| Israele, ritorna in te stesso |
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| Scritto da Antonio Giuliano | |
| 07/01/2007 | |
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La poesia nasce spontanea. Perché «bisogna avere l'animo di un poeta per comprendere Israele e la sua esperienza umana, la sofferenza, la solitudine, l'incomprensione del mondo». Può ben dirlo padre Marcel-Jacques Dubois, domenicano nato a Tourcoing, in Francia, 86 anni fa. É arrivato a Gerusalemme nel lontano 1962, con la missione di animatore della "Casa sant'Isaia", un centro di studi cristiani sull'ebraismo. L'empatia con gli israeliani è venuta fuori da subito. «Nel corso dei primi anni in Israele, da cristiano ho gioito nel vedere il popolo biblico raggiungere la terra della Bibbia». Dubois è diventato un pioniere del dialogo interreligioso. Ha tracciato nuove strade di riconciliazione insieme al confratello Bruno Hussar, fondatore di Nevé Shalom/Waahat as-Salaam, il villaggio dove convivono famiglie israeliane e arabe. Professore di filosofia all'Università ebraica dal 1970, Dubois è stato a lungo tra gli interlocutori preferiti dal Vaticano per le relazioni con Israele. Dal 1973 ha perfino scelto di prendere la nazionalità israeliana. Cittadino onorario di Gerusalemme, nel 1996 ha vinto il "Gran prix d'Israele", uno dei pochi cristiani a poter vantare questo titolo. Il legame con lo Stato israeliano ha radici profonde, per questo sta destando scalpore il suo ultimo libro Nostalgie d'Israël. Entretiens avec Olivier-Thomas Venard. Avec la collaboration d'Annie Laurent (Editions du Cerf, 418 pagine, 34 euro). Raccoglie una serie di interviste in francese rilasciate a un suo confratello, Olivier Thomas Renard, il quale si è avvalso della collaborazione di Annie Laurent, un'esperta di Medio Oriente. Sono le riflessioni con cui Dubois interrompe un lungo silenzio, dettato anche da motivi di salute per i postumi di un attacco cerebrale tre-quattro anni fa. Ed è un ritorno che non manca di far discutere. Colpisce la lucidità delle analisi, ma non meno sorprendenti appaiono alcune sue dichiarazioni in cui è evidente come qualcosa sia cambiato nel rapporto con Israel e. Non di rado sono sofferte ammissioni di colpa: oggi il domenicano si rimprovera una visione a lungo idilliaca e unilaterale del popolo israeliano. «Sono stato ingenuamente sionista - dice nel libro -. Ho confuso l'avventura ebrea con quella israeliana, trascurando la miseria palestinese». Affiora in lui quella nostalgia richiamata nel titolo. C'è stato un tempo, secondo Dubois, in cui «il popolo si sentiva chiamato a un destino particolare su una terra particolare». Adesso non più: «La tragedia attuale è nell'infedeltà di quelli che conducono Israele verso un destino di violenza e conquista». Lo sdegno verso le ultime politiche israeliane è netto. Però Dubois rileva come il cambiamento di rotta dei governi d'Israele risalga alla "Guerra dei sei giorni" del 1967 con l'occupazione dei territori palestinesi. Da quel momento in poi, a suo dire, ha preso piede una deriva sionista volta alla conquista. Il religioso francese ritorna a far sentire la sua voce da una nuova inimmaginabile dimora in un quartiere palestinese di Gerusalemme est. Non è stata una decisione casuale: «Ho scelto di vivere qui per dimostrare chiaramente che non sono d'accordo con la politica del mio Stato». Abita presso una famiglia a cui il domenicano è grato per avergli fatto scoprire le condizioni dei palestinesi, dei cristiani in particolare, e delle ingiustizie da loro subite. Se adesso prevale la coscienza di aver idealizzato Israele, non per questo la sua è un'apologia della causa palestinese. L'affetto per la stirpe ebraica è rimasto immutato. «Marcel Dubois reste Marcel Dubois». Lo ripete all'infinito nel testo. Di nuovo c'è solo il rammarico di chi vede un popolo dimenticare la sfida impegnativa a cui è chiamato: «Dio ha dato una terra a Israele, ma come è possibile vivere all'altezza di una tale vocazione senza cadere nell'orgoglio?». Per chi fosse interessato a una risposta gli spunti non mancano nel libro. C'è dentro tutto il profondo percorso intellettuale e spirituale di un uomo che accompagna il popolo d'Israele da oltre quarant'anni e continua ad amarlo. Forse in modo esigente. Ma solo perché alle persone a cui si vuol bene si può chiedere il coraggio di rischiare, di ricordare la propria vocazione, per un nuovo slancio poetico. Antonio Giuliano Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti. |





