|
L’elogio del posto fisso da parte del ministro dell’economia ha lasciato un lungo strascico di polemiche. Da Berlusconi a Brunetta alla Cgil, ognuno si è apertamente schierato contro o a favore. Lei, On. Della Vedova, è d’accordo con Tremonti o è fra quelli critici? Oppure è da considerarsi tutto come una boutade e basta?
Non sono né pro né contro e penso che non siano state delle battute perché Tremonti è persona intelligente e preparata, credo però che il punto sia un altro. Il messaggio così di per sé risulta sbagliato perché in realtà non si sta ragionando sul mercato del lavoro quanto sulla società nel suo complesso.
Allora quale deve essere il segnale forte da lanciare?
Dobbiamo proprio muoverci nella direzione opposta, bisogna dire che la mobilità è un valore positivo per l’economia, per la crescita del paese in generale e che il problema non è il posto fisso. Quest’ultimo non lo possiamo promettere perchè non sapremmo nemmeno come garantirlo nell’economia di oggi. Il mercato del lavoro è diverso da quello di 30 anni fa, all’epoca si connotava come posto fisso per svariate ragioni ma ora è tutto diverso
Chi ci va di mezzo però sono sempre i lavoratori.
Perché la perdita del lavoro non diventi una tragedia individuale e familiare dobbiamo farci carico dei problemi che una persona incontra quando perde il posto qualunque lavoro svolga. Lo sottolineo perchè ciò che è intollerabile è aver garantito 6-7 anni di sostegno al reddito, cassa integrazione, mobilità e scivoli pensionistici ai dipendenti di Alitalia mentre a centinaia di migliaia di persone che lavorano in piccolissime aziende non garantiamo nessun tipo di sostegno al reddito nel periodo di disoccupazione e l’aver esteso la cassa integrazione a volte non basta. Con un mercato del lavoro così cambiato la mobilità deve essere un fattore positivo e lo Stato deve impegnarsi per sostenere il reddito delle persone che perdono il lavoro.
Mercato libero del lavoro e diritti degli individui. Per i Comitati due valori fondamentali che dovrebbero andare di pari passo. In Italia non sembra così, come lo spiega?
La regolamentazione del mercato del lavoro non deve per forza uccidere la libertà economica. Si deve garantire la libertà delle regole in economia, anche nel mercato del lavoro, pur con le sue tutele. Credo che una società aperta e solidale debba saper farsi carico delle difficoltà di coloro che perdono il lavoro, non illuderli che non lo perderanno mai più una volta che sono stati assunti. Volendo tradurre in normativa questa illusione si finisce sicuramente per disincentivare le assunzioni. Se qualcuno pensa di estendere l’articolo 18 a qualsiasi impiego compie un’operazione sbagliata dal punto di vista della libertà economica e dell’efficienza del sistema, tutto ciò porterebbe a deprimere la domanda di lavoro anziché crearla.
Emma Marcegaglia ha dichiarato che “nessuno è a favore della precarietà e dell’insicurezza in un momento come questo”. Eppure osservando il mercato del lavoro, il binomio flessibilità-precarietà sembra pendere tutto a vantaggio del secondo.
Quella che chiamano precarietà, cioè i contratti di lavoro atipici, non sono il frutto della flessibilità ma sono il frutto della rigidità del mercato del lavoro per quanto riguarda i contratti standard. Se vogliamo ridurre o comunque evitare che continuino a crescere i contratti atipici dobbiamo agire sugli altri. Mantenendo il tipo standard con l’articolo 18, con tutte le sue rigidità, ci troveremo con un aumento dei famosi co.co.pro. In questo caso penso che la soluzione migliore sia riequilibrare le garanzie del contratto del lavoro a tempo indeterminato consentendo a chi ha questo contratto di poter essere licenziato con dei meccanismi ovviamente molto severi di indennizzo monetario parametrato con l’anzianità aziendale e a quel punto stringere davvero i rubinetti dei contratti atipici.
Contratto a tempo indeterminato per tutti? Così ricalca l’idea di Tremonti.
No, non per tutti, vorrei che però fosse la norma. Un margine di contratti flessibili è bene che restino ma si deve assumere con il contratto a tempo indeterminato dopodichè quando si verificano le condizioni si rimane altrettanto liberi di scioglierlo. Secondo me questo è il modo migliore per affrontare la questione, se poi qualcuno si illude di far rientrare tutti i contratti di lavoro nella camicia di forza dell’articolo 18 allora commette un errore di prospettiva. Purtroppo ora il contratto standard è troppo oneroso dal punto di vista normativo e quindi il mercato trova le vie d’uscita che purtroppo conosciamo.
Se ho capito bene una minore rigidità eviterebbe molte inefficienze contrattuali. E’ questa la soluzione?
Questa, sommata ad un aumento dei salari. I lavoratori italiani dipendenti guadagnano troppo poco. E’ sicuramente un’altra priorità, bisogna capire come creare le condizioni per aumentare gli stipendi. L’indotto sarebbe enorme sia sul mercato del lavoro, penso alla produttività, sia per la stabilità economica dei cittadini, liberi di accendere un mutuo e di progettarsi un futuro.
Fonte: Corriere.it
|