- ANTIPOLITICA E DEMOCRAZIA DIRETTA
- GIÙ LE MANI DAL REFERENDUM
- MEDIO ORIENTE: LE MINACCE DEI FONDAMENTALISTI ISLAMICI SONO TUTT'ALTRA COSA!
- PAKISTAN: ELEZIONI PER FINTA?
- COREA DEL NORD: SMANTELLANO I SITI NUCLEARI, MA I GULAG?
- BOSNIA-ERZEGOVINA: IL MULTICULTURALISMO NEI BALCANI NON FUNZIONA NEPPURE SU PICCOLA SCALA
ANTIPOLITICA E DEMOCRAZIA DIRETTA
Continuano a chiamarla antipolitica, come se fosse l’esplosione di un virus Ebola o la misteriosa invasione degli Iksos. Invece è l’’ultima manifestazione di un fenomeno periodico nel costume italiano, un rifiuto in blocco del sistema che ha trovato espressioni più o meno illustri, durante il secolo scorso, in Marinetti, Giannini, Longanesi, Prezzolini e persino Flaiano. Ultimo, in tutti i sensi, è oggi Beppe Grillo. Dentro il termine antipolitica, che i partiti cercano di esorcizzare logorandone e banalizzandone l’uso, c’è anche la nobile battaglia contro la partitocrazia combattuta da un Panfilo Gentile, e anche qualcosa del populismo aristocratico di un Montanelli. Ebbene, se le cose stanno così, allora l’antipolitica ci appartiene: non però per accoglierla in blocco, ma per valutarla criticamente. Quando Beppe Grillo accusa i partiti di aver dimenticato il popolo, creando una casta, va applaudito. Quando accusa la legge Biagi sul lavoro flessibile di essere infame, il medesimo Grillo va preso (metaforicamente) a pedate nel sedere. La scommessa dei liberali resta quella di tradurre la sacrosanta indignazione popolare in partecipazione e sostegno agli strumenti di democrazia diretta: cominciando con il chiedere primarie obbligatorie per i partiti che si presentano alle elezioni; finanziamento alla politica solo facoltativo; limite ai mandati parlamentari; limite alle spese elettorali; elezione diretta dei pubblici ministeri e dei questori (dopo aver riformato i loro poteri).
GIÙ LE MANI DAL REFERENDUM
Giù le mani, cioè, non solo dal referendum elettorale - che comunque è il primo da sostenere - ma da tutti i referendum. Perché qui, nelle consultazioni popolari, si fa sentire chiara la voce della democrazia diretta, quella che fa scappare i Diliberto e i Mastella a gambe levate. Quella che spinge immediatamente i politici di professione ad attaccarle, disattenderle, ridicolizzarle, silenziarle, screditarle, sull’esempio di Bossi e Berlusconi. I referendum fanno paura anche se nessuno ha il coraggio di eliminare il quorum per estendere la loro validità (in democrazia conta chi vota, non chi sta a casa). Anche se nessuno ha la forza di stabilire che il responso sulla legittimità dei quesiti sia reso obbligatorio prima, e non dopo, la raccolta delle firme. O di far passare regole imperative che impongano all’esame del parlamento le leggi di iniziativa popolare (che si propongono attraverso una libera raccolta di firme).
Quanto al referendum elettorale, è ora di dire sì a una riforma che riduca il numero indecente dei partiti e partitini ideologico-clientelari, buoni soltanto a drenare risorse e a garantire ingovernabilità. Non sono le preferenze, poi, il toccasana: combinate al sistema proporzionale, hanno segnato soltanto in passato il trionfo del notabilato, della corruzione e in qualche caso anche del controllo mafioso-clientelare. E non lo è nemmeno il sistema tedesco (invocato comunque da alcuni segretari politici soltanto in modo strumentale). Perché il sistema tedesco all’italiana favorirebbe soltanto la permanenza inamovibile al governo di un centro clientelare e dei suoi alleati. Si deve procedere con fermezza verso un sistema bipartitico, invece, garantendo alle forze minori sì un diritto di tribuna, ma non di permanente ricatto verso chi governa.
MEDIO ORIENTE: LE MINACCE DEI FONDAMENTALISTI ISLAMICI SONO TUTT'ALTRA COSA!
"Taglieremo la testa delle due prostitute Britney Spears e Madonna". Queste le minacce dei leader jihadisti nell'eventualità in cui le due dive del pop mondiale, accusate di diffondere la "cultura di Satana", come parte della guerra contro l'Islam, rifiutino di convertirsi alla Sharia. "Se incontrerò queste puttane - ha detto Muhammad Abdel-Al, capo dei Comitati di resistenza popolare palestinese - avrò l'onore di essere il primo a decapitarle". Tali dichiarazioni sono parte delle interviste contenute in un libro distribuito nei giorni scorsi. Si tratta di "Schmoozing with Terrorists: From Hollywood to the Holy Land Jihadists Reveal their Global Plans - to a Jew!" di Aaron Klein. Klein intervista diversi leader jihadisti, cui chiede un giudizio su importanti icone americane.
