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Bassani civile
Scritto da Giuseppe Brescia   
Lunedì 01 Febbraio 2010 20:21

“Siamo dilettanti in tutto, ma non nel campo della vita morale. In questo campo sentiamo di non essere inferiori a nessuno, rivendichiamo la nostra competenza. Qui siamo altamente competenti”.
Queste espressioni son premesse alla raccolta in volume di Italia da salvare. Scritti civili e battaglie ambientali, degli interventi in rapporto alla attività a “Italia Nostra” di Giorgio Bassani (Einaudi, Torino 2005, a cura di Cristiano Spila e con una nota di Paola Bassani, che si dichiara memore degli anni in cui poteva difficilmente vedere il padre, eppur testimone di “caparbia volontà di ritrovarlo” per testargli eredità di affetti).

Il chiaro scrittore parla di un aspetto “sacro” del paesaggio italiano (pag. 71), di una vera e propria “religione” ambientale (pag. 75) in un “paese sacro” (pag. 78). Si rivolge all’ America, prendendo spunto dalla prodigiosa evoluzione spaziale, per dire “benissimo, ma ricordatevi che le vostre radici sono qui, in Europa e, soprattutto, in Italia” (nella intervista al “Villaggio” del dicembre 1973, pag.76).
Nel Simposio Europeo di Ferrara dell’ottobre 1978, “l’Italia è un paese sacro non soltanto per noi, ma per il mondo intero” (pag. 79).

Il 1978 è lo stesso anno in cui il Bassani, da noi invitato, intervenne in Andria al “Circolo Italia”, in qualità di Presidente di “Italia Nostra”, per proclamare “sacro” il colle circostante Castel del Monte, “sonetto di pietra”, “Diadema di Puglia”, qual viene definito il maniero federiciano, fatto segno di minacce di speculazione edilizia, in dispregio del vincolo paesaggistico decretato per legge nel raggio di cinque chilometri (Cfr. Il destino di Castel del Monte, “Nord e Sud”, marzo 1974, pagg. 104-107; Fermo impegno per la tutela di Castel del Monte, “Gazzetta del Mezzogiorno”, 13 dicembre 1978; Evocazioni ferraresi e memorie storiche, Laterza, Bari 2008; Nostalgia di Bassani, “Il Resto del Carlino” – Ferrara, 3 gennaio 2009; La difesa di Castel del Monte, “andrialive.it” del 20 ottobre 2009).

Così, nello stesso 1978, il Bassani discorreva di intervenire “soprattutto per il sud, per aiutare a risolvere il problema del sud, che è un problema drammatico, tragico” (Un paese sacro, pag. 80: esempi i sassi di Matera, Maratea, Taranto). E aggiungeva: “ Naturalmente, non siamo degli adoratori senza cultura, siamo degli storicismi e sappiamo distinguere ciò che è essenziale da ciò che è pura struttura”. In effetti, così, crocianamente, aveva osservato a Bruno Zevi sul tema “Vitalità delle compagini storiche, fattore e prodotto di riequilibrio tra città e campagna”: “Da vecchio storicista, caro Zevi, amo distinguere. E qui non sono come poeta, se tu mi permetti, ma come presidente di Italia Nostra” (pag. 78). Dove il cenno al rapporto tra parti essenziali parti strutturali riporta ancora al saggio del 1921 La poesia di Dante, e alla sua lezione e dizione civile.

