Emergenza Criminalità PDF Stampa E-mail
Scritto da Armando De Simone   
09/11/2006

Chetato il ciclico polverone mediatico sull'emergenza criminalità a Napoli, e varato l'ennesimo piano sicurezza, è ora di fare alcune considerazioni:

La città di Napoli non è oggi una città sicura, non offre ai suoi cittadini il minimo di standard di sicurezza di una metropoli europea. E'una faccenda antica: anche nelle fasi di quiescenza, la camorra non abbandona mai il territorio. Non spara, non ammazza, ma opera pesantemente nel tessuto economico e sociale della città.
La microcriminalità, fenomeno più strettamente legato al disagio sociale, si impone come modello di comportamento e di vita. Piccole e grandi bande si dividono strade, piazze e quartieri, definiscono gerarchie, metodi e regole proprie. I più si difendono come possono e raramente si ribellano.
Chi governa la città e la regione, senza soluzione di continuità da più di quindici anni è il centrosinistra prodiano.
La città di Napoli, secondo gli indici Istat e Svimez negli ultimi quindici anni è arretrata agli ultimi posti in Italia negli indici della vivibilità.
L'indulto, ha consentito l'uscita anticipata di molti personaggi oggi alla ricerca di un proprio spazio criminale.

Queste sono verità incontestabili. Così come non si può contestare che la classe dirigente del centrosinistra ha reagito alla questione secondo il solito schema: riproponendo l'antica e falsa teoria giacobina delle due città, e in secondo luogo rivendicando le tante cose buone che non si descrivono e comunicano con altrettanta incisività.
La prima teoria nacque all'indomani della disastrosa sconfitta dei repubblicani napoletani davanti alle armata dei Lazzari della Santa Fede nel 1799: a Napoli convivrebbero due città parallele: l'una orientata per il bene, l'altra per il male. La prima, guidata da illuminati, ha quindi il dovere di guidare e reprimere con ogni mezzo quella per male, animata da persone oscurate dall'arretratezza, dalla cupidigia, dalla violenza. Basta ricordare la lezione di Salvemini sul "familismo amorale" delle classi dirigenti meridionali, per sorridere di questo cascame illuminista .Il grido di dolore di Benedetto Croce nella sua lettera alla borghesia napoletana ci insegna che il problema di Napoli è il problema del degrado della sua classe dirigente: un degrado accelerato in maniera esponenziale dal bassolinismo, mix sudamericano di autoritarismo partitocratrico, clientelismo di massa, mobilitazionismo simil-cubano.
A differenza del populismo di destra di Lauro , il perdonismo di sinistra di Sassolino è stato una miscela di demagogia e paternalismo che ha rinnovato il rapporto perverso che la classe dirigente e il suo popolo hanno con il potere.

Napoli e la sua area metropolitana, dal terremoto in poi, hanno potuto contare di trasferimenti straordinari di risorse pubbliche pari in Europa alla sola città di Berlino. Il risultato sono le montagne di rifiuti per le strade , la percentuale di differenziato più bassa in Italia, il patrimonio edilizio pubblico e privato più fatiscente d'Europa, il maggior numero di scuole e di case popolari a rischio sicurezza, periferie ghetto e senza speranza. Anni ed anni di malgoverno, gli ultimi quindici peggiori dei precedenti: sono le maggiori cariche istituzionali del territorio che devono trarre le conseguenze di un fallimento che non ha giustificazioni.
La legalità è un patto di lealtà tra i cittadini e la propria classe dirigente. Quando una classe dirigente diventa un comitato d'affari, allora il rispetto delle norme diventa irrisoria barzelletta, o faccenda di eroi.



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