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L'Italia è il paese degli aggettivi che uccidono i sostantivi, come ebbe una volta a osservare spiritosamente Filippo Turati, ma a volte è anche il paese in cui i sostantivi depotenziano gli aggettivi, riducendoli alla loro ombra. Due esempi significativi: "l'antifascismo democratico" e la "costituzione repubblicana". Nel primo, la democrazia sembra quasi la naturale conseguenza dell'antifascismo (e della Resistenza); nel secondo, la repubblica sembra quasi la rilegatura in pelle pregiata e con fregi dorati del testo costituzionale. In entrambi i casi ciò che più conta è relegato in secondo piano e il mezzo diviene fine.
In realtà, l'antifascismo, mettendo da parte tutte le polemiche revisionistiche e antirevisionistiche spesso strumentali, è stata una cosa buona non in sé ma in quanto ha contribuito, con le ben più determinanti forze armate alleate, ad abbattere la dittatura e a restituire all'Italia libertà e dignità. Se avesse avuto come obiettivo quello di sostituire a una tirannide nera una tirannide d'altro colore sarebbe stato una cosa cattiva, simile a una cura che guarisca dalla polmonite ma causi il cancro alla prostata: è accaduto nelle cosiddette "democrazie popolari" dell'Est.
Alla stessa maniera, la Costituzione è degna di rispetto in quanto si pone al servizio della Repubblica, intesa non solo come "governo di popolo", nella definizione incisiva dei profeti dell'unità nazionale, ma, altresì, come "libero reggimento", tutela efficace delle libertà politiche e civili dei cittadini, dei gruppi, delle comunità. Le due diverse retoriche, che hanno assimilato antifascismo e democrazia, da un lato, e costituzione e repubblica, dall'altro, non hanno rafforzato l'amor patrio né hanno gettato le basi di quei "valori comuni" di cui tutti i regimi politici, e soprattutto quelli fondati sul consenso, hanno bisogno.
E' un fatto che il fascismo e la sciagurata guerra dell'Asse hanno diviso gli Italiani, hanno eroso per sempre la legittimità dinastico-sabauda, hanno alimentato rancori e vendette, da una parte, e fughe utopiche e insieme antimoderne, dall'altra. Nella profonda crisi civile che ne è derivata, presentare la democrazia come indissolubilmente legata all'antifascismo - che pure, ripeto, ha collaborato a restaurarla - ha significato solo fare della democrazia non un bene di tutti ma un simbolo di parte, e, per giunta di una parte minoritaria del paese se si pensa che, nel 1944, Parri calcolava a cinquantamila il numero dei partigiani. Del pari, legare la Repubblica alla Costituzione ha fatto sì che ogni riserva nei confronti di norme e principi contenuti nella seconda venisse riguardata come un tradimento, più o meno consapevole, della prima. E' una sindrome di questo genere che portò, tempo addietro, a demonizzare una delle più luminose figure della Resistenza europea, quel Randolfo Pacciardi che, a tanti anni dalla sua morte, attende ancora uno storico che renda giustizia al suo ardente repubblicanesimo e che riconosca come fosse quest'ultimo a fargli denunciare le pecche della Costituzione repubblicana.
No, in un paese che sia democratico senza complessi di sorta, uno Statuto, una Costituzione possono e devono essere sempre ripensati e ‘revisionati', al fine di colmarne gli inevitabili vuoti e, all'occorrenza, eliminarne i rami secchi di ostacolo alla regolamentazione delle nuove forme del vivere sociale.
E' la Repubblica che va elevata agli onori degli altari in quella "religione civile" - da non confondersi con la religione politica - che distingue la democrazia dalle altre forme di governo. Quanto alla Costituzione, ricordiamoci di Pacciardi e stiamo ben attenti a non condannare all'esilio in patria quanti non concordano affatto col Presidente della Camera che l'ha definita "la più avanzata e progressista costituzione del mondo". (Sul piano della difesa dei diritti, lo era anche quella sovietica, promulgata nel periodo più buio del terrore stalinista e tale la considerò un ingenuo e prestigioso filosofo del diritto, alfiere del socialismo liberale).
Le costituzioni sono buone se operano come efficace carburante del motore repubblicano. Ora se, in Italia, il sistema politico ha funzionato in maniera così poco soddisfacente, sia nella Prima che nella Seconda Repubblica, sarà pur lecito ritenere che qualche possibilità ce l'abbia anche la nostra "magna charta libertatum". E sottolineo, non retoricamente il "qualche" nella consapevolezza che le dinamiche politiche dipendono in larga misura dagli assetti sociali e dalle culture corrispondenti ma devono pure trovare degli alvei istituzionali che non siano dei letti di Procuste. Richiamare, pertanto, l'attenzione su quelle parti della Costituzione che non definiscono adeguatamente o per lo meno non aggiornano doveri e competenze dello Stato, degli enti locali, dei cittadini non configura alcun reato di lesa maestà democratica.
Certo, nella battaglia politica, può risultare più utile e più comodo dire che i discorsi sulle foibe o sui triangoli della morte mirano a sbarazzarsi dei diritti di libertà e a resuscitare vecchie ideologie autoritarie; o che il referendum per la revisione della Costituzione sia una mina vagante, destinata a far implodere la Repubblica. La democrazia e le repubblica, però, non hanno bisogno di essere difese da squadristi della mente che, per proteggerle dai presunti nemici, finiscono col sequestrarle e col farne bandiere di fazione.
Dino Cofrancesco Il Secolo XIX (02/06/2006)
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