lunedì, 06 ottobre 2008

Iscriviti alla Newsletter

Bibliotheca Albatros

Laogai: l'ultimo gulag PDF Stampa E-mail
Scritto da Antonio Giuliano   
21/12/2006

Nella fattoria "Qinghe" di Pechino non ci sono animali, ma uomini che lavorano come bestie. Con un fucile puntato alle spalle, sudano per 18 ore al giorno e non ricevono cibo se non raggiungono la quota di produzione prevista. Per il regime comunista cinese sono "controrivoluzionari" da rieducare. I luoghi di "correzione" passano per "fattorie", in realtà la denominazione interna è "campi di riforma". Per trovare dei sinonimi occorre rispolverare orrori del Novecento, come i gulag o i lager. La variante cinese è laogai, un termine ancora poco conosciuto che racchiude un'amara verità: nel terzo millennio i campi di concentramento persistono. Si trovano in Cina e sono attivi dalla seconda metà del secolo scorso per volontà di Mao Zedong. Dal 1949, anno in cui il Partito comunista è salito al potere, milioni di donne, uomini e bambini sono stati internati nei laogai. Torturati, malnutriti e costretti ai lavori forzati a vantaggio del regime e delle tante multinazionali che investono nel Paese.

Il fine dei campi cinesi non è solo l'annientamento del prigioniero, come negli omologhi sovietici e nazisti, ma anche lo sfruttamento economico dei detenuti: dalla bonifica dei terreni all'estrazione di carbone, le fattorie producono ricchezza per la società socialista. In linea con la dottrina marxista, i reclusi sono considerati "nemici di classe non riformabili". Pertanto, una volta scontata la pena, il regime ha previsto per loro la "destinazione professionale obbligatoria": in cambio di una parziale libertà, rimarranno nei campi. Per la conoscenza acquisita dei metodi di lavoro, i prigionieri faranno aumentare la produzione piuttosto che uscire e diventare oppositori accaniti del governo. Il motto implicito che vige nei laogai è impietoso: "Chi entra non esce".

Se oggi è possibile varcare idealmente quella soglia per documentarne lo strazio, lo si deve soprattutto all'autore di questo libro, Hongda Harry Wu. Nato a Shanghai nel 1937, Wu è sopravvissuto a 19 anni di internamento. Oltre ai delinquenti comuni, le porte dei laogai si aprono per gli oppositori del regime, per chi professa una religione o per chi manifesta semplicemente idee diverse. Wu è entrato per aver criticato l'invasione sovietica dell'Ungheria nel 1956. Rilasciato nel periodo di liberalizzazione dopo la morte di Mao, oggi Wu vive negli Stati Uniti. La Cina odierna è diversa da quella maoista. Ci sono state politiche di riforma anche nel trattamento dei detenuti. Tuttavia permangono migliaia di campi di lavoro al servizio del regime, nei quali si stimano dai 16 ai 20 milioni di reclusi, di cui il 10% oppositori politici. Alto è il rischio che i condannati periscano lì dentro e "producano" anche dopo morte: Wu denuncia l'aumento di espianto dei loro organi e il prelievo del collagene dalla pelle per produrre cosmetici. Questo libro è un grido di dolore che squarcia il silenzio del governo cinese, coperto spesso dagli interessi occidentali. "Uno spettro si aggira per l'Europa", scriveva Marx nel 1848. Ma ancor oggi per i cinesi il comunismo è ben più che un fantasma.



Antonio Giuliano
Avvenire (09/12/2006)



Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti.
Per favore accedi al tuo account o registrati.

Powered by AkoComment!