mercoledì, 20 agosto 2008

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Date: 2008-01-21 14:19:31
Liberalia N.48

Liberalia - Comitati per le libertà

Newsletter N.48 - 21/01/2008
A cura di: L. Frassi, A. Gazzaniga, S. Magni, O. Sacchelli


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LEGGE ELETTORALE - La vera legge truffa

- Non è quella che emergerebbe dal referendum elettorale, nonostante i giochi di prestigio di quei furbacchioni dei difensori del sistema proporzionale. La vera legge truffa è quella che, tedesca o francese, israeliana o spagnola, lascia nelle mani dei partiti la scelta delle candidature, delle coalizioni, delle crisi di governo. E che senso avrebbe comunque una modifica alla legge attuale che, fingendo di restituire il voto di preferenza agli elettori, metterebbe nelle mani dei capicorrente la scelta e l’ordine dei nomi che figurerebbero sulle schede? Qui, nel dire no al mito del "governo efficiente" quando manca la partecipazione diretta degli elettori, passa la vera discriminante tra chi ritiene che la sovranità risieda nei partiti, e chi (come noi) creda invece, e fermamente, che sia una prerogativa del popolo.



POLITICA - Requiem per la concertazione

- L’aveva invocata Romano Prodi, all’inizio, come filosofia di governo da contrapporre al cosiddetto decisionismo di Berlusconi: una strategia avvolgente che avrebbe dovuto consentire a ognuno non solo di dire la sua, ma anche di partecipare alle prese di decisione finali: il toccasana per la politica e l’economia italiane. L’esito di questo stile di governo è sotto gli occhi di tutti: trionfo dell’immondizia a Napoli, blocco dell’energia nucleare, rinvio delle linee ferroviarie ad alta velocità, rinuncia alle liberalizzazioni (cominciando dai tassisti e commercianti), contratti parassitari per il pubblico impiego, poste e altri servizi pubblici allo sbando. Chiunque verrà dopo Prodi, è pregato di seppellire la concertazione per il resto del secolo.



MEDIA - Che fa Time? Sceglie Putin come uomo dell'anno e dimentica i torturatori di Al Queda

- Il Time poteva scegliere come personalità del 2007 il popolo della Birmania. Non sarebbe stata la prima scelta collettiva, basti ricordare che, nel 2003, "uomo dell’anno" erano i soldati americani. Ma il candidato birmano è stato scartato. Potevano scegliere una donna, Jo Rowling, autrice della fortunata serie Harry Potter. Ma non è stata scelta neppure lei. Potevano scegliere un generale, David Petreaus, che sta rapidamente trasformando il "pantano" iracheno in una guerra che può essere vinta, ridando speranza agli Americani e soprattutto a milioni di iracheni. Ma... no, non è nemmeno lui l’uomo dell’anno. Un altro candidato era Al Gore. Ha vinto il Nobel, anche se spacciando per vere delle teorie giudicate faziose. Niente. Forse era più favorito Hu Jintao, ritenuto l’autore del nuovo miracolo economico cinese. Anche se sta violando tutti i diritti umani. E invece no: la copertina del Time è stata vinta un leader ancora più cattivo di lui, che oltre a violare i diritti umani, si rifiuta di modernizzare il suo paese. Uomo dell’anno 2007 è Vladimir Putin.
Contemporaneamente, l’informazione sul Medio Oriente non è stata più equa nel 2007. Sulle torture di Abu Ghraib si sta parlando ancora adesso, a più di tre anni di distanza. Le foto del trattamento inflitto dai carcerieri americani ai prigionieri iracheni sono diventate un simbolo. Il pittore Fernando Botero ne ha tratto anche una serie di quadri. Ma chi parla delle torture inflitte ai civili iracheni catturati dai guerriglieri di Al Qaeda? Solo pochi esperti del settore. Eppure si tratta di supplizi ben più dolorosi e letali (stando ai manuali per i torturatori trovati dagli americani e pubblicati su Internet senza censure) rispetto a quelli pensati dai pur sadici carcerieri di Abu Ghraib. E soprattutto sono inflitti a una gran massa di sventurati. E’ del 19 dicembre scorso l’ultima tragica scoperta: un centro di tortura di Al Qaeda, dotato di catene, letti in ferro collegati a generatori elettrici e tanti altri attrezzi per provocare una morte dolorosa ai prigionieri. In una fossa comune, vicina al rifugio dei terroristi, sono stati trovati 26 cadaveri di civili iracheni. Qualcuno dedicherà loro quadri e manifestazioni? Finora nessuno ha fiatato.



ISRAELE - Bush riconosce l’errore di non aver bombardato Auschwitz, mentre a Oxford...

