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Diritti umani a Guantanamo PDF Stampa E-mail
Scritto da Orlando Sacchelli   
24/06/2006

ImageLa prigione di Guantanamo non è certamente paragonabile a un campo di concentramento tipo Auschwitz, come vorrebbero farci credere alcuni ferventi antiamericani. Ma nella sostanza siamo di fronte ad una palese violazione del diritto. Non si riesce ancora a capire sotto quale giurisdizione siano tenuti prigionieri gli ospiti di Guantanamo. Terroristi, fiancheggiatori, delinquenti comuni o prigionieri di guerra? A ognuna di queste categorie corrisponderebbe un particolare tipo di trattamento, prima di tutto a livello giuridico. Invece niente, non si sa niente.


L'Amministrazione americana, che nel mondo combatte in nome della libertà, in questo caso sta violando le più elementari regole del diritto internazionale. A qualunque prigioniero, nella civiltà del diritto, deve essere riconosciuta una difesa e un trattamento adeguato. In nome della lotta al terrorismo internazionale, più che doverosa, non si può legittimare tutto, benché meno la violazione di quei diritti umani tanto sbandierati in altre circostanze. Il fine non può giustificare i mezzi, né a Guantanamo né altrove. Il presidente Bush di recente ha dichiarato alla stampa di voler far chiudere Guantanamo, assicurando però alla giustizia tutti i suoi prigionieri. Speriamo che non debba passare troppo tempo prima dall'attuazione concreta di questo auspicio.



Orlando Sacchelli



America chiudi Guantanamo

Mi trovavo nella base americana di Guantanamo appena più di un anno fa e il clima che ora vi regna, suppongo, non deve essere molto cambiato.
Il paradosso, innanzitutto, di questo avamposto
dell'impero che sconfina nel cuore dell'ultima colonia dell'altro impero, ormai defunto. Un certo non so che nell'aria, l'azzurro tropicale del cielo e del mare, i volti del personale di servizio, i passeggeri del ferry che attraversa la baia, le facciate variopinte delle case intraviste attraverso i finestrini dei veicoli blindati, che ci ricordavano di essere veramente, fisicamente, a Cuba. La base stessa, con la struttura tipica, e tanto più strana qui, di tutte le basi americane nel mondo: ville per gli ufficiali, scuole per i loro figli, McDonald's fra due posti di blocco, club di immersione e di fitness, locali notturni, Starbucks, campi da golf vicinissimi ai fili spinati, negozi.

E poi, raggruppati nella parte sud dell'isola, sulle spiagge, i campi veri e propri: «X Ray», il primo, è una specie di pollaio umano le cui gabbie metalliche, arroventate dal sole, erano invase da erbacce e topi; «Iguana», in cima alla falesia, riservato ai «terroristi» di età inferiore ai 15 annimache, all'epoca, era vuoto; «Camp Delta», più recente e invece in piena attività, con i suoi reticolati, le torrette d'osservazione, la scritta «Onore e libertà» in immense lettere bianche sull'ultima staccionata e la serie di blocchi, differenziati secondo le categorie di detenuti; «Delta 2» e «3» per i detenuti «normali», rinchiusi in celle cinte da reti metalliche, aperte le une sulle altre, senza alcuna intimità possibile; «Delta 5», centro di alta sicurezza riservato ai soggetti ad «elevato valore d'informazione», dove ho visto stanze vuote e dotate di energia elettrica che potevano esser sale di tortura; infine, «Delta 4» e «Delta 1» per i detenuti «docili» o «cooperativi», riconoscibili dalle loro tute bianche o beige e che, diversamente dagli altri, hanno diritto a celle quasi chiuse, a passeggiate, partite di pallavolo, romanzi polizieschi: è qui che si sono appena uccisi, impiccandosi con lenzuola e vestiti, due sauditi e uno yemenita.

Allora, quel che dicevo all'epoca, non posso che ripeterlo oggi, alla luce di quanto è successo: Guantanamo non è certo Auschwitz; né il numero dei suoi detenuti né le loro condizioni di prigionia né soprattutto ciò che si sa sul loro stato di servizio nel grande esercito della jihad internazionale permette di farne, come vorrebbero gli anti-Bush pavlovizzati, l'equivalente di un gulag americano. Ma nel principio stesso di questa prigione offshore, nell'incertezza in cui si trovano quegli uomini, nel rifiuto dell'amministrazione di dirci, di dire loro, se sono delinquenti di diritto comune (nel qual caso dovrebbero aver diritto a un processo), terroristi (un altro tipo di processo, forse corti marziali) o ancora prigionieri di guerra (applicazione della Convenzione di Ginevra), nello spettacolo dei simulacri di giudizio ai quali ho avuto occasione di assistere e dove si presuppone che una troika di ufficiali determini, a porte chiuse, senza avvocato, se il «combattente nemico» (quel giorno, un povero diavolo privo di una gamba, con l'unico piede incatenato a un anello fissato al suolo, ammanettato, che sembrava non avere la minima idea, dopo quattro anni, delle ragioni per cui si trovava lì) rappresenti ancora o meno un pericolo per gli Stati Uniti, ecco, in tutto questo, nell'esistenza stessa di questa zona di non-diritto, in questo no man's land giuridico propizio, certo, a tutti gli abusi extragiudiziari, c'è qualcosa di sconvolgente per i detenuti, deleterio per l'immagine dell'America e indegno, è il minimo che si possa dire, di una grande e potente democrazia.

Bisogna chiudere subito Guantanamo, ecco la verità. Bisogna finirla, come esortano, negli stessi Stati Uniti, voci sempre più numerose che si levano tanto dai repubblicani che dai democratici, con uno stato di cose che nuoce all'immagine, dunque alla causa, degli anti-terroristi responsabili. E bisogna, intanto, punire l'oscuro cretino, il comandante della base, il quale, interrogato sui tre suicidi, non ha trovato nulla di meglio che fustigare quei mascalzoni di morti che non hanno — sic — «alcun rispetto» per la vita umana e la cui morte deriverebbe non da un gesto di disperazione ma da un «atto di guerra asimmetrico» diretto contro gli Stati Uniti! Meno che mai i fini giustificano i mezzi. Più di chiunque altro, gli avversari numero uno del fascismo islamista hanno il dovere di essere fedeli ai valori di cui sono gli araldi.

E tocca a noi europei scongiurare i nostri amici e alleati di mettersi in regola con i principi che non sono soltanto i nostri, ma i loro; tocca a noi ricordare, senza indugio, che non si difende lo Stato di diritto con gli argomenti dello stato d'eccezione.



Bernard-Henry Lévy
(traduzione di Daniela Maggioni)
Corriere della sera, 14 giugno 2006


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