giovedì, 04 dicembre 2008

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Quando le apparenze ingannano PDF Stampa E-mail
Scritto da Luca A. Bocci   
09/01/2008

Image PRIMARIE USA 
Una campagna così vivace e imprevedibile è il sogno proibito del giornalista politico. Vai a dormire convinto che Obama sia l'inarrestabile schiacciasassi diretta inevitabilmente verso Pennsylvania Avenue, che la povera Hillary Clinton possa solo ritirarsi a fare la calzetta, che alla fine i soldi di Mitt Romney riusciranno a mettere in movimento la sua macchinosa campagna elettorale. Ti svegli poche ore dopo e vieni a sapere che tutte le tue certezze sono state travolte dall'onnipotente tornado del popolo sovrano. Dio benedica l'America, non fosse altro che per questo splendido spettacolo che tiene milioni di amanti della politica incollati agli schermi ogni quattro anni.

Dopo tante delusioni, conferenze stampa prefabbricate, veline e verità di regime, trovarsi di fronte ad una dimostrazione tanto schiacciante della superiorità del sistema politico americano rispetto alle vetuste consuetudini dell'Europa continentale è quasi imbarazzante. Eppure questo entusiasmo rischia di annebbiare la vista a molti, sia professionisti che semplici appassionati della materia e di costringerli quindi a cambiare idea ogni cinque minuti. Niente di particolarmente sorprendente, considerato che la preparazione delle elezioni primarie è universalmente riconosciuta come una delle materie più complicate anche per i migliori esperti in comunicazione politica (da qui gli errori spesso grossolani compiuti dai candidati con le inevitabili reazioni ilari da parte di avversari e spettatori). Insomma, per farla semplice, qui più che altrove, le apparenze quasi sempre ingannano.

Huckabee non è finito
Prendiamo per esempio il caso del Rev. Huckabee. La stampa europea è stata tanto rapida nel parlare di lui quanto nel dimenticarsene, rimettendolo nel suo comodo cantuccio di "cristiano pazzo e folcloristico". Eppure sarebbe imprudente dimenticarsi di lui. Spesso nella lunghissima campagna per le primarie sono le strategie che fanno la vera differenza tra i candidati (i soldi, sebbene importantissimi, vengono in seconda battuta). Huckabee sa bene che il suo elettorato principale sarà costituito da evangelici o, più in generale, da conservatori sociali di orientamento religioso. La loro percentuale nel popolo dei cittadini registrati come Repubblicani varia moltissimo da stato a stato; ad esempio in Iowa era insolitamente alta, nel New Hampshire invece era più bassa della media. La campagna di Huckabee non naviga certo nell'oro; fare uno più uno è stata una scelta molto semplice. Le cose cambieranno di sicuro in South Carolina e Michigan, stati dove la componente evangelica tornerà ad assumere un peso molto significativo.

Giuliani punta sugli stati più grandi
Il buon Rudy Giuliani, invece, viene dato da molti come morto e sepolto. I risultati ottenuti non sono stati certo esaltanti e i distacchi subiti dagli avversari sembrano imbarazzanti. In Europa spesso si fatica a capire come mai alcuni candidati considerati inaffondabili mollano dopo poche elezioni e invece altre campagne, altrettanto fallimentari, continuino ad andare avanti per mesi nonostante le sconfitte. La differenza, ancora una volta, la fanno strategia e finanze. Il team di Giuliani, analizzata la struttura demografica dei primi stati impegnati nelle primarie repubblicane, hanno pensato di "concedere" questi stati quasi in blocco, impegnando tutte le risorse per vincere in quei grandi stati come la Florida che consegnano l'intero pacchetto di delegati al vincitore (invece di distribuirli tra i primi due o tre come avviene in molti stati, tra cui il New Hampshire). In pratica, il team di Giuliani sta già pensando alla convention e, prevedendo un arrivo sul filo di lana, sta facendo i propri conti. Tanti stati piccoli daranno momentum alla campagna, ma le nominations si vincono con i delegati. E quelli si trovano nei grandi stati.

