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La Terza sezione penale della Cassazione con la sentenza numero 149 del 9 gennaio 2007 ha annullato la condanna a 3 mesi e 10 giorni di reclusione inflitta a due persone dalla Corte d'Appello di Torino per violazione della legge sul copyright. I fatti risalgono al '99, quando i due studenti avevano creato una rete per condividere file con altre persone collegate a Internet. Quei ragazzi, secondo i giudici piemontesi, avevano violato la legge sul diritto d'autore che punisce chi, "a scopo di lucro", diffonde o duplica contenuti multimediali protetti dal copyright.Oggi la Corte stabilisce in modo inequivocabile che non può esservi "lucro" se il file viene ceduto in modo gratuito. E al contempo non vi è reato penale nello scaricare il file per uso personale.
La Siae sta correndo ai ripari, attraverso il proprio centro studi giuridici sta predisponendo una proposta normativa per annullare gli effetti della sentenza. Lo stesso stanno facendo i produttori di film e di musica.
La sentenza, però, parla chiaro. "Le operazioni di download di materiale informatico non coincidono con le ipotesi criminose fatte dai giudici torinesi (...). Per scopo di lucro deve intendersi un fine di guadagno economicamente apprezzabile o di incremento patrimoniale da parte dell'autore del fatto". E' normale, e per certi versi più che legittimo, che la lobby dei produttori musicali e cinematografici cerchi di tutelare il proprio interesse, anche attraverso un inasprimento normativo in materia, facendo pressione sul governo e sul parlamento. Ma l'indipendenza di chi è chiamato ad applicare la legge non può, in alcun modo, essere contestata. I fatti di cui si è occupata la Cassazione risalgono al 1999 ed è sulla normativa di riferimento dell'epoca che la massima corte si è espressa. Dal 2000 ad oggi sono almeno cinque le modifiche fatte alla legge sul diritto d'autore (633/41) nell'ordinamento italiano, dalle modifiche della 248/2000 al recepimento della EUCD, la Direttiva europea sul Copyright, fino alla Legge Urbani e alle ulteriori successive modifiche. Di fatto, dunque, la sentenza della Corte di Cassazione non cambia nulla sul fronte dei sistemi di file sharing o delle discipline attuali. Scaricare resta un illecito, sanzionabile sul piano amministrativo.
Resta aperta la battaglia per la salvaguardia del diritto di navigare e scaricare da internet, ma questo è un altro discorso. Internet non è la patria dell'anarchia, dove tutto è ammesso e non vi sono regole. Internet è la patria della libertà, e questa ha bisogno di regole. La libertà può essere anche limitata, ovviamente, ma non in modo tale da tutelare solo alcuni poteri forti in grado di fare lobby e condizionare il parlamento nella stesura delle leggi. Il confine tra la rivendicazione di poter scaricare tutto ciò che si vuole e la salvaguardia del diritto d'autore continua a far discutere. Un compromesso potrebbe salvare "capra e cavoli". Come? Disciplinando in modo chiaro la possibilità di scaricare e salvare i file, magari pagando una cifra non troppo alta, così com'è avvenuto alcuni anni fa con Napster, il più famoso sito per scaricare le canzoni in Mp3.
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