| Metamorfosi del passato (da “dolce e caro”, a “terra straniera”) |
| Scritto da Giuseppe Brescia |
| Lunedì 19 Ottobre 2009 14:56 |
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“Fotografando Patrizia”, è il titolo di un ormai vecchio film di Salvatore Samperi, che ci sovviene a proposito delle polemiche sulle amicizie e frequentazioni dell’ onorevole Presidente del Consiglio nelle sue ville e nei palazzi. “My House is My Castle”, dicevano gli inglesi nell’Ottocento, l’Ottocento assai caro ai nostri patrioti di formazione mazziniana (come Petruccelli della Gattina). Due giovani, Giorgio Cipriani, già gran bravo ragazzo e studente in Giurisprudenza, e Francesco Carducci, giocatore di carte con manie di manipolatore delle coscienze e frequentatore di stupri, non senza escursioni nello spaccio di cocaina e in avventure di supporto in Spagna, stringono un’imprevista amicizia sull’orlo del baratro. Lo sfondo è quello di una Bari con donne di lusso annoiate, feste e festini a volontà, avvocati “drogati” dal vizio del gioco, cadute d’ideali ad ogni livello. Non è che manchino aspetti di poeticità nel ricordare, come ad esempio nella chiusa: “ A volte faccio un sogno. Sempre lo stesso: Sono su quella spiaggia in Spagna. E’ l’alba, come allora; e come allora c’è quella sensazione struggente di un momento perfetto, di una giovinezza tremenda e invincibile. Sono solo e guardo il mare, in attesa. Poi arriva il mio amico Francesco, anche se non riesco a vedere la sua faccia. Allora, insieme, entriamo in acqua. Quando abbiamo nuotato fino al largo mi accorgo che lui è scomparso. In quel momento mi ricordo che proprio quel giorno è fissata la mia seduta di laurea. Non ce la potrò fare, perché sono in Spagna. Il cielo è pieno di nuvole scure e, se il sole sta sorgendo, io non riesco a vederlo. Così rimango in acqua mentre cominciano ad alzarsi le onde. Con un senso ineluttabile della fine di tutto. Con una nostalgia infinita” (p. 259). Ora, nella Bari cinica e amorale che fa da contesto alle esperienze del giovane studente di giurisprudenza in crisi, spiccano le donne e, tra queste, una Patrizia (Capo otto della Parte prima). “Di chi è questa festa ?”, chiesi rendendomi conto che non lo sapevo- “Si chiama Patrizia. Il padre è miliardario. Hanno centinaia e centinaia di ettari di grano e altro. E’ stato il suo compleanno qualche giorno fa, credo”. – “Patrizia, una delle femmine più pericolose della regione. E’ campionessa di judo”, aggiunge Francesco (pp. 48-49). “Qualsiasi riferimento ad avvenimenti e persone è casuale”, avverte l’editore-autore. Il che è vero non solo burocraticamente ma filologicamente (la Patrizia del Carofiglio è mora, non alta ma compatta: a patto ovviamente che si tratti – diceva James Bond – di donna tutta mora o tutta bionda). Ma è reale la verità “idealtipica” della storia narrata e, soprattutto, del relativo ambiente. Certo, nessuno è “obbligato” a farsi condizionare deterministicamente dall’ ambiente in cui opera o vive. Ma il fatto stesso di “riesumare” questo tipo di storie, ben può leggersi come una forma di “controrivoluzione preventiva”, del tipo la paura che venga piuttosto a galla qualche altro aspetto veramente preoccupante, come per l’amministrazione meridionale della sanità e via dicendo. D’altra parte, non si vede perché, in generale, il passato (autobiografico e storico) debba essere “terra straniera” e non anche e sempre il “caro, dolce, il ‘pio’ passato” della trepidante e fedele memoria bassaniana, o di carducciana, crociana e storicistica elezione. Diamo atto a Carofiglio di essere stato come conquistato dal romanzo, pescato nella storica libreria Laterza di via Sparano, “Lo studente straniero”, là dove particolarmente si parla della giovinezza e dei suoi “giorni fragili in cui tutto ciò che accade, accade per la prima volta e ci segna in modo indelebile, nel bene e nel male” (p. 60); e, soprattutto, di aver colto nella propria sensibilità personale o familiare, quei ricordi, o “intermittenze del cuore”, che sembrano di volta in volta più calzanti e stranianti insieme: “Il passato è una terra straniera: le cose avvengono in modo diverso da qui”. Pure, per quanto ci preme, gli stessi anni del viaggio in Spagna, di Tienammen, del crollo del muro di Berlino, e poi del pellegrinaggio a Mont Saint Michel, come diversamente sono stati vissuti da qualcuno di noi! Son stati, per dire, gli stessi anni del concorso vinto in Filosofia Teoretica, o Ermeneutica Filosofica, tra il 1986 e il 1988 (Raggruppamento 190): concorso vinto, e poi stracciato impudicamente