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E’ mancata una cultura liberale nella Casa della Libertà, dove si è creduto di conquistare la maggioranza sommando partiti, partitini e ideologie impresentabili (dai post-fascisti ai nostalgici della Dc). Quanto all’Unione, la miscela esplosiva di fondamentalismo laico, statalismo, movimentisimo post-comunista e pensiero “politicamente corretto” ha generato una coalizione numericamente vincente ma di certo senza futuro. Il caos elettorale, che sta danneggiando pesantemente l’immagine dell’Italia, è il risultato di una serie d’errori: alcuni d’immagine, altri sostanziali. Anzitutto, né Berlusconi né Prodi hanno riflettuto sul fatto che, delegittimando reciprocamente l’avversario e la sua coalizione, in realtà delegittimavano se stessi. Di più: minavano le basi del bipolarismo e dell’alternanza, unica possibilità di sopravvivenza della democrazia in Italia.
In secondo luogo, la scelta avventata del ritorno alla legge elettorale proporzionale ha favorito non solo lo scollamento interno delle coalizioni, ma soprattutto la spostamento del dibattito dai due programmi comuni contrapposti alla cortina fumogena delle ideologie di partito - buone soltanto a mascherare i sotterranei interessi di bottega. Il premio di maggioranza alla coalizione che ha raggranellato più voti – ricorrendo ad avventurosi apparentamenti – si è rivelato più una beffa per Berlusconi che un imbroglio. Con i risultati di aprile, le ragioni dei proporzionalisti all’italiana hanno subito una definitiva, irrevocabile bocciatura.
Urge trarre subito qualche utile lezione dal fallimento elettorale di aprile. Primo: concordare il prima possibile, e realizzare in tempi brevi, un ritorno al sistema elettorale maggioritario. Il modello deve rimanere la legge già sperimentata, a un solo turno di voto, che nonostante l’annacquamento proporzionalista del “Mattarellum” ha saputo consentire un eccezionale periodo di governabilità all’Italia. Questa volta, eliminando del tutto il proporzionalismo e consentendo però ai partiti minori un “diritto di tribuna”.
Secondo: rivedere il sistema del voto per gli italiani all’estero. L’assurdità di quanto accaduto dimostra che il voto deve essere ormai legato a un nuovo concetto di cittadinanza. Una cosa è infatti la cultura, compresa quella italiana, e un’altra la cittadinanza, che deve essere sempre certa, definita. Non si è cittadini italiani per discendenza etnica o per affiliazione sentimentale, ma perché si partecipa attivamente alla vita democratica della Repubblica. Tale partecipazione deve basarsi su due elementi essenziali: pagamento delle tasse e adesione formale ai principi di libertà e democrazia della Costituzione. Dunque, chi lavora e paga le tasse in Italia, da qualunque Paese provenga, deve avere diritto di votare, purché si sia impegnato pubblicamente, con giuramento, a rispettare la Costituzione (e abbia dimostrato di conoscere la lingua, la cultura e la storia del paese di cui intende essere cittadino).
Terzo: la figura anacronistica dei senatori a vita deve essere progressivamente abolita. E’ assurdo anche solo pensare che una maggioranza politica possa sostenersi sul voto di personaggi – per quanto prestigiosi – non eletti dal popolo. Chi illustra la patria nel suo campo d’attività - sia la letteratura o la produzione di automobili -. potrà essere certo degnamente onorato dalla Repubblica. Ma il voto in parlamento no, non gli spetta: esso è sacro e deve appartenere soltanto ai rappresentanti del popolo.
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