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Scritto da Orlando Sacchelli
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23/02/2007 |
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Dopo 281 giorni Prodi è arrivato al capolinea. La parola fine è stata scritta con il voto al Senato sulla missione in Afghanistan. D'Alema aveva chiesto un sostegno chiaro al governo, ma i voti a favore sono stati solo 158. Occorrevano altri due voti per il raggiungimento del quorum. Decisivi sono risultati i voti contrari di due senatori a vita (Andreotti e Pininfarina) e tre "dissidenti" della sinistra radicale. Caduto il governo si è aperta ufficialmente la crisi, con le "consultazioni" del capo dello Stato. Ma avete fatto il conto dei personaggi che hanno fatto la spola al Quirinale? Quando si superano - e di molto - le dieci unità, vuol dire che qualcosa nel sistema non va. Ci vuole poco per rendersene conto. Eppure ci eravamo illusi, chi più chi meno, di essere nella Seconda Repubblica. Niente di più falso. Siamo ancora impantanati nelle sabbie mobili di un sistema che non riesce a evolversi e resta avviluppato intorno a logiche retrò. Chi vince le elezioni governa, chi perde fa l'opposizione. Sembra così facile. E invece guardate come siamo ridotti, dopo tredici anni dal "battesimo" del sistema bipolare.
Il governo Prodi, è inutile nasconderlo, non ha mai avuto una maggioranza vera. Colpa del sistema elettorale - dice qualcuno -. In realtà se per il Senato si fosse votato con la stessa legge elettorale della Camera le cose non sarebbero cambiate di molto. La sinistra italiana è profondamente divisa su questioni strategiche come la politica estera, ma non solo. Qualcuno si illude di poter governare e, al tempo stesso, aizzare la piazza. Ma è un'impresa un po' azzardata. In un Paese normale dopo la caduta del governo a palazzo Madama saremmo tornati subito alle urne. Ma non siamo un Paese normale. E non abbiamo nemmeno un sistema elettorale normale. Governo tecnico, larghe intese, fase di transizione? Tutto è possibile. Il dato di fatto da cui non si può prescindere è che chi vuole governare il Paese deve avere i numeri per poterlo fare in modo serio. Senza correre il rischio che al primo ostacolo politico crolli tutto, com'è già avvenuto altre volte (non solo sulla politica estera ma anche, solo per fare un esempio, sul tema spinoso dell'Alta velocità). Il Paese non può permettersi altri simili scivoloni. Fare finta di nulla e tentare di tirare avanti, come se nulla fosse, sarebbe un errore imperdonabile.
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