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Un libretto rosso per i martiri cinesi PDF Stampa E-mail
Scritto da Antonio Giuliano   
13/11/2006

ImageTutto cominciò a Gerusalemme duemila anni fa. La crocifissione avrebbe dovuto cancellare per sempre l'esperienza di Gesù di Nazaret. Ma la sua morte fu l'inizio di una nuova storia. I suoi seguaci erano pronti a rendere la vita pur di testimoniare che Cristo era risorto. Lapidati, crocifissi, decapitati, consegnati alle catene, al fuoco o alle fiere: più aumentavano le persecuzioni, più i credenti in Gesù si moltiplicavano.

Si è sempre pensato che nella storia della Chiesa il martirio dei primi cristiani abbia raggiunto vette ineguagliabili per numero di esecuzioni e atti di ferocia. Molti potrebbero allora rimanere sorpresi: questo triste primato è caduto addirittura nel secolo che ci siamo appena lasciati alle spalle. E, in larga parte, in un Paese assai distante dai luoghi di quel Nazareno: la Cina di Mao Zedong. Il bilancio è ancora molto provvisorio: solo negli ultimi tempi cominciano ad affiorare le massicce persecuzioni maoiste contro i cristiani.
Le prime crepe nel muro di silenzio del comunismo cinese erano nascoste nelle scarpe di un missionario espulso dalla Cina negli anni Cinquanta. Nelle calzature di padre Giovanni Rabone c'era il diario di Geltrude Li, giovane cattolica bersaglio dell'ostilità di Mao. L'autrice aveva trascritto la propria biografia su fogli di carta modellati su una suola di scarpa. Oggi possiamo leggerla tra le agghiaccianti testimonianze riportate da Gerolamo Fazzini ne Il libro rosso dei martiri cinesi. Testimonianze e resoconti autobiografici in uscita a metà mese per le Edizioni San Paolo (pp. 272, euro 16). Sono pagine amare di un incredibile album degli orrori.

Lasciano senza parole i racconti in prima persona dei protagonisti, vessati da indicibili sofferenze. Se è da brividi il martirio di trentatrè monaci cistercensi a Yang-Kia-Ping, non sono da meno gli altri vissuti. Padre Tan Tiande, classe 1916, ricorda così trent'anni di lavori forzati: "Fui rinchiuso in una stanza strettissima. Per tutto il giorno mi era possibile soltanto stare seduto a gambe incrociate. Non potevo alzarmi o distendermi. Dovevo avere il permesso della guardia se volevo andare al gabinetto e persino per schiarirmi la gola. Solo dopo aver ricevuto il suo permesso potevo alzarmi. Non mi era consentito parlare con nessuno, e nemmeno assopirmi, altrimenti sarei stato sottoposto a una dolorosa sferzata sulla lingua". Liberato nel 1983, oggi il novantenne padre Tiande continua a esercitare la sua attività pastorale.

Venticinque sono stati gli anni di reclusione per padre Giovanni Wong: "In prigione recitavo cinque decine di rosario al giorno e la messa a memoria". Scarcerato nel 1980, padre Wong è morto nell'ottobre 2005. Padre Li Chang, scomparso nel 1981, era invece finito in esilio in una foresta. A suo modo non s'era perso d'animo: aveva soprannominato ciascun albero con il nome di un santo. Tuttavia per tutti ci furono momenti di angoscia. Padre Tiande ha scritto nel suo diario: "Avrei voluto correre nei campi e gridare ad alta voce: 'Dio, dove sei?'. Non so quante volte ho pensato di farla finita. Ma proprio al momento cruciale vedevo Gesù sulla croce e lo sentivo dire: Uomo di poca fede, dubiti forse che io ti ami?".

Siamo ancora lontani dal conoscere nel dettaglio la vita nei laogai, i campi di lavoro forzato cinesi. Ma le memorie dei sopravvissuti provano una volta di più le atrocità del comunismo e tolgono il velo a una storiografia spesso accecata dall'ideologia. Come scrive Fazzini: "Mentre in Europa, negli anni Sessanta, il verbo del maoismo veniva propagandato come il "volto buono" del comunismo, arruolando simpatizzanti anche in casa cattolica, in Cina il culto del "Grande timoniere" era imposto con la forza per soggiogare coscienze e masse. E l'ipoteca ideologica sulla storiografia e sulla pubblicistica nostrana in tema di Cina ha limitato pesantemente la possibilità di conoscere e far conoscere storie di persecuzione e martirio cristiano".

Il libro è un macigno nel silente stagno delle torture subite dalla Chiesa cattolica, dilaniata in Cina tra una Chiesa ufficiale riconosciuta dal governo e una comunità fedele alla Santa Sede. Oggi la vita per i credenti non è quella del tempo di Mao. Rimane però il rigido controllo di un potere che ammette solo il marxismo-leninismo come risposta alle domande dell'uomo. Se la Chiesa cinese è sopravvissuta, lo si deve al coraggio di questi uomini che hanno pagato col sangue. Nelle loro testimonianze non c'è una sola parola di astio e di vendetta verso i carcerieri, bensì preghiere per i nemici. Un eroismo che interroga anche i non credenti: per quale motivo sopportare tutto questo? E soprattutto: per chi?

A nome di tutti loro, risponde nella prefazione il cardinale Giuseppe Zen, vescovo di Hong Kong:
"I numerosi vescovi, sacerdoti e fedeli, nonostante i lunghi e terribili periodi di detenzione, erano persone felici e serene. Nessuno ci potrà togliere la gioia e la bellezza di essere discepoli di Gesù".



Antonio Giuliano
Avvenire, 10/11/2006


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