in nuovi verbali con nuove votazioni, perché forse mai e poi mai una cattedra sarebbe dovuta andare a un “out-sider”, “crociano” per di più (come usava dire, come se i prosecutori e gli eredi non inerti in filosofia si potessero etichettare alla stessa stregua di qualsivoglia conventicola!). E sono stati, quegli stessi anni, gli anni di “presidenza”, con la integrazione delle “due culture”, la umanistica e la scientifica o epistemologica; del dialogo con Karl Popper ed Erwin Chargaff; della attività sperimentale sul campo; e insieme di incredibili quanto immeritati rischi (vandalismo e teppismo, con strumentalizzazioni strategiche di questi stessi fenomeni), sopportati per il solo fatto di aver fatto del bene nel “sociale”, accrescendo posti di lavoro, numeri di classi e alunni, progettualità e personale. Ora, quali e quanto diversi orizzonti destinali, direbbe Heidegger ! Il viaggio mio personale in Spagna (addirittura l’8/8/88!) si chiudeva con la esaltante nascita della terza figlia; non già con spedizione di pacchi di cocaina presso una anonima casella postale barese, qual è quella esperita dal Carofiglio a Valencia (pp. 167-205: ossia capo 21-29 della Parte seconda). Confessa, alla fine, l’autore:”Dopo continuai a studiare, come un automa. Andai a fare il concorso per diventare magistrato e lo vinsi.Adesso faccio il pubblico ministero.Contribuisco a mandare in carcere quelli che commettono reati. Come le estorsioni, il gioco d’azzardo, le truffe, il traffico di droga A volte mi vergogno, per questo. A volte penso che dal passato salti fuori qualcosa - o qualcuno - e mi risucchi. Per farmi pagare il conto”. Ma è la storia stessa - diciamo noi -, con le molteplici sue “porte scorrevoli”, con i plurimi “destini incrociati”, ed a cavaliere tra il bene e il male, che lo “risucchia”, in sede di giudizio storico: in definitiva, è il passato come la globalità prospettica della “storia come pensiero e come azione”, non più e non tanto come “terra straniera”, come alienazione di gesti e propositi, a esigere il conto. Né è “groppo” da nulla, quello che Carofiglio si portava in seno: sì da sentire il bisogno, come aveva insegnato Goethe, di “liberazione dal passato”. Tant’è che, mentre molti autori giungono tardi all’autobiografia, per segno di come conquistata maturità, qui la ricerca di un momento catartico, del “raccontarsi” (come dice Duccio Demetrio, in sede di psicologia) risulta fortemente anticipata. Tenterei di raccogliere alcune annotazioni conclusive. Intanto, il “Chi è senza peccato, scagli la prima pietra”, menzione evangelica desunta da “Gesù e adultera”, la parabola finemente postillata da Croce nel 1939 (a cospetto di taluni “moralisti dell’immorale”, o moderni savonarola da strapazzo dei nostri tempi). Per l’ altro, dimenticando ogni rimpianto, questa volta personale, per il fatto di aver visto scorrere verso appariscenti e maggiori successi “intellettuali” più giovani e forse meno profondi, sul piano del pensiero. Anche se non siamo diventati – alcuni di noi “postcrociani” – europarlamentari o “accademici di nulla accademia” (come diceva Giordano Bruno), tutto il positivo che abbiam fatto non ce lo potrà mai togliere nessuno. E se nel 1986 addirittura a K. Popper dicemmo “i riflettori non si addicono a Socrate” (all’epoca della traduzione del messaggio Coscienza dell’Occidente); e dal discorso di Francesco De Sanctis agli elettori di Trani del 1883 (rivisitato da Benedetto Ronchi e Guido Malcangi) apprendemmo che “voi cittadini non vi sentite inferiori a nessuno”; ora possiamo rivendicare la caratteristica di “individui cosmico-storici” sul piano del pensiero e non dell’azione, come insegnava Raffaello Franchini interpretando Hegel: dal momento che, in effetti, tale alta qualifica avrebbe dovuto riferirsi proprio al campo del pensiero, cui il filosofo tedesco non l’aveva applicata. “Individui cosmico-storici”, per l’intenso pluriprospettivismo dei percorsi intellettuali fecondati, estetici ed eruditi prima, storiografici e filosofici, ermeneutici ed epistemici poi, sistematici ed etico-politici infine. Terra “ospitale”, e non “straniera”; “fucina del mondo”, da meritarsi tutele e prosecuzioni ideali tra i più giovani, ancora. Grazie anche a te, Gianrico! E dopo l’amato Rising di Sprengsteen, No line on the Horizon di Bono, la cui magica voce ha da poco cantato: “a volte non puoi farcela da solo”. “Sometimes you can’t make it on your own”: certo più poetico e commovente dell’ovvio Rolling Stones, che fa da abusato contrappunto a talune parti del racconto del Carofiglio. |