- Nel corso della sua visita nel Medio Oriente, il presidente statunitense George W. Bush si è recato allo Yad Vashem, il Memoriale dell’Olocausto di Gerusalemme. "Avremmo dovuto bombardare Auschwitz" ha confidato a Condoleezza Rice nel corso della visita, osservando le foto del campo di sterminio scattate dalla ricognizione aerea americana. L’affermazione è solo apparentemente ingenua. In realtà si inserisce in un dibattito storico che dura dalla II Guerra Mondiale: pur essendo a conoscenza della macchina dello sterminio nazista, né l’aviazione britannica, né quella statunitense bombardarono i campi e le linee ferroviarie che trasportavano quotidianamente i deportati verso morte sicura. I bombardamenti non avrebbero interrotto il genocidio, ma lo avrebbero ostacolato, quantomeno rallentato. Al dibattito storico subentra anche una questione etica. La scelta di bombardare o no i campi non era automatica. L’aviazione degli Alleati aveva i mezzi per condurre i raid e, se li avesse condotti, non avrebbe corso rischi maggiori, né distratto in modo sensibile le sue forze dagli altri suoi obiettivi. Quella di Bush, dunque, diventa l’ammissione di una colpa e una promessa a non ripetere l’errore. La colpa è di non aver riconosciuto da subito la natura maligna del regime nazista. La promessa è di riconoscere che il Male esiste e va combattuto senza esitazione. "Il Male esiste" ha dichiarato Bush al termine della sua visita a Gerusalemme "...e bisogna sapergli resistere": un’affermazione coerente con la dottrina Bush per la lotta contro i regimi totalitari. Ad Oxford qualcuno potrebbe non essere d’accordo. Infatti la Oxford Union, prestigioso forum studentesco dell’università britannica, sta organizzando un dibattito, non sul diritto di combattere il totalitarismo islamico, bensì sul diritto di Israele ad esistere. Ed entrambi i relatori invitati a partecipare al dibattito hanno molti dubbi in merito. Norman Finkelstein si è espresso a favore di Hezbollah (il cui obiettivo è la distruzione dello Stato ebraico) dichiarando che si tratta di un partito che "esprime la speranza" del popolo libanese. L’altro relatore, il professore di filosofia Ted Honderich, ritiene che i palestinesi abbiano "...un diritto morale nel condurre il terrorismo contro Israele", oltre a paragonare Israele al Sud Africa dell’Apartheid.



MAROCCO - Alla Parigi-Dakar vince uno solo: Al Queda

- E’ la prima volta che, a causa di Al Qaeda, salta l’importante e celeberrimo evento sportivo che sinora, dal 1979, ha attirato i media di tutto il mondo e ha fatto girare l’economia dei paesi del Maghreb. Gli organizzatori della gara di fuoristrada hanno preso la decisione dopo l’ennesimo allarme attentato proveniente da Parigi. Il direttore della corsa, Etienne Lavigne, ha dichiarato che: "Il governo francese ha invocato la ragion di Stato per raccomandarci di non dare il via al Dakar. I timori peggiori riguardavano la tratta della corsa in Mauritania, meno controllabile. Ma tutto il tracciato della gara poteva essere potenzialmente sotto tiro. Il ministro degli esteri francese Bernanrd Kouchner ha definito la scelta di non correre come una "decisione saggia". Per i paesi ospiti è una sconfitta economica. Per i corridori è un sogno infranto. Per Al Qaeda è un’altra vittoria: ancora una volta sono riusciti a imporre la loro censura sul nostro divertimento.



STATI UNITI - Chi è più liberista tra i repubblicani?

- "Il reaganismo ha fatto il suo tempo": lo ha dichiarato il candidato repubblicano Mike Huckabee, tradizionalista, all’inizio delle primarie "caucuses" in Iowa. Mike Huckabee, ex pastore evangelico, preoccupa i conservatori americani anche per un altro motivo: si presenta come un candidato populista, che ha il contatto diretto con il popolo saltando i "poteri forti". E cade nella facile tentazione di puntare il dito contro i grandi capitalisti, non tanto contro lo Stato. La National Review, che si è fatta promotrice, sin dagli anni ‘60, della nuova cultura conservatrice, è ovviamente insorta. "I Repubblicani saranno ancora più liberisti in economia, tradizionalisti nella morale e nazionalisti nella difesa rispetto ai Democratici ancora per molto tempo" hanno scritto gli editorialisti della prestigiosa rivista filo-repubblicana. I Repubblicani mantengono saldamente i tre pilastri della loro politica, anche se vi sono più le condizioni che, alla fine degli anni ‘70, spianarono la strada alla vittoria di Ronald Reagan: criminalità, inflazione e un’Unione Sovietica in piena espansione. "Un mondo cambiato porta ad applicare gli stessi principi ad un contesto diverso. Non implica l’abbandono degli stessi principi e la svendita degli elettori conservatori", sostengono, in sintesi, gli editorialisti della National Review. Non sembra d’accordo il repubblicano Arnold Schwarzenegger, governatore della California e di idee sempre più ecologiste e liberal. Pur essendo dalla stessa parte politica del presidente, ha denunciato l’amministrazione Bush per avergli negato la possibilità di legiferare per limitare le emissioni di anidride carbonica. E’ un paradosso: quando Reagan era governatore della California, vinse il referendum per ridurre la pressione fiscale, un segnale che gli Americani consideravano lo Stato "non come una soluzione, ma come un problema". Adesso proprio la California vuole più Stato. Tuttavia è difficile che la sua linea prevalga tra i Repubblicani. Sinora il più favorito tra i candidati di destra (stando ai sondaggi, non tanto ai risultati delle prime elezioni primarie) è Rudolph Giuliani. Che è anche il più vicino alle idee liberali classiche. Ha steso un programma molto ambizioso sulla riduzione della pressione fiscale. Ha in mente un piano per la guerra contro il terrorismo basato sull’alleanza tra democrazie liberali e sull’esportazione della libertà in tutto il mondo. E sulle questioni etiche (tra cui aborto e matrimoni gay) è il più laico tra i repubblicani. Sarà lui il nuovo campione del liberalismo nella prima potenza del mondo?