Il tema del giorno – Ma Bergoglio fa solo il papa

cofrancesco
Cari amici, so di stupirvi ma a me questo Bergoglio non riesce a essere antipatico, pur condividendo in toto le critiche gli vengono rivolte da parte dei liberali. E’ l’espressione del nuovo disordine mondiale sul quale noi liberali non abbiamo molto meditato per aver rimosso disinvoltamente Hobbes e la politica dal nostro orizzonte intellettuale ed etico (in senso lato). In fondo, per il liberalismo, come per quasi tutte le ideologie dell’800, gli stati (e ,soprattutto, gli stati nazionali) erano un impiccio, un ‘residuato bellico’, una ‘superstizione’ di tempi passati inteso a ritardare la realizzazione della grande promessa contenuta nelle filosofie universalistiche dello (per fare un es., se la smithiana ricchezza delle nazioni è assicurata dalla divisione internazionale del lavoro che senso hanno più le ‘frontiere’?). Per Bergoglio, come per l’Istituto Bruno Leoni, come per ‘Il Manifesto’, la ragion di Stato seguita a essere un brutto ricordo di altre epoche: popoli ed etnie, ormai, sono tutti nella stessa barca e, a variare, sono i principi della convivenza globale: mercatistici, per gli uni, solidaristici per gli altri. A volte mi viene la tentazione di riabilitare (sia pure parzialmente) Enrico Corradini, poi mi dico che altri lo hanno fatto prima e meglio di me. Penso al geniale e dimenticato Giuseppe Are, un grande, autentico, storico liberale, i cui saggi—a cominciare dall’aureo La scoperta dell’imperialismo. Il dibattito nella cultura italiana del primo Novecento…–non hanno neppure intaccato le granitiche certezze della nostra political culture (di centro, di sinistra, di destra);eppure si tratta, a mio avviso, di lavori fondamentali che, come quelli defeliciani sul fascismo, avrebbero dovuto attivare un profondo processo di revisione critica delle nostre stanche ed obsolete categorie sociologiche e storiografiche.
Non il mercato ma la ‘fratellanza’ è il di papa Francesco! Siamo d’accordo, è una parola d’ordine che, presa alla lettera, riporterebbe sulla Terra i Cavalieri dell’Apocalisse, a cominciare dalla fame ma quali sono poi le nostre risposte alle sfide dell’oggi? Rendiamoci conto–guardando i barconi che travasano sulle nostre sponde le nuove ‘orde barbariche’ (absit iniuria verbis)–che stiamo vivendo una rivoluzione epocale pari a quella che sconvolse l’Europa col declino dell’Impero romano. Siamo attrezzati concettualmente per rendercene davvero conto? Ho l’impressione (dolorosa) che ormai siano rimaste padrone del campo, in Occidente, solo due prime donne l’Economia e l’Etica, entrambe volte ad affermare selvaggiamente il proprio primato, e a radicalizzarsi rabbiosamente nella reciproca delegittimazione, chiudendo gli occhi alle ragioni delle altre dimensioni vitali ..E’ l’effetto, ribadisco, del tramonto di quella dimensione politica ,che i grandi liberali dell’Ottocento e del Novecento– Croce, Weber , Aron, Huntington, Kissinger etc. –non avevano mai trascurato.
La politica era il locus dell’etica della responsabilità, un contenitore di violenza quale buonisti e pacifisti non sospettano neppure. Uscita di scena la politica (gli ultimi politici, in Europa, si trovano, forse, in Polonia e in Ungheria, anche se le loro scelte non sono sempre condividibili…) viene meno il terreno stesso che obbligava l’etica e l’economia all’autocontrollo. E, in ogni caso, vengono meno quelle istituzioni che non solo obbligavano i vari attori sociali e le diverse famiglie spirituali al bargaining ovvero alla limitazione delle rispettive pretese ma costituivano, altresì, fattori di identità etico-sociale. Etica ed economia –senza il controllo ‘esterno’ della politica—hanno un’attitudine espansiva, imperialistica, che non conosce autocontrollo: chi persegue (sia pur legittimamente) il profitto o chi a quale altro principio di autorità si sente tenuto a rispondere, se non alla propria coscienza o al proprio utile? Perché Antigone dovrebbe tener conto delle leggi di Creonte e il barone Rothschild della medievale condanna del prestito a interesse? In fondo, è proprio la politica che salvaguarda il cosiddetto ‘pluralismo dei valori’ facendoli coesistere, ridotti a più miti consigli, nello stesso spazio sociale e culturale. Certo non tutte le ciambelle escono col buco e non tutti i sistemi politici garantiscono la pacifica dialettica delle quattro parole crociane: il vero, il bene, il bello e l’utile ma non è un buon motivo per sciogliere le file: se ogni valore se ne va per conto suo, il risultato non è un ma il caos, l’einaudiana che diventa una cosa buona solo se <l’impero della legge> è la sua condizione ovvero se in fondo al mercatino di Dogliani s’intravvede il pennacchio del carabiniere.
A questo punto, cosa volete che pensi del simpatico (sì, sono controcorrente, a me è simpatico) Bergoglio? E’ l’altra faccia della crisi in cui siamo immersi come nella hegeliana notte scura di Schelling. E’ un padre sollecito e affettuoso che non si rassegna al fatto che alcuni figli siano ricchi e altri muoiano di fame: non gli interessa sapere perché ciò avvenga (o constatare che, prima dell’economia capitalistica, a morire di fame erano molte più persone), esige, in nome del Discorso delle beatitudini, che nessuno rimanga fuori della porta mentre in casa si gozzoviglia.. Detto banalmente, non si rassegna al fatto che non ci sia per tutti un posto a tavola. Spiegargli che senza l’epulone che crea ricchezza (e si tratta di dato inoppugnabile) non ci sarebbe nessuna tavola è tempo perso: sarebbe come pretendere che tenesse sul suo comodino la profonda e provocatoria Favola delle api. Un pretesa patetica, a riprova dell’ provocato, appunto, dalla fine della politica. Ma allora quid agendum? mi direte. E che ne so? Io so solo che, comunque, la lucidità dello sguardo è un valore da preservare ad ogni costo per chi ha scelto –un valore che rende insopportabile ogni tipo di retorica . Per quanto mi riguarda, mi auguro, quando sarà giunto il mio momento, di non morire .Di don Ferrante, in giro, ce ne sono fin troppi—a destra, a sinistra, al centro. Scusatemi lo sfogo e ,se vi ho deluso, cacciatemmenne a’ dint’ ‘a suggità, espelletemi dalla | nostra| società (dotta citazione della canzone napoletana Guapparia dell’immortale Libero Bovio)

Dino Cofrancesco
da “l’intraprendente”

Sull'Autore

Dino Cofrencesco

Dino Cofrancesco è uno dei più importanti intellettuali italiani nel campo della storia delle dottrine politiche e della filosofia. E' autore di innumerevoli saggi e tra i fondatori dei Comitati per le Libertà. Allergico all'ideologia dell'impegno, agli "intellettuali militanti", ai profeti e ai salvatori del mondo, ai mistici dell'antifascismo e dell'anticomunismo, ha sempre visto nel "lavoro intellettuale" una professione come un'altra, da esercitarsi con umiltà e, nella misura del possibile, "senza prendere partito". Per questo continua, oggi più che mai, a ritenere Raymond Aron, Isaiah Berlin e Max Weber gli autori più formativi del '900; per questo, al tempo dell'Intervista sul fascismo di Renzo De Felice, si schierò, senza esitazione, dalla parte della storiografia revisionista, senza timore di venir accusato di filofascismo.

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