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Ma davvero maggioritario e bipolarismo hanno garantito alternanza di governo e stabilità in Italia? E il proporzionale della cosiddetta prima Repubblica, invece, sarebbe sul serio la causa dei peggiori mali che hanno afflitto la democrazia italiana?
Questa cantilena, che ci sentiamo ripetere ormai da 15 anni, ha dell’assurdo. Maggioritario e proporzionale sono entrambi ottimi sistemi elettorali. In Europa la Spagna e la Germania hanno entrambe un sistema proporzionale, eppure non sono mancate mai nel loro parlamento alternanza e governabilità.
In Italia le cose sono andate diversamente. Nella prima Repubblica la Democrazia cristiana è stata al governo per quasi 50 anni. Ma non era il sistema in sé che impediva l’alternanza, bensì il voto degli italiani. Negli altri Paesi europei, infatti, fra gli anni '60 e '70 i partiti socialisti sono diventati i leader indiscussi della sinistra a danno dei comunisti, ponendosi come valide alternative ai partiti popolari che fino ad allora avevano governato.
In Italia tutto questo non è successo. Le urne hanno continuato, inspiegabilmente, a premiare il Pci, anche quando ormai la storia ne aveva decretato la sconfitta culturale. Per questo il partito socialista non ha potuto porsi come l’alternativa di sinistra, ma ha dovuto allearsi al governo con la Dc. Ecco, quindi, la ragione dell’assenza di alternanza al governo: la colpa non era del proporzionale, ma di quel 30% circa di voti al Pci che in pratica rendeva l’asse cattolico-socialista l’unica soluzione possibile. Se ci fosse stato il maggioritario sarebbe successa la stessa cosa: la Dc al potere dal dopoguerra al 1994, ma senza gli alleati minori.
Oggi, tuttavia, la situazione è completamente mutata, e non essendoci più quel 30% di voti che blocca la democrazia, l’alternanza diventerebbe una soluzione fisiologica a prescindere dal sistema elettorale.
Quello di conoscere prima del voto le alleanze, poi, è un inganno bello e buono. L’unico frutto che ha dato è stato quello di costruire accozzaglie di partiti e partitini, diversissimi fra loro, che litigano continuamente ad ogni occasione. La sola cosa che li tiene assieme è l’attaccamento alla poltrona, e il modo per mantenerlo più a lungo è l’immobilità. L’Italia è un Paese dove le grandi riforme non si fanno più, si vivacchia alla giornata, senza affrontare mai di petto i problemi. Non sarebbe meglio votare un partito, costretto a correre da solo al momento del voto, e far decidere in seguito le alleanze alla classe dirigente? Se le nostre aspettative vengono tradite, infatti, nella successiva tornata si potrà sempre assegnare il voto ad un’altra formazione politica. Non è questa la vera democrazia? Sarebbe molto meglio una simile soluzione, piuttosto che essere costretti a scegliere fra i due poli attuali che non sono né cattolici, né liberali, né socialisti, né comunisti, ma solo centri di distribuzione di potere e poltrone.
E che dire del referendum? Il premio di maggioranza al partito maggiore e non alla coalizione non risolverebbe affatto il problema della frammentazione. Molti "cespugli", infatti, in cambio del loro sostegno al partito principale chiederanno sicuramente un certo numero di posti sicuri in lista per i loro uomini, svilendo di fatto i buoni propositi della riforma.
Un proporzionale con una soglia di sbarramento (non aggirabile) al 3% o al 5% garantirebbe una minima pluralità politica che, data la storia e l’eterogeneità dell’Italia, non possono essere ignorate ed eliminerebbe anche il rischio di una eccessiva frammentazione.
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