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Onorevole Toia. Dopo aver colpito gli Stati Uniti, la crisi economica si fa sentire inesorabilmente anche in Europa. A soffrire di più per questa recessione sono le classi più deboli. Quali misure il Parlamento Europeo dovrebbe promuovere per migliorare la vita dei ceti disagiati?
Il Parlamento Europeo ha chiesto, pochi mesi fa, a tutti gli Stati membri di prevedere un sistema di reddito minimo garantito, corredato da un pacchetto di misure di supporto, per garantire l’inclusione sociale dei ceti più disagiati. Ha inoltre sollecitato ad introdurre regimi previdenziali in grado di motivare la ricerca di nuove opportunità di lavoro e la riduzione della pressione fiscale sui redditi medi. L’Ue è intervenuta anche in materia di povertà infantile e del fenomeno dei senzatetto. Come si vede il cammino è iniziato: spetta ora ai singoli Stati membri dare piena attuazione a queste richieste.
Lei è un esponente liberale del PD, ma nella sua attività politica ha sempre posto l’accento sull’importanza dell’economia sociale. Nella scorsa legislatura ha presentato e fatto approvare dal Parlamento Europeo il “Rapporto di Iniziativa sull’Economia sociale di mercato”. Perché bisogna sostenere questo settore dell’economia?
E’ proprio per accendere una luce di attenzione su questo mondo che ho portato all’approvazione del Parlamento Europeo il mio “Rapporto” realizzato in concerto con le organizzazioni europee e italiane che si occupano di questa materia, tra cui il Comitato Economico e Sociale. E’ un settore importante e da sostenere, soprattutto in questi tempi di crisi dell’economia e dei soggetti tradizionali di mercato, perché rappresenta un modello in termini di valori, essendo un un modo di produrre e lavorare che cerca di incorporare la responsabilità e la solidarietà, portandole dentro al mercato.
A causa della crisi economica, molti sostengono che le politiche liberiste abbiano fallito. Quale modello economico bisogna adottare nel mondo del XXI secolo?
Viviamo in un mondo globale e solo uno sforzo comune potrà rimetterci in pista. E’ arrivato il momento di fare della nostra unione monetaria il trampolino da cui ripartire per lasciarci indietro la crisi economica. L’Europa, in particolare, deve adottare politiche che mettano al centro modelli basati sulla solidarietà. E’ urgente anche entrare in una logica che permetta di destinare nuovi fondi alle energie rinnovabili.
I Comitati per le Libertà sostengono federalismo e liberalismo. Lei ritiene che sia giunto il momento per presentare un vero progetto federalista europeo?
Dopo anni di aggregazioni basate solo su criteri economici, ora è il tempo di dare spazio alla politica. Vogliamo un’Europa roccaforte della tolleranza e dell’inclusività, della modernità e dello sviluppo sostenibile. L’obiettivo deve essere quello di arrivare agli Stati Uniti d’Europa.
Donne e Europa. Sia in Europa, ma soprattutto in Italia, le donne continuano a lavorare e a guadagnare molto meno degli uomini. Cosa bisogna fare per ridurre questo gap?
L’Europa è l’istituzione nella quale si gioca la partita più importante dei diritti individuali, della lotta a ogni forma di discriminazione, della possibile convivenza fra diversi e del multiculturalismo. Ed è qui che si colloca il cuore delle questioni che riguardano le pari opportunità tra uomini e donne. Per raggiungere tale obiettivo intendo continuare il mio impegno a favore di politiche concrete che consentano alle donne di essere mogli e madri, senza dover rinunciare al proprio lavoro e al proprio sviluppo professionale.
Uno dei temi più dibattuti negli ultimi giorni sono le politiche adottate dal governo Berlusconi in materia d’immigrazione. Pensa che l’Europa debba promuovere politiche comunitarie su questo tema?
La recente approvazione del “pacchetto sicurezza” da parte della maggioranza ha riacceso il dibattito su questo argomento. Il problema sicurezza, inutile negarlo, è reale. Occorre però non amplificarlo artificialmente, o peggio usarlo come strumento elettorale facendo leva sulle paure della gente. Certamente, all’interno dell’Ue, l’Italia vive con maggiore intensità il problema dell’immigrazione a causa della sua collocazione geografica. Il nuovo Parlamento europeo dovrà mettere anche questo tema tra le sue priorità per avviare azioni legislative comunitarie. Integrazione e legalità dovranno andare di pari passo.
Nonostante siano passati 30 anni dalla nascita del Parlamento Europeo, gli italiani sembrano non essere molto interessati alle prossime elezioni comunitarie. Non pensa che questa disaffezione nasca dal fatto che ancora non esiste un’identità europea? Come si possono avvicinare i giovani all’Europa?
Lo scarso interesse nei confronti delle prossime elezioni europee deriva in buona parte dall’averle caricate di un eccessivo significato politico in chiave nazionale. L’Europa è importante e già incide profondamente sulla nostra vita. Basterebbe ricordare che attualmente ben il 68% della legislazione nazionale altro non è che il recepimento di quanto si decide a Bruxelles. Costruire un’Europa forte, aperta e unita è un obiettivo cruciale per il nostro futuro e per quello delle prossime generazioni. I giovani, in particolare, già possono scoprire più facilmente l’Europa attraverso la pratica diffusa di Erasmus, nato nel 1987, per creare scambi tra studenti universitari. Un progetto che, a partire dal 2009, è stato esteso ai giovani imprenditori.
Quali saranno i provvedimenti che intende adottare una volta eletta al Parlamento Europeo?
Intendo continuare il mio impegno a favore delle cosiddette “politiche di conciliazione” che permettono alla donna di far quadrare il cerchio tra casa, figli, lavoro e vita propria. Sul versante dell’economia sociale e del privato sociale, lavorerò per favorire lo sviluppo dell’associazionismo. Si deve creare un nuovo protagonismo sociale capace di collocarsi in numerosi ambiti: assistenza sociale e sanitaria, inserimento dei soggetti svantaggiati, tutela ambientale, difesa dei diritti dei consumatori, commercio equo e solidale con i Paesi in via di sviluppo, salvaguardia delle identità culturali locali e delle minoranze etniche. Tutto questo sta alla base di un nuovo modello di sviluppo che potrà aiutarci ad uscire dalla crisi.
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