Un Risorgimento da rivalutare con orgoglio PDF Stampa E-mail
Scritto da Dino Cofrancesco   
30/11/2006

ImageIntervenendo, sul Corriere della Sera, nel dibattito aperto dalla recensione di Dario Fertilio al bel libro di Aldo A. Mola, Giosuè Carducci scrittore, politico, massone (Ed. Bompiani), Arturo Colombo ha fatto rilevare che la sfortuna di Carducci (nella foto) è dovuta a due motivi sostanziali: il camaleontismo politico del vate, passato dal repubblicanesimo giacobino all'esaltazione della monarchia sabauda e la valutazione eccessiva che ne fece Benedetto Croce, un maitre-à-penser da tempo messo in soffitta. Non nego che nella tesi ci sia del vero ma credo che la spiegazione vada cercata altrove. A mio avviso, la vera causa del "tradimento" sta in quella "morte della patria" che dà il titolo a uno dei saggi più meditati e sofferti di Ernesto Galli della Loggia. Indipendentemente dal valore estetico della sua produzione letteraria, che, comunque, gli valse il Nobel, va riconosciuto che il leone maremmano può essere amato solo da chi è legato alla "patria italiana" - da non confondersi con la patria delle fredde fumisterie del Republicanism -, alle sue memorie, alle sue tradizioni, ai suoi miti fondatori.

Nessuno, infatti, più di Carducci contribuì a radicare quei materiali culturali nell'animo della piccola e media borghesia colta, il ceto che plasma l'immaginario e il senso comune di un paese. Autentico promotore della "nazionalizzazione delle masse", l'autore di "Davanti San Guido" fece sentire luoghi e monumenti storici dello stivale come patrimonio di tutti gli italiani. A rileggerlo, oggi, par quasi di trovarsi dinanzi al filosofo e al poeta del Touring Club. Da Torino a Palermo, da Napoli a Venezia, grazie a lui, il Piemonte dove "salta il camoscio e tuona la valanga", la Rocca paolina, bella ai suoi "bei dì", il Castello di Verona e quello di Miramare dalle "bianche torri", le Fonti del Clitumno, la Piazza di san Petronio, il Busento e il Carroccio e tanti altri topoi della nostra storia plurisecolare, diventarono fantasmi familiari, sacri depositi della memoria collettiva. Un ciociaro adolescente, come me, poteva sentirsi orgoglioso delle fabbriche di Torino e di Milano, delle botteghe d'arte di Firenze, dei cantieri navali liguri come se fossero opera di parenti ancora da conoscere. Forse era un'ingenua illusione deamicisiana-l'autore di Cuore, non lo si dimentichi, fu un altro formidabile "nazionalizzatore delle masse" -ma nasceva da valori alti e forti, dal progetto di rientrare a testa alta in Europa dopo secoli di decadenza e di dominio straniero.

Tutto questo è finito in una società che quasi si vergogna di Fabrizio Quattrocchi - che mostra ai terroristi "come muore un italiano" - e gli rifiuta, nella sua città, l'intitolazione di una strada (a differenza di Roma dove il sindaco Veltroni, col suo coraggioso gesto simbolico, ha dato la sensazione di far parte di una classe dirigente 'nazionale' e responsabile). Si tratta di sentimenti comprensibili alla luce della dittatura fascista, della rovinosa sconfitta militare e della conseguente disgregazione di una nazione che soprattutto democristiani e comunisti - eredi di famiglie spirituali, peraltro, in gran parte estranee alle lotte per l'indipendenza - hanno tenuto in piedi. Grazie ai due 'cari nemici', siciliani e lombardi, emiliani e pugliesi, infatti, continuarono a sentirsi uniti non dall'Inno di Mameli ma dalle rispettive fedeltà allo scudo crociato o alla falce e martello sicché, franata la "Repubblica dei partiti", col terremoto di tangentopoli, quell'esile collante è venuto meno.

