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Allungare l’età pensionabile anche per le donne: è tutta qui la riforma delle pensioni in discussione a marzo. L’Ue preme perché siamo in ritardo e i conti della nostra previdenza, con l’invecchiare della popolazione, sono sempre più in rosso. Una sentenza della Corte di Giustizia europea che obbliga l'Italia a equiparare l'età pensionabile di uomini e donne che lavorano nel pubblico impiego, eliminando qualsiasi tipo di discriminazione. Oggi abbiamo 7 pensionati ogni 10 lavoratori. Allungando l’età pensionabile anche per le donne, si mira a riequilibrare questa situazione.
Ma far lavorare anche le donne fino a un’età compresa fra i 62 e i 67 anni, ci salverà dai conti in rosso? Lo abbiamo chiesto a Giancarlo Pagliarini, ministro del Bilancio nel primo governo Berlusconi. Il quale è convinto che: “No, non ci salverà per niente. Ci aiuterà a rimandare il problema, non a risolverlo. I conti sono già fortemente in rosso”.
Quanto in rosso?
In Italia abbiamo un buco di 40 miliardi di euro all'anno. In altre parole fra i contributi versati complessivamente e le pensioni pagate c'è uno squilibrio di circa 80mila miliardi di vecchie lire. E questo avviene nonostante i contributi sociali pagati in Italia ammontino al 32% delle retribuzioni, vale a dire uno degli indici più elevati al mondo. Significa che questi 40 miliardi di euro devono essere prelevati dalle tasse pagate dai cittadini. Diciamo, allora, che in questo modo non si può andare avanti a lungo.
Oggi si rimprovera ai lavoratori italiani di andare in pensione troppo presto e si sta affermando il principio in base al quale è giusto lavorare finché è possibile. E’ un concetto liberale?
Assolutamente no. Sarebbe giusto, in una società libera, che il lavoratore vada in pensione quando vuole e riceva quello che ha accantonato per conto suo. Nel sistema italiano di adesso (e in quello che ci sarà ancora dopo l’allungamento dell’età pensionabile delle donne), i cittadini sono legati gli uni con gli altri da un rapporto di dipendenza. Si lavora pensando alla generazione che ha già lavorato: si mantengono gli anziani e ci si aspetta di ricevere lo stesso favore da quelli che oggi sono giovani. Allungando l’età si aumentano i tempi di attesa, ma il sistema non cambia. Il problema dove sta? Sta nel fatto che, con l'invecchiamento della popolazione, lo stesso numero di lavoratori che versano i contributi deve sostenere le pensioni di un numero sempre crescente di anziani. Alla lunga, e nemmeno troppo alla lunga, il meccanismo è destinato a esplodere.
Quali sono i principi di una riforma delle pensioni realmente liberale?
Per il lavoratore il principio è semplice: i soldi dei contributi sono suoi e restano suoi, li può destinare a chi vuole per farseli gestire e decide lui di andare in pensione quando considera che la rendita vitalizia assicuratagli dal gestore prescelto gli è sufficiente per continuare a vivere senza più lavorare. In Cile (e non solo in Cile) hanno fatto questa riforma e sta funzionando ancora adesso.
Eppure oggi, in piena crisi economica, investire in un fondo pensioni fa paura...
Il sistema previdenziale cileno ha retto l’urto molto bene. Perché questo? Perché lo Stato non eroga le pensioni, ma garantisce che i fondi gestiti da privati non facciano investimenti a rischio. Alla lunga questo sistema ha garantito una vita migliore ai pensionati cileni rispetto ai nostri.
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