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Non facciamoci illusioni. La verifica delle schede bianche e nulle di sole sette regioni non garantisce risultati politici. E' un passatempo. In primo luogo, è stata decisa otto mesi dopo il voto. La storia non aspetta. Per avere efficacia, essa doveva aver luogo prima dell'estate 2006, prima (o due settimane dopo) che s'insediasse il governo Prodi col marasma di ministri, viceministri e oltre cento sottosegretari, centinaia di consulenti e migliaia e migliaia di famelici clienti. Come in tutte le partite vere, la verifica dei voti va fatta " a caldo".
Il controllo delle schede votate il 9-10 aprile doveva mirare al bersaglio giusto: le elezioni della Camera dei deputati e i voti degl'italiani all'estero. Così non accade. Quindi non prendiamola troppo sul serio.
Tra le regioni le cui schede bianche e nulle saranno vagliate due sole possono riservare qualche sorpresa: il Lazio e la Campania, ove la sinistra vinse per un soffio (49,1% e 49,6%). Ma quando se ne verrà in chiaro? Tutto lascia prevedere che passeranno molti molti mesi. Bene che vada si arriva all'estate 2007. Dopodiché nessuna persona seria accetterebbe un cambio di maggioranza di governo come per un qualunque campionato di calcio, per sentenza "a tavolino", così come non la ammetterebbe per sentenza di un tribunale amministrativo ad anni di distanza dal voto. Tanto vale tirare la moneta in aria e vedere chi vince. Patacca.
La via per abbattere il governo è e deve essere istituzionale e rapida: un voto in Aula su un tema politicamente qualificante, Un voto chiaro, convincente. Diversamente il nuovo conteggio delle schede rischia di trasformarsi in una sorta di alibi per l'opposizione, appesa al filo consolatorio di un possibile ribaltone quando - ma chissà quando? tra quanti mesi? - risultasse che la Casa delle libertà aveva ottenuto più voti delle sinistre in Lazio o in Campania e che quindi ha la maggioranza in Senato.
Caso mai il controllo delle schede dicesse che in un paio di regioni aveva vinto l'uno anziché l'altro che cosa cambia? Ne discenderebbe forse la illegittimità dell'opera attuata dal governo? No. Ne deriverebbe la nullità delle leggi approvate dal parlamento, a cominciare dalla Finanziaria? Niente affatto.
La politica è politica. E' una somma di fatti compiuti e irreversibili. Tanto per esemplificare, se tra oggi e la fine del nuovo conteggio certi decreti divengono legge e le leggi approvate vengono applicate, chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato. Basti il caso del condono. Mica gli ex detenuti tornano in carcere o agli arresti domiciliari solo perché un po' di brave persone passa il tempo a riguardare le schede. Siamo seri...
Le sinistre lo sanno bene. Quando il 2-3 giugno 1946 si trattò di scegliere la forma di Stato -monarchia o repubblica - i partiti repubblicani presero tutte le misure per vincere senza avere i voti. Vietarono i seggi alla popolazione dell'Istria, di Trieste, Gorizia, Bolzano, a 400.000 prigionieri di guerra, 600.000 "epurati" e a 1.500.000 cittadini cui non venne recato il certificato elettorale. Prima, durante e dopo quel referendum fu il campionario di tutti i possibili brogli. Su 35.318 seggi si contarono 21.000 ricorsi: tutti respinti per motivi "di forma", senza alcun esame di merito.
Contrariamente a quanto sinora è stato detto e si è creduto, fra il 13 e il 17 giugno 1946 vennero passati al setaccio i verbali dei seggi e si scoprì che contenevano di tutto: buchi neri, errori materiali, pasticci, omissioni, contestazioni d'ogni genere: Nessuno aveva calcolato separatamente le schede annullate, le bianche e quelle contestate. Un pasticciaccio, insomma. Risultato? A maggioranza (dodici contro sette e contro il parere del Procuratore generale del Regno, Massimo Pilotti) la Suprema corte di Cassazione fece un suo piccolo colpo di Stato: contro il dizionario della lingua italiana. Stabilì che per "votante" non s'intende chi va al seggio e vota, ma solo chi esprime voto valido. Una solenne panzana. Però consentì di fissare il quorum a tutto vantaggio dei nemici della monarchia, che ebbero partita vinta dal punto di vista politico. Se oggi si facesse una verifica seria di quel referendum si scoprirebbe che esso fu tecnicamente nullo e che la costituente non aveva nulla da costituire. Bisognava azzerare tutto. Ma il Paese non poteva sopportare una catastrofe di quel genere, tanto più che Umberto II aveva lasciato l'Italia per il Portogallo. Cosa fatta capo ha...
La monarchia perse, la repubblica non vinse, però s'instaurò e lentamente si affermò, anche perché alla sua presidenza vennero eletti i liberali e monarchici Enrico De Nicola, napoletano, e, poi, Luigi Einaudi, piemontese. Un colpo al cerchio, uno alla botte.
Proprio come oggi.
Evitiamo allora che il filo sottile di una stanca languida sbirciata alle schede divenga il cappio al collo di una opposizione che, se davvero lo vuole, sa come vuole far cadere il governo Prodi. Anche senza adunate nazionali o regionali.
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Aldo A. Mola è membro del Comitato di Presidenza dei Comitati per le Libertà, autore di Declino e crollo della monarchia in Italia, I Savoia dall'Unità al referendum del 2 giugno 1946 (Mondadori): denuncia dei brogli elettorali del referendum del 1946 sulla base di migliaia di documenti inediti.
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