famosa per il suo odio verso la senatrice di New York, ha addirittura detto che, se lo scontro fosse tra McCain e Hillary Clinton farebbe campagna elettorale per quest'ultima (!). Forse tali reazioni sono esagerate, ma un risultato del genere sarebbe clamoroso. Una scelta così moderata sarebbe la prova di un netto spostamento al centro su molti argomenti critici, dal ruolo del governo federale alla spesa pubblica, finora considerati tabù dall'establishment repubblicano. Un ticket del genere, indubbiamente mirato agli indipendenti, riuscirebbe a spuntare molte delle critiche dei democratici e risulterebbe difficile da battere in gran parte degli Stati Uniti. Resta da capire se la destra tradizionalista ha ancora qualche freccia al proprio arco e se il GOP è davvero pronto per un cambiamento così radicale (l'arrivo di Bill Clinton costrinse i democratici ad un cambiamento simile, ma uscivano dal lungo inverno dell'era Reagan). Tempi difficili richiedono decisioni difficili ma, ogni volta che si mettono in dubbio le basi ideali di un partito, raramente le cose riescono a rimanere nei limiti di una discussione civile e pacata. Insomma, vada come vada, ne vedremo delle belle. Scrivi a Luca A. Bocci
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