In Svezia è tornato il grande freddo

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Ma siamo davvero sicuri che la Svezia sia sempre stata il paradiso dell’accoglienza?

Dalla Svezia rimbalzano sui giornali italiani notizie sorprendenti e contraddittorie. Dall’apertura a tutti delle frontiere e dall’accoglienza illimitata («Siamo una grande potenza morale» tuonava Reinfeldt, il capo del governo conservatore di un anno e mezzo fa) si è passati alla progettata espulsione di 80.000 immigrati, non aventi diritto, e all’assalto dei filonazisti agli stranieri nelle strade di Stoccolma.
Sembra lecito non capirci più niente, almeno per chi non viva qui da quasi mezzo secolo, come chi scrive.

C’è indubbiamente qualcosa di vero nelle recenti dichiarazioni di Jimmy Åkesson, il leader del partito più a destra del Parlamento svedese («I democratici svedesi»), guardato con sospetto ed escluso da quello che in Italia un tempo si definiva l’arco costituzionale, quando invita i potenziali “profughi” a pensarci due volte prima di venire in Svezia perché qui «fa freddo». Per 8 mesi su 12 le temperature in media superano di poco lo zero, per molti mesi le ore di luce sono soltanto cinque o sei, le città – tranne Stoccolma, che peraltro non è né Roma né Parigi – sono prive di ogni attrazione, carissimi i ristoranti, tristi i centri commerciali, poco socievoli gli abitanti, scarso il lavoro, introvabili le abitazioni, stratosferici gli affitti.

Quaranta anni fa, nella Svezia socialdemocratica di Olof Palme, ammirata e invidiata in tutto il mondo per l’altissimo livello della democrazia e dell’impegno sociale, si entrava come stranieri (anche italiani) soltanto con un preventivo permesso di lavoro, oppure da turisti esibendo alla dogana il biglietto di ritorno, la prenotazione dell’albergo e una somma abbondante per i giorni di vacanza. Il poliziotto di turno stampigliava sul passaporto un visto pari esattamente ai giorni della prenotazione in albergo. Se per quella data non era avvenuta la partenza, arrivava immediatamente in albergo un invito della polizia a lasciare il Paese.

Stiamo andando di nuovo in quella direzione? Probabilmente sì. La grande illusione di Reinfeldt, resosi sorprendentemente irreperibile dopo le elezioni del settembre 2014, quando pure avrebbe potuto continuare a governare, facendosi sostenere da Åkesson che in realtà non è più estremista di Salvini, è stata proseguita dall’attuale capo del governo socialdemocratico appoggiato dai verdi, l’oscuro Löfven, ex saldatore e poi sindacalista, ma si è schiantata contro stupri, omicidi e soprattutto costi spaventosi che gli svedesi, pragmatici da sempre, hanno capito di non poter sostenere.

In Svezia in realtà ha sempre “fatto freddo”. Il paradosso è che qualcuno, a un certo punto, ha voluto far finta di non accorgersene.

Enrico Tiozzo

Sull'Autore

Enrico Tiozzo

Enrico Tiozzo (Roma) è professore ordinario di letteratura italiana all'Università di Göteborg in Svezia. Autore di numerosi studi sui criteri critici di selezione del premio Nobel per la letteratura, sulla storia d'Italia nel periodo fascista e sulla narrativa di consumo del primo Novecento, ha pubblicato da Olschki nel 2009 "La letteratura italiana e il Premio Nobel" e da Aracne nello stesso anno "Guido da Verona romanziere". Nel 2011 ha pubblicato da Aracne "La pubblicistica italiana e la censura fascista".

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