La sorte di Carducci è analoga, per certi versi, a quella toccata a Giuseppe Mazzini. Nell'anno del bicentenario della nascita, per onorare l'Apostolo genovese, si è ricordata -giustamente - la sua statura europea di teorico della democrazia, interlocutore a Londra di Stuart Mill, di Herzen, di Marx; si è riabilitata (ed era l'ora!) la sua critica del collettivismo, di Blanc e di Saint-Simon; si è messa in luce la modernità del principio associazionistico come soluzione riformistica della questione sociale ma si è sorvolato sul fatto che, anche e soprattutto, al suo "pensiero" e alla sua "azione" si devono l'unità italiana e la disponibilità di giovani e meno giovani a morire per essa.
Dinanzi a questi silenzi imbarazzati, ci si chiede: ma allora quell'unità nazionale deve considerarsi un errore storico? Un evento disgraziato su cui far scendere le ombre pietose dell'oblìo?

Il Risorgimento, con tutte le sue manchevolezze, ci riportò in Occidente: sarebbe stato meglio non farne nulla e lasciare la "terra dei morti" andare alla deriva, arenandosi sulle coste libiche e tunisine? Pare che il "destino mediterraneo" - unica, oggettiva, alternativa alla "grande promessa" risorgimentale, come l'ha chiamata Luciano Cavalli - stia conquistando trasversalmente, a destra e a sinistra, le menti e i cuori di molti connazionali. Non a caso è tra gli antirisorgimentisti che, per lo più, si reclutano gli antiamericani, gli "antisionisti" (termine che spesso nasconde l'ostilità allo Stato d'Israele), i pubblici ministeri dei sempre più frequenti processo all'Occidente, all'Illuminismo - in tutte le sue versioni, dalla razionalistica francese all'empiristica angloscozzese -, "moderno", in genere. E, del resto, non va neppure dimenticato che lo stesso fascismo, che del patriottismo ottocentesco volle farsi l'erede, a partire dalla metà degli anni trenta, continuò, sì, a richiamarsi ai simboli risorgimentali ma ad essi sovrappose una mitologia romana e arioeuropea ispirata a una filosofia che non aveva più nulla a che fare con le idealità dei Cavour, dei Manzoni, dei Cattaneo e che fu il rivestimento ideologico della sua fallita conversione totalitaria.

Per adoperare la classificazione di Norberto Bobbio, finché nella sua political culture rimasero "elementi di Risorgimento", il regime poté presentarsi come una "sintesi", una via italiana all'Occidente, fatta di conservazione, inveramento e superamento delle sue classiche antinomie: liberalismo, democrazia, socialismo; quando quegli elementi rimasero solo come orpelli retorici e il regime non volle più essere una sintesi ma una "civiltà alternativa" fu la catastrofe.

Oggi, dopo tante rovine, guardando alle miserie politiche e culturali dell'Italia contemporanea, "ahi non per questo!" vien proprio voglia di dire con quel vecchio retore massone che, con i suoi versi, si era tanto adoperato per "fare gli italiani".



Dino Cofrancesco
Il Riformista

Commenti
Scritto da eleonoretta il 2007-03-14 17:29:48

:sigh :cry :( :x :zzz :eek :eek :upset :upset :roll :( :cry :?
Scritto da rttaftrestarararararararararar il 2007-03-14 17:35:27

BELLISSIMO TROPPO BELLO!!!! PROMOSSO CON 100 E LODE!!!!!! MA..... NN CI HO CAPITO NULLA!!!!!!!! ANZI NIENTE1!!!!!!!!!!! INFONDO E LA STESSA IDENTICA COSA DEGLI ALTRI!!!!!!! .... AM... TU GUARDA A QUESTO.... NN TI VERGOGNARE DI QUELLO CHE STRIVI!!!!!! IN FONDO TUTTI LA STESSA COSA SCRIVONO!!!!!! MA TU GUARDALO!!!!!! INVECE E TROPPO BONO ZAC EFRON!!!!! PERO' QUESTO LO DICE ANGELICA!!!!!!! IO PENSO CHE SI..... E BONO!!!!!!!! MA CERTE VOLTE NEL FILM E' INSORPORTABILE!!!!!!!! MA CHE DICO...... SONO IN TRANS!!!!!!!!! TRANS!!!!!!!!! TRANS!!!!!!!!! TRANS!!!!!!!!!!! SO SOLO KE MI SN INNAMORATA!!!!!!!! CIAO AMICI DA UNA TUTTA PAZZA.... MA LA NUMERO 1 IN ASSOLUTO...... UN'AMICA DI TRAPANI!!!!!!!!!

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