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Il senso di questi dieci anni spesi nei Comitati per le Libertà sta tutto in una battaglia di principio: per noi esiste un valore, più importante dell'eguaglianza e della solidarietà, della giustizia e del benessere, dell'ordine e dello sviluppo economico, della bellezza e della morale pubblica, e questo valore che precede tutti gli altri si chiama libertà.
Siamo nati intorno a questo, e non possiamo rinunciarvi. Ci rendiamo conto che tanti altri valori meritano di essere rispettati e difesi, così come rispettiamo le visioni del mondo che si fondano su di essi. Ma con fermezza rivendichiamo di poter fare anche noi la nostra scelta, una volta per tutte. La libertà, come la vita e la proprietà, sono valori che per noi discendono dal diritto naturale, e dunque non sono negoziabili.
Se qualcuno ci chiedesse che cosa intendiamo esattamente con un termine vago come "libertà", credo che dovremmo rispondere: per noi essa è, allo stesso tempo, un fine e un mezzo. Un fine, se scriviamo la parola con la L maiuscola, come hanno fatto innumerevoli volte durante la storia coloro che le hanno sacrificato tutto pur di difenderla, persino la vita. Un mezzo, se classifichiamo al plurale - "le libertà" - indicandole come l'origine, la fonte dei diritti giuridici, che furono storicamente legati alle prerogative medioevali, alla Magna Charta, ma in seguito si sono sviluppati nel campo della filosofia, della politica, del diritto.
E dunque, libertà di parlare, criticare, sognare, pubblicare, oziare, costruire, dipingere, viaggiare, guadagnare, giocare, fare sesso, adottare, ereditare, e molte altre cose ancora. Libertà grandi e piccole, nobili e stravaganti, moralmente riprovevoli o eticamente elevate, quotidiane o eroiche.
Noi abbiamo mai preteso, noi dei Comitati, di trovarci d'accordo su tutte queste libertà; soltanto di convenire su una piattaforma comune, un minimo comun denominatore di libertà per le quali valesse la pena di batterci. Questo comun denominatore, in continuo mutamento e perennemente da ridiscutere, l'abbiamo chiamato "cultura delle libertà".
Ora, tra le libertà che ci sono care esiste anche quella di lavorare, protetti dai condizionamenti dei monopoli e delle mafie. E, accanto ad essa, perché no, anche quella di oziare (purché chi si dedica alla, qualche volta nobile, arte dell'otium non pretenda poi di vivere sul frutto del lavoro altrui). Invece, non crediamo giusto che lo Stato, cioè tutti noi, debba essere "fondato" né sul lavoro - sull'obbligo di lavoro - né sull'ozio - che può essere un obbligo altrettanto gravoso. Lavoro, e non, possono essere eticamente giusti soltanto se fondati su una scelta, comunque motivata: dunque su una libertà.
Per questo la libertà viene prima del lavoro e di qualsiasi altra attività umana. Di conseguenza, io credo che l'articolo 1 della Costituzione, che nel suo richiamo al lavoro ricorda come un involontario rintocco funebre le defunte "democrazie popolari" e i relativi "partiti del lavoro", dovrebbe essere abolito. Mettiamo al suo posto la parola libertà, o addirittura non mettiamoci niente. Ma prendiamo il coraggio a due mani, e tocchiamolo, il tabù della prima parte della Costituzione. Facciamolo, dal momento che la dimensione del sacro - nobile e benedetta quando resta nel campo della religione - non può fare parte del patrimonio di uno Stato laico.
http://www.parlamento.toscana.it/default.asp?IDNotizia=24622
Dario Fertilio - Comité de Patronage dei Comitati per le Libertà
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