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Sarà per colpa di quei ventidue anni - ottomila interminabili giorni e altrettante notti infernali - che ha trascorso senza piegarsi nel girone più profondo delle carceri di Castro. O forse perché i tanti esuli cubani che vengono da lui a Washington si aspettano che sostenga le ragioni di una giustizia rapida. O forse, ancora, perché certi segnali dall' interno di Cuba arrivano direttamente a lui, nominato a suo tempo da Reagan rappresentante degli Stati Uniti alle Commissione per i diritti umani dell'Onu.
Sia come sia, Armando Valladares , poeta ed eroe della resistenza democratica alla dittatura, liberato a suo tempo per intervento diretto del presidente Mitterrand, oggi vede nero nel futuro del suo Paese d'origine. Anzi, buio notte.
Né la malattia di Castro contribuisce a mitigare il suo pessimismo. "No, non penso a una caduta rapida del regime - afferma -. Se Castro dovesse morire, niente potrebbe riempire il vuoto di potere che ne seguirebbe, per il semplice motivo che non esiste personaggio politico capace di ispirare un terrore paragonabile. Nel governo cubano esistono diversi gruppi e tendenze ostili tra loro, e Castro, come un domatore di iene con la frusta in mano, impedisce che si divorino tra loro. Come parte della sua strategia personale di sicurezza, allenta di tanto in tanto le redini giusto per evitare che le fazioni si uniscano, trasformandosi in un pericolo per lui stesso". E se il domatore abbandonasse il serraglio a se stesso... "Ogni gruppo tenterebbe di afferrare il potere, benché da solo non abbia la forza di riuscirci. Lotteranno uno contro l' altro, e a quel punto sì, avverrà uno spargimento di sangue. Non so quanto grande, ma ci sarà. Dipenderà dal numero dei civili coinvolti. A Cuba tutti i cittadini, dal primo all' ultimo, sanno adoperare le armi".
Molti invece sperano in un passaggio morbido alla democrazia. "Purtroppo non andrà così. Le vendette ci saranno. C' è molto odio, ci sono state molte fucilazioni, tantissime torture, le delazioni, si è sparsa una quantità di sangue innocente. Niente potrà impedire che laggiù la gente voglia farsi giustizia con le proprie mani". Quale immagine si è fatto di Fidel Castro, negli anni di esilio? «Per me rappresenta l' oppressione, la tortura e la repressione popolare che continua da mezzo secolo a Cuba. Castro è una versione tropicale di Stalin». Un dittatore al crepuscolo, però. Forse già uscito di scena. "Le voci che ho raccolto sono che Castro, questa volta, sia affetto da una malattia grave e si sia ritrovato a un passo dalla morte. Negli anni passati si erano già diffuse altre voci sulla fine del tiranno, ma questa è la prima volta che un trasferimento di potere avviene veramente. Io crederò alla sua morte solo quando vedrò il suo cadavere, fino ad allora il suo stato di salute rimarrà un segreto di Stato. E anche se morisse, per un po' lo terrebbero segreto". E se invece ne annunciassero la guarigione? "Possibile, perché no?". Al termine della guerra di successione potrebbe vincere Raúl? "È l'uomo più disprezzato dai quadri militari e dagli ufficiali giovani. Resterà in vita finché il fratello potrà proteggerlo, poi la sua testa sarà la prima a cadere. Benché in Usa e in Europa ci siano molti interessi a lui collegati, e molti cerchino di presentarlo come l'uomo perfetto per la transizione pacifica a Cuba, io credo che l' operazione non riuscirà". E i modernisti di Abel Prieto, il ministro della Cultura, hanno qualche possibilità? "Prieto è un personaggio insignificante nell' ambito di qualsiasi scenario futuro. L'ipotesi più probabile è che scappi da Cuba per sfruttare i cinque milioni di dollari che ha guadagnato vendendo opere d' arte del patrimonio culturale cubano".
Nel frattempo, le condizioni dei prigionieri politici potranno migliorare? "I tratti crudeli, inumani e degradanti sono gli stessi, ma negli ultimi due anni le misure di sicurezza e i controlli repressivi nelle carceri si sono accentuati. È significativo che tutto sia iniziato il giorno successivo all' annuncio del peggioramento delle condizioni di Castro". E lo stato della cultura? "Non c'è opera creativa che non debba passare attraverso la censura del Partito. È così dal 1962, quando Castro chiarì le regole del gioco: 'Nella rivoluzione tutto, fuori dalla rivoluzione niente' ". Gli aiuti economici del Venezuela, o della Bolivia, potrebbero puntellare il regime? "Certo, il denaro di Chávez ha rafforzato Castro. Poi ci sono stati anche gli errori degli Stati Uniti in America Latina. Ma non credo che Bolivia e Venezuela possano rappresentare un' alternativa alle alleanze economiche di Washington". A quando, almeno nei suoi sogni, un ritorno in patria? "Penso che rivedrò molto presto la mia patria libera. E che forse contribuirò a rimetterla in piedi".
Dario Fertilio Il Corriere della Sera, 04/08/2006
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