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Il grande disegno che manca alla Cdl PDF Stampa E-mail
Scritto da Dino Cofrancesco   
08/07/2006

Premetto subito che su richiesta dell'amico Paolo Armaroli, un vecchio, caro amico, docente di diritto parlamentare e apprezzato commentatore del "Giornale", ho firmato, pur con qualche perplessità, l'appello di Magna Carta a favore del sì nell'ultimo, infausto, referendum sulla devolution. Mi avevano convinto, soprattutto, da un lato, le argomentazioni di Angelo Panebianco e di Sergio Romano: la legge voluta dalla CdL conteneva aspetti non poco discutibili ma la vittoria del no avrebbe rafforzato i conservatori costituzionali, rinviando a tempo indeterminato il discorso sulla riforma; dall'altro, gli editoriali, apparsi sul "Corriere della Sera", di Giovanni Sartori e di Claudio Magris, la cui (pur diversa) faziosità ideologica nei confronti del centro-destra mi era parsa espressione dell'intramontabile teopompismo italico.


Aggiungo, però, che, nonostante la firma, non sono andato a votare: per la domenica, infatti, avevo prenotato da settimane un treno per Napoli e il mio "impegno civico" non era così forte da farmi rimandare un incontro con amici a cui tenevo molto - il mio liberalismo è sempre stato venato di "‘qualunquismo" e di "antipolitica". Per giunta, non mi era affatto piaciuta la campagna elettorale del Cavaliere che aveva trasformato una questione pubblica di grande rilevanza, la riforma del testo costituzionale, in una revanche personale contro Prodi - la famosa "spallata". E, per finire, ero sicurissimo che i "no" avrebbero non vinto ma stravinto, anche se non potevo prevedere un'affluenza alle urne così insolitamente alta per una consultazione referendaria. Tale sicurezza, condivisa, peraltro, da tutti i miei amici liberali (di centro-destra e di centro-sinistra), poggiava sulla considerazione elementare che gli Italiani non erano minimamente interessati alla devolution e al "vero" federalismo: del Titolo V non gliene poteva fregare di meno e così della Padania di Bossi e di Calderoli. Il nadir dell'affluenza alle urne, non a caso, è stato toccato dalle regioni meridionali che, assieme alla Lombardia e al Veneto, rappresentano per la Cdl la più sicura riserva di voti.

Visto com'è andata a finire, da uomo della strada che si sforza di ragionare con la propria testa, mi sono chiesto: ma davvero il Cavaliere - che di sondaggi se ne intende, se si considera che nelle ultime elezioni politiche i suoi esperti hanno dato prova di grande professionalità - ha pensato seriamente di avere la vittoria in tasca? E com'è possibile che un giocatore abile come lui si sia potuto illudere sulla mobilitazione del popolo federalista? E che non si sia posto il problema dei possibili scenari del dopo-referendum?

Di quegli scenari, se ne potevano prefigurare almeno quattro. Il primo ,che definire "ipotesi dell'irrealtà" sarebbe un eufemismo, era quello della vittoria schiacciante del sì: ne sarebbe derivata una delegittimazione etico-politica totale del centro-sinistra e una spaccatura verticale del paese dalle conseguenze drammatiche. Il duo Berlusconi-Bossi avrebbe celebrato i suoi trionfi ma CDU e AN sarebbero andati incontro a un destino malinconico di reggicandela o, se si preferisce, di portaborse. Il secondo, meno irrealistico, era quello di una vittoria risicata del sì, che facendo il paio con la vittoria al foto finish dell'Unione alle elezioni politiche, avrebbe fortemente indebolito il governo Prodi ma non al punto di provocarne le dimissioni. Il terzo, moderatamente realistico, era quello di una prevalenza leggera del no, che non sarebbe stata certo esaltante per il governo delle sinistre ma avrebbe fatto riguardare l'opposizione con maggior timore e rispetto. Il quarto era quello che si è poi realizzato: la vittoria schiacciante del no - determinata da una consistente partecipazione al voto - con il risultato non solo di una insperata legittimazione del premier Prodi e della sua coalizione ma, altresì, di una crisi profonda della CdL che avrebbe visto la riemersione a cielo aperto delle sue insanabili fratture interne.

Un politico, dotato d'intelligenza e di senso di responsabilità, non avrebbe neppure preso in considerazione né la prima né la quarta. ipotesi: farlo sarebbe stato il segno inequivocabile o di un precoce rimbambimento senile (nel caso della prima), o di una vocazione al suicidio (nel caso della quarta). Berlusconi, pertanto, deve aver pensato solo alla seconda (una bella riconferma del suo ruolo di guida) o alla terza (sconfitta ai punti). Sennonché poteva puntare su una vittoria di stretta misura del sì il leader di una coalizione che sapeva ( o avrebbe dovuto sapere) due cose note persino ai sassi: che un alleato, l'UDC, era , a dir poco, molto tiepido sulla riforma costituzionale e che un altro, AN, seguiva unicamente per compiacerlo, essendo consapevole, per il resto, di combattere sotto un'insegna del tutto ostica al suo elettorato tradizionale (come a quello di Casini, del resto)?

E allora perché imbarcarsi in questa impresa fallimentare? Per una promessa fatta a Bossi e alla Lega e mantenuta nonostante l'intima certezza della débacle annunciata? Se così fosse, gli elettori del centro-destra dovrebbero davvero richiedere, per il Cavaliere, l'interdizione dalla politica! Ma come? Per questioni di bassa cucina elettorale, si mette a repentaglio una coalizione, si rafforza l'esercito nemico, si pongono le premesse di assai probabili divorzi, si compromette per chissà quanto tempo l'alternanza al governo? Il politico di professione - ci hanno insegnato i grandi "realisti" della storia del pensiero politico - è quello in grado di valutare il rapporto costi/benefici. Una prevalenza stentata del sì - più di questo non si sarebbe potuto pretendere - avrebbe comportato benefici tali da far correre il rischio di una sconfitta dalle conseguenze catastrofiche? Quando su un piatto della bilancia sta una vittoria di Pirro e sull'altro Waterloo, solo un analfabeta della politica può continuare il gioco.

Il fatto è che la presenza del Cavaliere sulla scena politica sta durando un po' troppo: più di quella di Bettino Craxi, quasi uguale a quella di Giolitti, più del doppio di quella di De Gasperi. Pensare a lui come alla guida prestigiosa dell'opposizione liberale diventa sempre più difficile. Come Mussolini, Berlusconi è un grande tattico ma un mediocre stratega: riesce a recuperare consensi quando tutto sembra irrimediabilmente perduto (la rimonta elettorale di quest'anno, che ha bloccato l'irresistibile ascesa del centro-sinistra, ricorda il colpo d'ala di Mussolini dopo il delitto Matteotti ) ma, a differenza di Giolitti o di De Gasperi, non ha in mente nessun autentico"grande disegno". Il weberiano Beruf, diciamocelo, è cosa ben diversa dall'abilità manageriale e dalle intuizioni dell'abilissimo pubblicitario.



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