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Giudice Dambruoso, perché non si riesce mai a portare a termine una seria riforma della giustizia in Italia?
Perché tocca gangli fondamentali, anche riguardo all’apparato costituzionale di un Paese. In realtà una riforma seria c’è già stata, nell’89-90, con la riforma del codice di procedura penale, che non è stato un passaggio poco significativo.
Le responsabilità dei malfunzionamenti sono più della politica o della magistratura?
Negli ultimi 20 anni il nostro Paese ha vissuto un periodo politico particolare, si è passati dalla prima alla seconda Repubblica, da una presenza multipla di partiti a un sostanziale bipolarismo, e quindi si sono dovuti trovare nuovi bilanciamenti a livello istituzionale e tutto questo si è riflettuto sulla capacità di trovare un’univoca volontà per riformare.
Insomma colpa delle trasformazioni politiche…
Sicuramente c’è stata una difficoltà della politica nel dare risposte in materia di giustizia, e per quanto riguarda la magistratura alcune rigidità manifestate verso il cambiamento.
A cosa si devono queste “rigidità”?
Appartengono alle tipiche resistenze di una categoria che si vede coinvolta in un processo di rinnovamento forse troppo repentino.
La magistratura è un ordine o un potere?
Mi piace pensare che sia un ordine, perché leggendo attentamente la Costituzione è questo che se ne desume, e non un potere che voglia atteggiarsi in termini equipollenti ai due grandi poteri (esecutivo e legislativo) da cui deve rimanere assolutamente distaccato e terzo.
Perché è necessaria questa distinzione con l’esecutivo e il legislativo?
Per affermare l’indipendenza, che è uno dei valori fondamentali della magistratura.
I Comitati per le libertà sostengono la proposta dei pm eletti dal popolo.
Si tratterebbe di un cambiamento così radicale, così storico che non coinvolgerebbe solo la giustizia, ma l’organizzazione dello Stato.
Cosa cambierebbe?
Si metterebbe l’accento sul localismo rispetto alla centralizzazione, oggi vigente, di queste istituzioni. Credo che non possa farsi una riforma che riguardi solo l’aspetto elettivo dei pm, tutto dovrebbe essere rivisitato e rivisto unitamente a tante altre innovazioni istituzionali.
Della legge sulle intercettazioni cosa pensa?
Sono consapevole, per aver fatto il pm per quasi 15 anni, che le intercettazioni sono uno strumento necessario per scoprire reati gravissimi. L’utilizzo delle acquisizioni, invece, è inutile negarlo, ha visto delle deviazioni, degli utilizzi non corrispondenti a quelli che erano gli obiettivi dell’intercettazione.
Si possono prevenire gli abusi?
Si deve lavorare sulla protezione delle acquisizioni, delle intercettazioni, dei brogliacci, e, con tutto il rispetto della libertà di stampa e di espressione, anche su una maggiore regolamentazione della pubblicazione delle intercettazioni. Il rapporto tra acquisizione e pubblicazione dei risultati delle intercettazioni, è su questo che bisogna concentrarsi.
Il Lodo Alfano non fa del nostro Paese un caso unico nel panorama Occidentale?
Il Lodo Alfano migliora il cosiddetto Lodo Schifani, e su quest’ultimo si è già espressa la Corte Costituzionale, individuandone alcuni limiti, ragion per cui non fu dato l’ok al Lodo Schifani.
Nel nuovo provvedimento, però, sono state effettuate delle modifiche…
Sono ottimista, ritengo che con questi miglioramenti la Corte Costituzionale avrà la possibilità di verificare se quelle che erano state delle indicazioni rispetto al Lodo Schifani siano state adempiute. Quindi attendo anche io con interesse professionale il risultato della valutazione della Corte Costituzionale.
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