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Purtroppo in Italia abbiamo dimostrato di non essere capaci di risolvere i nostri problemi, dovremmo copiare ciò che hanno fatto in Inghilterra, dove il fenomeno Hooligans è stato sconfitto, e le partite, ormai da anni, si seguono addirittura senza recinzioni sul campo. Copiamo dagli inglesi. Facciamolo al più presto. Ma attenzione, non basta varare misure restrittive se poi nella realtà delle curve vige l'anarchia più totale. Si vada a studiare il fenomeno del tifo organizzato dall'interno. Si scopriranno tante cose interessanti. Prima di tutto in curva non esiste la legge dello Stato ma quella degli ultras. E non è una battuta. Chi scrive è andato a vedere più di una partita, a Milano, e si è reso conto che, pur avendo un biglietto con tanto di posto assegnato, le regole non esistono. Ci si deve accontentare di stare in piedi, o sulle scale (cosa peraltro proibita), e se ci si azzarda a protestare peggio per voi. Comandano gli ultrà. La polizia non interviene. Gli steward, i "volontari" che gestiscono l'ordine dentro gli stadi, manco a dirlo. Le società di calcio - non tutte ma la stragrande maggioranza - fanno come le tre scimmiette: non vedono, non sentono, non parlano. E così si va avanti nella più totale anarchia. Ovvio che questo stato di assurda mancanza di regole che vige dentro gli stadi, una volta finite le partite si proietti nelle strade, dando vita a potenziali scontri e forme di vergognosa guerriglia urbana.
Regole e disciplina, questo serve. Lo Stato deve intervenire responsabilizzando le società di calcio, fino al punto di delegare loro la sicurezza interna degli impianti, come avviene già, con buoni risultati, nelle discoteche, dove l'ordine è garantito dai "buttafuori" e non dagli uomini in divisa. Pene più severe per chi sbaglia. Non è ammissibile che un teppista assassino che ha accoltellato un altro tifoso esca dal carcere anzitempo beneficiando dell'indulto. Questo non può e non deve accaddere più.
Si possono anche ipotizzare misure estreme, magari solo temporanee, per fronteggiare l'emergenza. Non però la chiusura degli stadi al pubblico: vorrebbe dire uccidere il calcio e darla vinta ai teppisti che l'hanno inquinato. E' sufficiente vietare le trasferte. Ognuno vada a vedere la propria squadra quando questa gioca in casa. Impossibile vietare la libertà di circolazione nel paese? Bene, allora si proceda in questo modo: i biglietti non si possono acquistare che nelle rivendite autorizzate, né su internet né spediti alle società o ai club di tifosi organizzati. Le biglietterie chiudono il giorno prima - o poche ore prima - della partita. Chi non ha il biglietto non entra. E non sono ammesse eccezioni, come invece avviene oggi. Uno steward dello stadio San Siro mi ha confidato che quando arrivano a Milano alcune tifoserie molto numerose, spesso i "supporters" entrano senza che i loro biglietti vengano controllati. Quindi può avvenire che questi abbiano pagato per il "terzo anello" e accedano, invece, al primo, oppure che non abbiano neanche il biglietto in mano ed entrino lo stesso. Per ragioni di ordine pubblico. Tutto questo, ovviamente, contribuisce a creare quel clima di perversa anarchia che ruota intorno al calcio, allontanando sempre di più le famiglie e i tifosi veri, quelli che vorrebbero godersi lo spettacolo, fischiare e battere le mani, e poi tutti a casa. Ora però è arrivato il momento di dire basta. Di intervenire, finalmente, nel modo più duro possibile, affinché non si ripeta più ciò che è accaduto a Catania. Costi quel che costi, facciamo di tutto per evitare di dover tornare a discutere di questi argomenti dopo il prossimo morto. Sarebbe una sconfitta per tutto il paese. Una cosa di cui doversi vergonare.
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