Per Madonna si tratta della minaccia più grave ricevuta in tutta la sua carriera, anche se il suo stesso nome d’arte e un passato di video sul blasfemo andante l’hanno già resa bersaglio di critiche da parte dei cattolici (nei primi anni '90) e degli induisti, che ritennero blasfeme le immagini del primo video tratto da "Ray of Light" del 1997. Certo i fondamentalisti islamici, contrariamente ai gruppi che hanno protestato in passato contro la cantautrice italo-americana, aggiungono sempre l’elemento della violenza e della minaccia di morte alla loro protesta religiosa. La povera Britney, invece, non ha mai avuto a che fare con proteste di tipo religioso, sta appena rialzando la testa da un periodo di cupa depressione e ora può vedersela tagliare di netto da qualche zelante guerrigliero della Jihad.
PAKISTAN: ELEZIONI PER FINTA?
Il candidato "sfidante" delle prossime elezioni presidenziali in Pakistan non si fa troppe illusioni sull’esito: vincerà sicuramente Musharraf e il processo elettorale sarà solo una copertura per dare al paese una parvenza di democrazia. Lo dichiara senza mezzi termini Wajihuddin Ahmad al quotidiano pakistano "Dawn": "La questione non è vincere o perdere le elezioni. I giuristi non vogliono che il generale Musharraf vinca le elezioni incontrastato". Il vero sfidante, Nawaz Sharif, è in esilio in Arabia Saudita. Mentre si consuma la farsa di queste "elezioni", il paese reale continua ad essere in guerra contro i Talebani. Nella provincia nord-occidentale al confine con il Pakistan, il portavoce dei Talebani ha condannato tutti i comportamenti "non islamici". E quel che c’è di peggio è che le autorità locali potrebbero cooperare con i miliziani per far rispettare la loro legge, in base a una logica di compromesso e complicità.
COREA DEL NORD: SMANTELLANO I SITI NUCLEARI, MA I GULAG?
"Nella Repubblica democratica popolare di Corea, si sta aprendo uno spiraglio di novità" - questa la dichiarazione rilasciata dal Sottosegretario agli Esteri, Gianni Vernetti, di ritorno da un viaggio a Pyongyang. Dopo anni di tensione, di test nucleari e di prese di posizione che sono costate alla Corea del Nord l'inserimento nella lista degli "stati canaglia", pare che il governo abbia intrapreso la strada della normalizzazione dei rapporti con gli Usa, nonché la saggia decisione di collaborare con L'Aiea per smantellare entro l’anno i siti nucleari. Un'apertura che lascia purtroppo insoluto un nodo fondamentale: la persistente violazione dei diritti umani, riguardo alla quale i leader comunisti rimangono evasivi. Proprio nel senso di creare una pressione internazionale per le riforme, l'Ue presenterà una risoluzione di condanna di Pyongyang all'Assemblea generale dell'Onu. Ma la definizione "violazione dei diritti umani" non rende l’idea. Perché in Corea del Nord sono ancora in funzione i campi di concentramento, la cui esistenza è provata anche da foto scattate dai satelliti giapponesi e da numerose testimonianze di sopravvissuti. I morti provocati dalla politica rivoluzionaria del regime possono essere da un milione e mezzo a tre milioni, a seconda delle stime più o meno favorevoli al regime. E anche la carestia, l’ultima (in ordine di tempo) grande carestia del mondo, è imputabile alla politica di collettivizzazione della terra e razionamento del cibo del regime di Kim Jong Il.
BOSNIA-ERZEGOVINA: IL MULTICULTURALISMO NEI BALCANI NON FUNZIONA NEPPURE SU PICCOLA SCALA
Dragan Covic, presidente dell' Unione Democratica Croata, il principale partito croato della Bosnia-Erzegovina, ha definito oggi ''insostenibile'' l'attuale sistema costituzionale, proponendo una ripartizione del paese in quattro unità federali, per dare ai croati una propria autonomia.
In effetti, in base all'accordo di pace di Dayton, che ha posto fine alla guerra civile che ha insanguinato la Bosnia dal 1992 al 1995, il paese è stato diviso in due entità, dotate della maggior parte delle prerogative statali: la Republica Srpska ed una federazione musulmano-croata. Negli ultimi anni tuttavia la comunità internazionale ha puntato a spogliare gradualmente le entità dei loro poteri, in vista di un rafforzamento del governo centrale. Un obiettivo di difficile realizzazione, stando a quanto affermato da Covic, lamentando la "posizione subordinata dei croati rispetto ad altre nazionalità della Bosnia-Erzegovina". Ancora una volta riemergono, sul territorio dell'ex-Jugoslavia, forti spinte centrifughe, retaggio di conflitti antichi e mai sopiti e di differenze etnico-religiose ancora oggi palpabili. Quindi, non solo è fallito miseramente il multiculturalismo jugoslavo, non solo è fallito il micro-multiculturalismo bosniaco, ma adesso anche il nano-multiculturalismo della frazione croato-musulmana della Bosnia non regge alla prova della realtà dopo soli 12 anni di esistenza.
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