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L'editoriale del professor Angelo Panebianco pubblicato il 6 novembre 2006 sul Corriere della Sera
Tra qualche mese la questione della riforma elettorale arroventerà il clima politico. Per merito o demerito, a seconda dei punti di vista, del costituzionalista Giovanni Guzzetta che ha messo a punto degli ingegnosi quesiti referendari al fine di cambiare la legge elettorale. La raccolta delle firme è prevista per la primavera prossima. Se avrà successo e se poi il risultato referendario confermerà la proposta, ne verrà fuori un terremoto politico: spostando il premio di maggioranza, come prevede uno dei quesiti referendari, dalla coalizione al singolo partito la riforma darà un colpo all'attuale, esasperatissima, frammentazione partitica, obbligherà le forze, a destra come a sinistra, ad unirsi, ad aggregarsi. Con le nuove regole, chi darà vita a una grande formazione politica avrà più probabilità di conquistare il premio di maggioranza e vincere le elezioni. Il che innescherà, verosimilmente, a destra e a sinistra, una corsa all'aggregazione. Tale riforma favorirebbe, probabilmente, la nascita del Partito democratico (a sinistra) e del partito unico dei moderati (a destra). E darebbe più stabilità e compattezza ai governi. È evidente che l'iniziativa sarà accompagnata da furibonde polemiche. Per onestà, chi scrive deve avvertire i lettori di essere così favorevole alla proposta da avere accettato di fare parte del comitato promotore (che comprende sia intellettuali indipendenti sia politici dei due schieramenti) dei referendum.
Data l'importanza della posta i quesiti referendari verranno certo discussi da ogni possibile punto di vista (ha già cominciato a farlo, da par suo, Giovanni Sartori sul Corriere di mercoledì). Io vorrei qui soffermarmi su un solo aspetto, sgomberare il campo da una sola possibile obiezione. Sul Corriere del 30 ottobre Renato Mannheimer ha calcolato che se alle ultime elezioni si fosse votato con il metodo auspicato dai promotori del referendum, ci sarebbero date due maggioranze diverse alla Camera e al Senato, con conseguente ingovernabilità. Come peraltro anche Mannheimer ha osservato, tale constatazione non può però essere usata come argomento contro la riforma.
Perché? Perché nel nostro sistema, a causa del bicameralismo simmetrico (due assemblee con uguali poteri) il rischio che si diano maggioranze diverse c'è ogni volta che si vota, quale che sia il metodo elettorale in vigore. Per fare un solo esempio, quando si votò per la prima volta con il maggioritario nel 1994, il vincitore di allora, Berlusconi, ottenne la maggioranza alla Camera ma non al Senato (nella Camera alta fu poi costretto ad aggregare qualche senatore eletto in altre liste).
Perché è costante il rischio, quale che sia il sistema elettorale, che si diano maggioranze diverse fra Camera e Senato? Per tre ragioni. Perché, con il bicameralismo, esiste sempre la possibilità che una quota di elettori voti diversamente alla Camera e al Senato. Perché, in secondo luogo, i due elettorati non coincidono (per il Senato non votano i giovani). Perché, infine, per vincolo costituzionale, il voto per il Senato è organizzato su base regionale e, pertanto, i due sistemi elettorali possono essere simili ma mai identici. Solo quando la Repubblica era dominata dalla Democrazia Cristiana e non c'era il bipolarismo, il pericolo era quasi nullo. Ma quei tempi sono finiti. Chi vuole polemizzare con l'iniziativa referendaria lo faccia ma, per cortesia, non cerchi di imbrogliare il pubblico agitando lo spettro di possibili maggioranze diverse nelle due assemblee.
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