In “Erbario” dell’ 8 dicembre 1984, con la intervista concessa ad Alfredo Cattabiani, chiariva come la posizione sua, e di Italia Nostra, differisse da quella dei Verdi o di qualsiasi consimile posizione parlamentare, perché “potrebbe in qualche modo condizionarmi, o potrebbe limitare la nostra tensione, che è una tensione di tipo religioso, e quindi assoluta” (sottolineatura mia: pagg. 104-105).
Alla proposta di mandare in America i Bronzi di Riace, Bassani nel 1981 si opponeva perché: “I bronzi di Riace non sono il prodotto di un’opera d’artigianato sia pure sommo, bensì autentici fatti d’arte, di poesia, e, come tali, unici ed irripetibili. Io vengo fuori da una società, da una cultura, da una esperienza che considera la poesia per l’appunto come un evento unico e irripetibile. Adesso, nel mondo in cui ci avviamo a vivere, si tende a mettere tutto su uno stesso piano. (..) Noi siamo diversi. La poesia deve essere considerata un fatto religioso, perché lo è” (pagg. 235-236).

Il Giardino dei Finzi-Contini, in Ferrara, in realtà, non esiste: Chiarisce ancora Bassani nel 1984: Corrisponde, piuttosto, al “Parco della Ninfa”, giardino di proprietà della principessa Margherita Caetani di Sermoneta, ubicato a Norma, nei pressi di Latina. Corrisponde alla “isola del passato”, come diverrà più tardi il giardino dei Finzi Contini, isola del passato” (pagg. 106-107). In proposito, Giorni Bassani evocava la propria poesia del 1950, Per il parco di Ninfa:

Perché dall’avvenire cui si assume esitante
Ancora la mia vita verrà un riso? di distante
Isola del passato, là, che chiama che invita!
Quel tuo lume non è il tuo, morte, intriso e tremante?

Allorché riceveva in Parigi il 3 febbraio 1972 la “Legion d’onore”, Bassani concretava, a un tempo, una felice caratterizzazione della Poesia e dell’ufficio ch’essa chiede ai suoi devoti, con lo scrutinio essenziale dei propri debiti verso la civiltà francese delle lettere e della memoria. Per il primo rispetto: “La Poesia, il geloso monarca del quale, esuli dovunque, essi sono (i.e.: i poeti), dovunque, i testimoni e gli ambasciatori, non tarderebbe a sconfessarli “ (nel caso di supina integrazione al sistema o subordinazione all’ideologia).

Mentre, per il secondo aspetto, lo scrittore non mancava di ribadire quanto sottolineato in sede di poetica più volte: “Ma –dico io? – e Flaubert ? Lidia Mantovani, la prima delle Storie ferraresi, un racconto d’una quarantina di pagine che scrissi quando ero ancora un ragazzo – soltanto qualche anno dopo aver smesso di passare le nottate sui Jules Verne, sui Dumas père, sui Ponson du Terrail, sugli Eugène Sue, ecc – deriva chiaramente da Un coeur simple. Il giardino dei Finzi Contini, di vingt ans après, implica, a monte, la lettura della Recherche (dal ’36 al ’38 non lessi niente altro, si può dire), e rappresenta, della Recherche, una sorta di indiretto, appassionato saggio critico. La stessa semplificazione e rarefazione del linguaggio, da me ottenuta a partire dagli Occhiali d’oro, non l’avrei perseguita senza l’esempio raciniano; e il finale di questo medesimo romanzo, col ‘di più’ esclusivamente lirico che offre rispetto a quanto precede, non è che una specie di quinto atto, in fondo, di quinto atto tipo, per intenderci, quello di Berenice, Quanto all’Airone, nessuno ci ha pensato: ma, a guardar bene, è ancora al Flaubert dei Trois contes che occorre riporsi per capirlo: e precisamente alla Legende de Saint-Julien l’ Hospitalier” (pagg. 63-64).

Ora, il patrimonio estetico presupponeva pur sempre la testimonianza morale, il fondamento dello scrigno spirituale dell’ “anima”. Sì che, in una delle sue ficcanti banderillas (come, per esempio: Mi sembra di averlo già detto, un attimo fa. Non le pare?”, a p. 114, nel 1984), il Bassani stesso precisava, nel 1972, a proposito di “Italia Nostra e i giovani”: “ L’anima, oggi, non dimentichiamolo, resta il nostro patrimonio più prezioso. Lo sanno molto bene i nostri avversari (e sono tanti), che l’anima, loro, l’hanno perduta da un pezzo “ (pag.65).

