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La Cina ha fame di libertà
Scritto da Libertates   
Martedì 20 Marzo 2007 14:49

ImageNell'anno in cui la Cina conosce la grande svolta, l'accettazione, da parte del Partito comunista che detiene il potere, del principio della proprietà privata, sia pure con l'eccezione - non di poco conto - della terra, parlare di libertà a Pechino e dintorni è quanto mai d'attualità. I Comitati per le Libertà hanno affrontato il tema "Z-yo", libertà in cinese, con Yu Zhang, uno scrittore cinese esule a Stoccolma e membro del Pen club internazionale. Avendo conosciuto e patito sulle proprie spalle il significato più profondo del regime oppressivo nel proprio Paese, Zhang ha voluto mettere in guardia chi, in Occidente, sia portato a pensare che la Cina sia profondamente cambiata in questi ultimi anni, grazie soprattutto al formidabile progresso economico. Bene, il progresso dell'economia in effetti c'è stato ed è tuttora in corso. La Cina corre come un treno sotto questo punto di vista, ma tre cose non sono affatto cambiate: il partito comunista che detiene il potere, il sistema dei Laogai e la censura. Tre elementi che contraddistinguono un regime brutale che calpesta la libertà del proprio popolo senza guardare in faccia a nessuno, venendo a patti con i governi dei Paesi occidentali, sempre più propensi a fare solo i loro interessi dimenticandosi, colpevolmente, dei diritti umani e delle libertà negate. Zhang ha sottolineato la grande attenzione la quale il regime, con il suo apparato, mette al setaccio la rete Internet, censurando di fatto ogni discussione e vietando addirittura moltissimi siti, con la compiacenza, purtroppo, di alcuni grossi nomi dell'informatica che, dopo accordi commerciali particolarmente remunerativi con la Cina, non hanno esitato a vendere dei prodotti già predisposti per la navigazione "censurata" sul web.

Toni Brandi, presidente della Laogai Foundation Italia, ha voluto sottolineare uno dei drammi più inquietanti che caratterizzano la Cina moderna, i Laogai, i campi di lavoro. In Cina esistono oggi 1045 campi di questo tipo, dove sono costretti a vivere milioni di persone. Creati nel 1950 da Mao Zedong, ognuno di essi ha due nomi, uno commerciale, riferito al marchio del prodotto che viene realizzato, l'altro invece fa riferimento al nome della prigione. Harry Wu, presidente della Fondazione Laogai, ha vissuto 19 anni nei Laogai, vivendo in 12 diverse strutture. La caratteristica peculiare dei Laogai è che la forza lavoro non costa nulla perché i lavoratori sono veri e propri schiavi costretti a turni massacranti, fino a 18 ore, in condizioni di vita disumane. E tutto questo nell'indifferenza del mondo, con molti prodotti che finiscono nei mercati occidentali.

Claudio Tecchio (sindacalista, coordinatore della campagna di solidarietà con il popolo tibetano), ha incentrato il suo intervento sulle gravi responsabilità dell'Occidente nei confronti di una Cina sempre più aggressiva e proiettata all'espansione, non solo economica ma anche territoriale e politica. "L'Occidente dimostra una subalternità culturale verso la Cina che non fa che alimentare quel senso di impunità che caratterizza il regime cinese. L'atteggiamento degli Stati occidentali è, per certi versi, simile a quello che si aveva verso la Germania nazista prima della guerra. La Cina presenta tutti i tratti caratteristici di una potenza neocoloniale, esattamente come la Francia e l'Inghilterra di una volta".

Fernando Mezzetti, scrittore e giornalista (inviato a Pechino dal 1980 al 1983), ha spiegato come gran parte dei figli della nomenklatura siano grandi imprenditori o finanzieri, ricoprendo incarichi da manager o alti dirigenti presso banche, società finanziarie o grandi industrie. Si intravede, così, una sorta di filo rosso che unisce il potere politico del regime a quello economico finanziario, sempre più importante nella Cina moderna. Un Paese in cui il 22% degli imprenditori è iscritto al Partito comunista. Eppure, nonostante tutto ciò che avviene in Cina per quanto riguarda le violazioni dei diritti umani e la negazione delle fondamentali libertà, nel mondo se ne parla così poco. Perché? Il mondo, forse, si sente per nulla o poco minacciato dalla Cina, così come invece si sentiva minacciato dall'Unione sovietica ai tempi della Guerra fredda. Il sistema sovietico è morto di comunismo, quello cinese invece ha fatto "suicidio ideologico" ma porta avanti il sistema autoritario che è alla base del regime.

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