Poco prima di arrivare a destinazione degli uomini in bicicletta lo avvisarono che gli agrari volevano tendergli un'imboscata. Rimandò subito indietro Stivano, compiendo da solo il resto di strada che lo separava dal paese. Arrivato a Castelguglielmo, notò subito uno strano movimento di fascisti e gruppi armati. Parlò ai lavoratori con tono pacato ma deciso, esortandoli alla resistenza. Alcuni agrari si presentarono per il contraddittorio, ma Matteotti rifiutò, ben sapendo che un vecchio metodo di questi era ingiuriare i lavoratori per provocarne la reazione, in modo da poter dare inizio alle loro violenze. Il futuro segretario del Psu si offrì, invece, di seguirli solo e parlare alla sede agraria.
Dopo un momento di sbandamento, dovuto allo stupore per il coraggio mostrato da quel socialista, accettarono. Tuttavia appena varcata la soglia dell'edificio, gli agrari tradirono i patti e circondarono Matteotti infuriati, minacciandolo rivoltelle allo mano. Volevano a tutti i costi costringerlo a fare una dichiarazione pubblica nella quale il socialista riformista manifestasse chiaramente l'intenzione di lasciare la politica e il Polesine. La risposta, però, li gelò: "Ho una dichiarazione sola da farvi: che non vi faccio dichiarazioni". Matteotti venne bastonato, preso a calci in ogni parte del corpo, ma non ritrattò. A forza lo portarono fuori e lo caricarono su un camion. Alcuni lavoratori cercarono di accorrere in suo aiuto, ma i fascisti li tennero lontani sparando in aria. Intanto i carabinieri rimanevano immobili in caserma. Lo portarono in giro per la campagna, sempre tenendogli la rivoltella puntata contro e il ginocchio sul petto. Minacciarono di ucciderlo se non si fosse ritirato dalla vita politica. Quando videro che ogni intimidazione era inutile, lo buttarono giù dal camion in corsa.
Matteotti si rialzò dolorante e percorse a piedi 10 km. Arrivò a Rovigo solo a mezzanotte. Lì lo attendevano per la proroga del patto agricolo un rappresentante del partito popolare, un fascista e due rappresentanti dei lavoratori. Aveva gli abiti in disordine, il volto leggermente tumefatto, ma era sereno e tranquillo. Dopo che furono usciti gli avversari i compagni lo rimproverarono per il ritardo, e lui si scusò in dialetto veneto sorridendo: "I m'ha robà".
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