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I tagli drastici di Cameron sono un’operazione di facciata per il Primo Ministro neo eletto, oppure una proposta concreta dai risvolti duraturi?
Il neo eletto Primo Ministro non ha fatto niente di più che mettere in chiaro quello che tutti sanno, cioè che il deficit inglese sta facendo 63 mld di sterline, quindi la percentuale in base annua sul PIL è oltre 11%, una situazione quasi ai livelli di quella greca. Naturalmente la Gran Bretagna non è la Grecia e quindi non corre i rischi che ha corso e che continua a correre la Grecia, però è chiaro che il rientro da questo debito spaventoso è una priorità per il Governo Cameron. Quindi i tagli saranno sicuramente sostanziali anche se lui si è preoccupato di chiarire che non torneranno comunque gli anni della Thatcher. Ricordare ad un inglese gli anni della Thatcher vuol dire riportar loro alla mente tagli selvaggi alla sanità pubblica, alla scuola, alle pensioni, all’assistenza per i meno abbienti, una prospettiva che spaventa parecchio il popolo britannico. Da qui la cautela di Cameron, il quale rassicura che i tagli non toccheranno le aspettative del welfare state.
È impressionante vedere un Primo Ministro che si insedia e, in quattro e quattr’otto prenda di petto la situazione. In Italia siamo abituati a parlare di cambiamenti, ma di attuarli praticamente dopo decenni…
I due sistemi politici sono enormemente lontani. È stato addirittura uno shock vedere in cinque giorni un Primo Ministro insediarsi a Downing Street. La tradizione britannica degli ultimi decenni ci insegna che il mattino dopo le elezioni, chiaramente vinte da un partito, la Regina chiamava il Leader di quel partito e gli dava l’incarico di formare il Governo. Queste elezioni che non hanno registrato la maggioranza assoluta e, dunque, hanno costretto ad un minimo di negoziato i partiti, hanno avuto come risultato che l’attesa di cinque giorni è sembrata agli inglesi di una lunghezza inaudita. Sono sistemi politici così diversi che non deve stupirci la circostanza che Cameron, appena eletto, possa prendere in mano la situazione e, forte di un' intesa assoluta, con il suo cancelliere liberale Nick Clegg è in grado di annunciare provvedimenti che in Italia avrebbero scatenato chissà quale reazione.
Cameron ha inaugurato la stagione dei tagli partendo dal suo proprio stipendio e rinunciando all’auto blu. Perché in Italia, al contrario sembra così difficile abolire i privilegi della casta?
Le tradizioni pesano molto. Ancora a metà degli anni 90 i deputati al Parlamento inglese percepivano una ridottissima indennità che ammontava appena a 30 mila sterline l’anno, perché tradizionalmente la funzione politica in Gran Bretagna era stata appannaggio delle classi alte ed era considerato un onore “rendere il servizio”, servire il Paese. L’idea della politica di professione si è affermata a cominciare da Tony Blair, probabilmente. Prima di allora una caratteristica della politica britannica è stato il dilettantismo, nel senso che chi la praticava non era un professionista; era un signore che proveniva da antiche e nobili famiglie. Quindi questa classe politica, non ha mai fatto della politica la sua fonte di sostentamento, fino alla metà degli anni ’90, quando invece anche qui la funzione della politica si è molto allargata. Però ancora oggi l’Inghilterra non ha quella sterminata pletora di corpi politici intermedi che abbiamo noi in Italia.
La ragione di questo è da ricercare esclusivamente nelle radici storiche della politica inglese?
Al livello istituzionale ci sono delle differenze sostanziali. L’Inghilterra non ha le Regioni. Esiste l’Assemblea legislativa di Scozia, del Galles e dell’Irlanda del Nord, ma l’Inghilterra propriamente detta non ha una sua Assemblea Legislativa. Non esistono i comuni, per esempio. In molti villaggi inglesi non ci sono le elezioni. Si tratta infatti di villaggi di mille, duemila anime, in cui gli abitanti si riuniscono in birreria e decidono a turno chi deve fare per sei mesi l’assessore alla cultura, al traffico e via dicendo. Quindi c’è un approccio molto diverso alla politica che da noi è diventata professione, molto di più e molto prima che in Gran Bretagna e a questo si accompagna un’idea del servizio pubblico più rigorosa. Per esempio qui in Gran Bretagna ha provocato grande scandalo la vicenda del marito del Ministro degli Interni che ha addebitato allo Stato 18 sterline per l’affitto di due porno film in albergo e questo ha fatto sì che il Ministro degli Interni si dimettesse. La verità è che le democrazie si somigliano, ma hanno delle storie molto diverse e molti comportamenti trovano una spiegazione nella storia.
In Inghilterra i Comuni si amministrano tra compaesani nei pub; in Italia da cinquant’anni non si riesce ad abolire le Province; non sarebbe il caso di prendere spunto dal modello inglese?
Se lo dico mi attaccano e mi accusano di essere anglofilo – è vero, io sono anglofilo! – ma trovo ammirevole la loro forma di Stato “leggero”, accompagnato però da una forte sussidiarietà sociale. È molto importante che la società inglese sia in grado di amministrarsi da sola senza l’intervento della politica su una miriade di terreni e di fronte ad una miriade di problemi. Noi abbiamo ottomila comuni perché siamo un paese con 100 città e 20 capitali, mentre qui, di città, c’è sempre stata solamente Londra. Seguendo il modello inglese, sarebbe opportuno tagliare almeno le province ed i comuni più piccoli.
Guardare l’Italia dall’estero è desolante?
No,guardare l’Italia dall’estero aumenta l’amore per il proprio Paese, ma aumenta anche il dispiacere. Dall’estero si ha una misura più precisa, più esatta delle qualità straordinarie che possediamo e di come queste potrebbero essere messe a frutto se riuscissimo a liberarci una volta tanto dei nostri secolari difetti. Riusciamo a scordarci dei nostri difetti soltanto nelle emergenze. In casi estremi riusciamo a mettere da parte la faziosità, la partigianeria, la tendenza a fare i furbi. Quello che sfugge agli italiani è che la capacità di arrangiarsi è sempre una risorsa, ma si rivela dannosa quando diventa una filosofia di vita. Arrangiarsi quotidianamente significa rinunciare ad un progetto di convivenza civile, degna di un grande, nobile e avanzato Paese.
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