Obama, gran colpo su Hollywood
Le cose sono più chiare nel campo democratico, che probabilmente perderà qualche pezzo già a partire dalla prossima settimana. In fondo, a parte Hillary, Obama ed Edwards, gli altri candidati sembravano già da tempo comparse in una recita più grande di loro. La loro uscita di scena non cambierà quella che rischia di trasformarsi molto presto in una gara a due. La strategia del DNC (Democratic National Congress) sembra quella di sempre: ridurre al minimo lo spreco di risorse nelle primarie per prepararsi al meglio per lo scontro frontale con i repubblicani. Il vecchio "urlatore" Howard Dean sarà gia al telefono ma ha un problema non da poco: a differenza del 2004, entrambi i contendenti sembrano pronti a sostenere una battaglia campale. Se la potenza del clan Clinton, pur non essendo più straripante come una volta, continua ad essere rilevante, le fila dei danarosi sostenitori di Obama contano sempre più nomi di rilievo, specialmente nella costa occidentale. Aver spezzato la presa di ferro che i Clinton da sempre avevano su Hollywood è stato un colpo notevole per il Senatore dell'Illinois, anche se le tasche dei dirigenti di Tinseltown sono già state colpite duramente dallo sciopero della WGA (il sindacato degli scrittori).

Le lacrime di Hillary basteranno?
Comunque, nonostante le grandi dichiarazioni di vittoria, quella che sembra più vulnerabile è proprio la coriacea Hillary Rodham Clinton. La vittoria nel New Hampshire ha fatto ripartire di colpo la sua campagna, restituendo al clan il vecchio potere di persuasione nei confronti dei donatori e rimescolando a fondo le carte, anche in South Carolina e Nevada, due stati dove i Clinton non sono mai riusciti a controllare il partito fino in fondo. Alcuni dati però indicano che la vittoria è da attribuirsi a due fattori concomitanti: l'affluenza minore dei giovani, territorio di caccia preferito da Barack Obama, e lo straordinario risultato ottenuto dalla Senatrice di New York tra le donne single (17 punti di vantaggio nonostante il cosiddetto "effetto Oprah"). Se il primo elemento sarà oggetto delle amorevoli attenzioni della campagna Obama, Hillary difficilmente potrà ripetere un successo di queste dimensioni in altri stati.

La prontezza con la quale Howard Wolfson, responsabile della comunicazione della Sen. Clinton, ha attribuito il cambio di vento agli ultimi giorni di campagna (inclusa la quasi crisi di nervi con contorno di lacrime) lascia pensare che si sia trattata di una mossa ad effetto da "ultima spiaggia". Recuperare 15 punti nei sondaggi in soli tre giorni è un miracolo e, in politica più che altrove, un fulmine rarissimamente colpisce due volte nello stesso punto. Giocare la carta "sensibilità femminile" potrebbe inoltre costare molto caro alla Senatrice, sia durante la campagna delle primarie che, soprattutto, nelle elezioni generali. Le immagini che tanto bene hanno fatto alle fortune di Hillary Clinton forniranno sicuramente materiale preziosissimo agli analisti della comunicazione repubblicani che saranno pure orfani del maestro Karl Rove ma che, in quando a colpi bassi, non sono secondi a nessuno.

Il grande show della democrazia
In ultima analisi, ora più che mai, il consiglio è quello di dimenticarsi dei sondaggi (che hanno fallito, più o meno clamorosamente, sia in Iowa che in New Hampshire), prendere una bella parabola, un divano comodo e, dopo essersi assicurati una scorta costante di bricchi di caffé, pop-corn, bevande e schifezze varie, godersi il grande show della democrazia compiuta in tutta comodità. Visto quello che offre il mercato dell'intrattenimento europeo, politico e non, meglio approfittarne finché dura. Dio solo sa quando ne ricapiterà una uguale.



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