Il Purgatorio di Arthur Koestler (Trotsky Leonetti e Valiani testimoni)

brescia
E’ notevole che molti furono espulsi dal Partito comunista italiano dopo la “svolta” del 1930, in quanto oppositori della stessa. Ad esempio, Mario Bavassano, detto “Giacomi” ( 1895-1964 ), operaio della Fiat, già membro del Pcd’ I e poi del NOI ( Nuova Opposizione Interna ), allontanatosi dalla Ligue Comuniste insieme al “Groupe Juif” nel 1933, per dar vita all’ ‘Union Comuniste’ e alla rivista “L’ Internationale”. O ancora Nicola Di Bartolomeo, detto “Fosco” (1901-1946), accusato di “disfattismo” e “sabotaggio” assieme a Piero Tresso. Pure, tutti questi e altri ancora, variamente in dissenso o in lotta avverso lo stalinismo, non formavano, tuttavia, l’ alternativa strategica, ideologica e politica, a Togliatti ( alla stregua di Leonetti, Tresso, Ravazzoli, dei quali pure erano concomitanti o alleati: cfr. le note al Carteggio Leonetti – Trotsky, in “Per un nuovo polo rivoluzionario”, a cura di A. Chitarin, “Belfagor”, IX, 30 novembre 1985, p. 691 in: 683-699 ).
In effetti, Trotsky scrive all’ “eretico rosso” Leonetti, il 12 giugno 1930, a “Torino”, di essere “après un tournant assez brusque”, a cagione di “Ercoli” ( Togliatti ); e che, quindi, “La meilleur défense, c’est l’offensive et parfois Meme l’attaque brusquée”.
Così ripete, il 17 settembre ’33, per “l’instant trez difficile”. “Mais le Rubicon est passé et ce Rubicon sépare notre enfance de notre adolescence qui, les événements aidant, peut bien vite se transformer en virilité. Dans ces conditions, nous avons besoin d’ un organisme dirigeant international qui puisse tenir tete à nos alliès ( si badi ), sans parler de nos adversaires”. Si sa, ancora, per le varie “organizzazioni” socialiste di sinistra, che propugnavano la necessità e i princìpi di una nuova Internazionale, Erwin Ackernecht ( del 1906 ); Jacob Walcher ( 1887-1970 ); Henricus Sneevliet ( 1883-1942 ) e Peter J: Schmidt ( 1896-1952 ), tutti variamente in sospetto di “socialtraditori” o “socialfascisti”. E Trotsky si riferisce alla mossa della dichiarazione di loro “quattro”, a confutazione della “campagne de dénigrement de toute notre politique”.
Alla fine, distesamente, l’andriese Leonetti chiede a Trotsky come comportarsi con “G.L”, ovvero “Giustizia e Libertà”. Avverte il problema di un raccordo e lo pone: “Et la petite bourgeoisie ? ( Giustizia et Libertà ). Quelle forme d’accorde et d’alliance avec elle ?” ( l.c., pp. 695-696 ).Trotsky non risponde, sul punto. Ma, il 22 giugno 1936, a proposito del princìpi della cosiddetta “économie corporative”, definisce i tratti della “économie mixte”, “ni capitaliste, .. ni socialiste”. “Je veux seulement préciser la notion du capitalismo d’ état et démontrer très briévement la difference entre le système URSS et les systèmes fasciste et nazi. (..) La difference fondamentale entre l’URSS et l’Italie consiste dans l’abolition de la propriété privèe par la révolution d’octobre; une certaine analogie consiste dans les tendances autarchiques de l’ économie. Cependant cette analogie est limitée puisque l’autarchie est liée à l’ économie dirigée et la direction de l’ économie depend des formes de propriété” ( pp. 698-699). Così, all’ eretico rosso, l’andriese e internazionalista Alfonso Leonetti, Trotsky porge una razionalizzazione di “tipo dialettico”, non già “meccanico” o “meccanicistico”, per stare al codice linguistico inquisitoriale dell’ “agit-prop”, che Arthur Koestler denunzia ne “Il dio che è fallito”(1957), su cui dovrò tornare.
Fascismo e capitalismo di stato possono avere, allora, una analogia nel modello “autarchico” in economia; ma l’autarchia del fascismo è strettamente legata all’economia dirigista, la quale dipende a sua volta dalle forme della proprietà privata. L’autarchia del comunismo è invece legata all’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione della ricchezza ( anche se sembra estendersi per certi versi, far a pugni per altri, con l’internazionalismo ). Ma il chiarimento conquistato nel dialogo con Leonetti e altri corrispondenti italiani ed europei ( per cui v. ora Lev Trotsky, “Scritti sull’Italia”, a cura di Antonella Marazzi, Massari Editore, Bolsena-Viterbo 2001 ) non “salvò” Trotsckj dall’essere assassinato a Città del Messico pochi anni dopo (1940), ad opera dei sicari di Stalin.
Sul punto, apre ancora le menti lo “sforzo di liberazione dal passato”nobilmente compiuto da Arthur Koestler ne “Il dio che è fallito”. Il pensatore politico ebreo-ungherese descrive prima l’entusiasmo per la Internazionale: “Una fede non si acquista col ragionamento. (..) Cantavamo l’Internazionale, ma le parole avrebbero anche potuto essere quelle più antiche: ‘guai ai pastori che nutrono se stessi ma non nutrono il gregge’ “.
