|
La riforma del federalismo fiscale è in discussione in Parlamento e sta riscuotendo un consenso bipartisan. Come mai fino a poco tempo fa il federalismo era un tabù e oggi sembrano tutti d’accordo? Forse perché la legge che si sta discutendo in questi giorni di federalista ha solo il nome? “Federalismo è cessione di sovranità, dallo Stato alle autonomie locali” – spiega Giancarlo Pagliarini, ministro del Bilancio nel primo governo Berlusconi – “Qui di cessione di sovranità non c’è neppure l’ombra. Questa è una buona riforma: buona per il centralismo”.
E allora come mai continuano a chiamarlo “federalismo fiscale”?
Questa è una domanda che continuo a pormi anch’io. E’ una legge valida che farà funzionare meglio lo Stato centrale, ma non c’entra nulla con il federalismo. Se per federalismo intendono che le regioni raccoglieranno un po’ di tasse e faranno un po’ di spese… beh, questo sistema, in Italia, funziona dal 1861.
Cosa cambia con questa riforma?
Prima della riforma, in bilancio avevi la voce “trasferimenti” (lo Stato trasferisce fondi agli enti locali), domani avrai la voce “perequazione”… che è la stessa cosa. Forse si avrà un po’ più di trasparenza. Nell’articolo 2, lettera h, c’è scritto “individuazione di fondi di fiscalità di sviluppo” con cui lo Stato centrale è investito del potere di dare dei vantaggi alle regioni del Sud. Se io vivessi in Campania sarei molto contento. Poi c’è il meccanismo che io chiamo “asilo mariuccia”: lo Stato premia gli enti locali più virtuosi e castiga quelli cattivi. Questo è un principio al 1000 per 1000 contrario al federalismo: proviamo a immaginare, in Svizzera, il governo federale che punisce un cantone… scoppierebbe una rivoluzione. Certo, in Italia, finora, lo Stato premiava gli enti che si comportavano peggio. Se c’era un buco nel bilancio locale, Roma doveva tappare il buco. Con la nuova legge, invece, verranno penalizzati gli enti più spendaccioni. Ma ripeto: è una buona legge centralista, non c’entra niente col federalismo.
Nel federalismo, almeno, ogni regione trattiene più soldi raccolti con le tasse locali. Quanto resterà nelle casse locali con questa riforma?
Se tu garantisci copertura al 100% del finanziamento delle funzioni fondamentali, che sono sanità, istruzione e ordine pubblico, a cui hanno aggiunto i trasporti e probabilmente anche la cultura, come fanno a rimanere più soldi nelle nostre tasche? Nel momento in cui una regione non riesce a pagarsi i servizi fondamentali, si mette mano ai fondi perequativi. E si può ricorrere ai trasferimenti dal centro alle periferie. Dunque: tutto come prima. E’ anche per questo che Tremonti non vuole dare i numeri: se parla di variazioni nei trasferimenti, il Sud darà battaglia, se assicura al Sud che riceverà gli stessi soldi di adesso, farà infuriare il Nord.
In ogni sistema federale è la regione che decide quante e quali tasse imporre. E qui?
Le regioni avranno tre tipi di entrate: tributi che vanno solo alle regioni, ma istituiti e regolati da leggi statali; aliquote riservate alle regioni sulle imposte dello Stato (quindi lo Stato può decidere che una certa parte di soldi raccolti con l’Irpef, per esempio, resti in Puglia o in Lombardia); le regioni, infine, potranno imporre nuove tasse con le loro leggi. Considerando che lo Stato tassa ormai tutto, non so cosa possano aggiungere le regioni: una tasse sulla lunghezza dei capelli?
E’ per questo che il “federalismo” piace a destra e a sinistra?
Ma sì e non capisco perché il Pd abbia fatto tante storie per non votarlo. Perché la sinistra dovrebbe essere la prima ad apprezzare questa riforma del centralismo. Basta vedere che impone persino “criteri uniformi nella redazione dei bilanci”: se fino ad oggi ogni ente locale era libero di fare il bilancio come voleva, domani dovranno adottare dei modelli uniformi per tutti. Giustissimo, per carità, ma non c’entra niente con il federalismo.
|