lunedì, 06 ottobre 2008

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Non dimentichiamoci del Tibet PDF Stampa E-mail
Scritto da Fabio Florindi   
08/06/2007

ImageTibet vuol dire Dalai Lama, repressione religiosa ed etnica delle autorità cinesi, un’autonomia perduta e difficilmente riconquistabile. Ma pronunciare la parola Tibet significa anche dire lotta per la libertà, non volersi arrendere ai soprusi e alle violenze operate dalle forze di Pechino per soffocare sul nascere ogni rivendicazione d’indipendenza. Una delle voci del Governo tibetano in esilio a Dharamsala, città dell'India settentrionale, è www.tibet.org. Qui si coagulano tutte le forze che sostengono la causa dei tibetani, affinché il mondo conosca la loro sofferenza e un giorno possano sperare di tornare a vivere indipendenti e liberi nella loro terra. Ben 21 sono le lingue consultabili grazie ai collegamenti con i maggiori siti internet che parlano del Tibet nel mondo. Inoltre vengono pubblicati i comunicati diramati dal Governo tibetano e ampiamente illustrate la storia, la cultura e le prospettive future di questo popolo. L’invasione cinese del 1950, che ha messo definitivamente la parola fine all’indipendenza del Tibet, viene descritta con grande ricchezza di particolari. Forte è anche la denuncia dei ripetuti espatri forzati in altre regioni della Cina compiuti ai danni dei cittadini tibetani.
Situata fra l’India e la Cina, la regione ha una grande importanza strategica. L’altitudine media del suo territorio, attraversato dall’inizio alla fine dalla catena montuosa dell’Himalaia, è di 4.900 metri. Dopo l’annessione cinese le stime sulle etnie che abitano il Tibet non sono concordanti. Secondo le autorità di Pechino la regione è abitata al 92% da tibetani, ma dall’India il Governo in esilio accusa: "nella Regione attualmente ci sono 7,5 milioni di non tibetani contro solo 6 milioni di tibetani". In più di 3.000 anni di storia il Tibet e il suo popolo, probabilmente, non avevano mai attraversato una situazione così drammatica.



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