Ricorderete che dall’ Habeas corpus all’ Habeas animam aveva raccomandato di indirizzarsi l’amato Ignazio Silone (ancor qui citato, nella pagina 46). Mentre il filosofo Rosario assunto, fraterno e solidale, postillava: “Habeas litteras” (Cfr, le mie Evocazioni ferraresi e memorie storiche, pagg. 42-47). E Manlio Ciardo nel Moderno Principe aveva ammonito: “Il Moderno Principe non vuole più soltanto il nostro consenso: ma qualcosa che noi non siamo assolutamente disposti a dargli: la nostra anima“ (Sansoni, Firenze 1972).

La centralità dell’anima rifulge nel dialogo con Alfredo Todisco, La missione della cultura, del 7 ottobre 1973. Dove, oltre la polemica ideologica verso l’AntiRisorgimento e le posizioni di potere temporale della Chiesa, Bassani poneva l’accento sul primato della scoperta della coscienza morale. “L’evoluzione cui alludo è quella che ha fatto di ogni uomo, anche il più umile, un uomo, sede dello spirito. I greci e gli ebrei non erano riusciti a tanto. Il Cristianesimo sì. Ha messo anche nel più umile degli individui un’anima, pari a quella del monarca” (pag. 73), Non c’è, forse, almeno una eco del saggio del Croce, Perché non possiamo non dirci cristiani del 1943? (E non eran anche i temi coevi di Ignazio Silone, appunto, sulla “Fiera Letteraria” del 22 aprile 1951 e poi in Romanzi e saggi, Milano 1998, II, pagg. 1021-1025; Rosario Assunto sulla “Fiera Letteraria” dell’11 aprile 1954; Raffaello Franchini e lo stesso Assunto, Tra funerale carnevale. Note sulla cultura italiana d’oggi, prima nella “Voce Repubblicana” poi sulla “Rivista di studi crociati” del luglio-dicembre 1972, e ancora del Dissenso liberale del Franchini, Sansoni 1974 ?)

Storicamente, parlando del Patrimonio ebraico nazionale (Intervista a “Tuttolibri” del 17 febbraio 1983: qui, alle pagg. 249-250), il Bassani contestualmente contestava: “Lo Stato italiano non è uno stato cattolico, è uno stato laico”. Ed accertava, in sede etico-politica: “Siccome lo Stato non c’è, gli intellettuali, a seconda delle loro inclinazioni ideologiche, si lasciano assorbire dai vari potentati. Sono però convinto che gli intellettuali non devono limitarsi a stare nei partiti: devono tirare a qualche cosa di più” (pag. 74). E’ una cifra da “prepartito della cultura”, come nelle premesse del liberalismo crociano.

Per tornare a Ferrara, il Bassani invitava a tutelare soprattutto le mura, le antiche e sacre mura (pag. 190), via Montebello, le traverse stradine di via Carlo Mayr, il delta del Po, il Bosco di Mesola, evitando scempi di via San Romano o via Porta Reno (pagg. 222-227, dal Bollettino di Italia Nostra del 1979). E rispondeva per le rime al Sindaco d’epoca, che gli aveva imputato d’essere un “borghese”. Soprattutto, in un contesto che ricordava il nostro splendido Castel del Monte, parlava della Rocca di Narni. E citava con la mente che non erra (pag. 223: l’uso dantesco è quanto mai efficace in un “dantista-dantesco” poeta quale Bassani): “Si tratta di una delle più belle fortezze medievali che si possono incontrare in Italia, bella quasi come Castel del Monte, e tale che se si trovasse in Francia, in Inghilterra, in qualsiasi parte d’Europa, le scolaresche andrebbero di continuo a visitarla”. In effetti, l’anno prima era intervenuto in Andria, a difesa di Castel del Monte e del suo paesaggio.

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