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L'hanno fatto scivolare nel vuoto con una corda appesa al collo. Saddam Hussein è morto così, impiccato, dopo che il Tribunale speciale iracheno l'aveva condannato alla pena capitale - sentenza confermata in appello - per un massacro ordinato nel 1982 a danno degli sciiti. Dal Ministero della Giustizia avevano detto che l'esecuzione non sarebbe avvenuta prima del 26 gennaio, a un mese esatto dalla conferma della sentenza. Invece la morte dell'ex dittatore è arrivata in quattro e quattr'otto, con una fretta a dir poco imbarazzante di liberarsi di un criminale ancora troppo ingombrante per il suo paese. L'Occidente è rimasto a guardare, una parte di esso compiacendosi del lavoro del boia, un'altra parte manifestando sdegno, ma senza fare troppo clamore per protestare. Bush ha detto che "giustizia è stata fatta" e che a Saddam è stato assicurato un processo giusto. Ma che giustizia è mai quella che vede comminare, come sentenza, la pena capitale? Qual è la differenza, in questo caso, fra la civiltà e la barbarie?
A Saddam Hussein, al dittatore Saddam, il "boia di Baghdad" come qualcuno lo chiamava, è stata fatta fare la stessa fine che lui era solito riservare ai propri nemici. La sua vita, invece, doveva e poteva essere salvata. L'ex raìs avrebbe potuto scontare la sua pena in carcere, rinchiuso in una cella e guardato a vista. A prevalere, invece, è stato il giustizialismo forcaiolo, quello che uccide e toglie la vita in nome della legge.
La pena di morte si mostra, ancora una volta, nella sua assurda atrocità. Negli Stati Uniti, così come in Iraq, qualcuno ha provato gioia nell'apprendere la notizia della morte di Saddam. L'Europa ha sollevato una timida protesta, ma la sua voce è stata sin troppo flebile. Un'occasione perduta per riaffermare quei valori che per primo furono introdotti da Pietro Leopoldo, Granduca di Toscana, nel 1786. Il primo sovrano al mondo ad abolire la pena capitale. Una pietra miliare per l'affermazione della civiltà, che ancora tanta strada, purtroppo, deve fare.
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