Poi, viene recepita la “nuova rivoluzione”, antiborghese, del “Manifesto” di Marx ed Engels: “La famiglia borghese sparirà naturalmente con lo sparire del capitale.. Le declamazioni borghesi sulla famiglia e sull’educazione, sui dolci legami che uniscono i figlioli ai genitori divengono sempre più nauseanti quanto più, per effetto dell’industria moderna, i legami di famiglia fra i proletari vengono spezzati..””Oggi ( interpreta Koestler ), che la filosofia marxista è degenerata in una sorta di culto bizantino e praticamente ogni punto del programma è stato stravolto nel suo contrario, è difficile afferrare quello stato d’animo di fervore emotivo e di beatitudine intellettuale”. Quindi, chiesta la iscrizione al Partito il 31 dicembre 1931, Koestler apprende che “ p o t e v a essere assai più utile al Partito andando avanti lì, nel gruppo editoriale Ullstein, anziché andando in URSS. “C’erano molte maniere attraverso cui influenzare la politica del giornale c o n p i c c o l i t o c c h i; per esempio, dando un maggior risalto al pericolo che l’attacco giapponese contro la Cina costituiva per la pace mondiale. ( op. cit., pp. 27-43 ). Gli adepti erano anonimi, “un mondo di persone senza cognome o indirizzo”, gli Edgar, le Paule, gli Ivan; “traditori”, i socialdemocratici. E di fronte all’imbarazzante giornale comunista “Rote Fahne”, “ironizzante sulla tolleranza del governo socialdemocratico per i nazisti” ( anche quando s’avvera la notizia che la polizia prussiana avrebbe effettuato una perquisizione nelle sedi naziste ), Koestler chiede apertamente a Edgar, “perché non si era tenuto conto dell’avvertimento”. Perché: “Tu hai ancora una concezione meccanicistica”, è la risposta fondata, invece, sulla “interpretazione dialettica dei fatti” ( p. 50).
“L’azione della polizia era una pura e semplice finta per nascondere la sua complicità; anche se alcuni capi socialisti erano soggettivamente antifascisti nella loro concezione, obbiettivamente il Partito Socialista era uno strumento del nazismo; in effetti, i socialisti erano i peggiori nemici, perché avevano spezzato l’unità della classe lavoratrice”. “Le belve fasciste erano le belve fasciste, ma la nostra preoccupazione principale era costituita dagli eretici trotzkisti e dagli scismatici socialisti” ( sempre nella testimonianza accolta in “Il dio che è fallito”, p. 51 ).
In altri termini, assumere una “spiegazione dialettica” degli accadimenti, voleva, e vuole tuttora, dire assumere una “direzion dell’intenzione”, un fine unico “prestabilito”, una sintetica “aufhebung” impropriamente hegeliana o hegelo – marxiana, una gesuitica doppiezza falsamente machiavelliana, onde la “tesi” è data già per “vincente”, ad essa dovendosi uniformare ogni diversa interpretazione “empirica”, “fattuale”o “meccanicistica” degli eventi.
Tutto ciò comportava, e comporta( chiarisce bene Koestler, e con lui Silone, Spender e altri ), il continuo sospetto su amici e compagni ( “Se si vive nella luce ambigua di un acquario, è difficile distinguere i corpi dalle ombre”, suggestivamente confida l’autore ); la organizzazione triangolare delle cellule di Partito: il ‘Pol-Leiter” ( o Capo politico ), l’ ‘Org-Leiter’ ( Organizzatore amministrativo ) e l’ ‘Agit-Prop’ ( addetto alla Propaganda ); l’adesione al marxismo freudiano di Wilhelm Reich ( “La funzione dell’orgasmo” ); l’appoggio a Thalmann, “benché non avesse alcuna possibilità”, anziché al candidato appoggiato dai socialisti Hindenburg, contro Hitler, alle elezioni del ’33; l’adozione di un gergo rivoluzionario, che rende immediatamente riconoscibile alla Gestapo una militante per il solo fatto di aver ripetuto il termine “concreto” durante un interrogatorio; la impersonale stilizzazione dei personaggi delle “pièces” teatrali; la risposta “dialettica” nella critica delle promiscuità sessuali, in quanto non funzionali alla “liberazione delle masse” ( come accade per il differente uso di un’arma come il fucile ); lo scherzo e il disprezzo per il “passato rivoluzionario” di Leone Trotsckj e verso i “belati umanistici” della stampa liberale occidentale; la messa in campo dell’ordine “Via la testa”emanato dalla Regina di cuori ai danni del giocatore che perde il proprio turno, come in “Alice nel paese delle meraviglie”di Carroll ( metafora bene ripresa, tra l’altro, da Massimo Baldini, ne “I nemici dell’utopia”).
Tutta codesta fenomenologia delle dinamiche del totalitarismo stalinista ( sul piano personale, strategico, politico, ideologico, organizzativo )è illustrata con lucida e sofferta sapienza dal Koestler ( pp. 54-71 ). Il quale ricorda anche, e mette ben in luce, come: continuavamo a ripetere che i socialisti erano i principali nemici della classe operaia”; la Russia sovietica “era il paradiso degli scrittori” ( grazie alle laute anticipazioni economiche pur se “in un paese in cui tutte le pubblicazioni sono proprietà dello Stato”): – “ma ahimé un paradiso di alberi vietati custoditi da angeli armati d’elmi e di spade fiammeggianti” ( pp. 72-82 )
Finché, nel 1938, disgustato e ferito, Koestler lascia i “giorni perduti” nel paese della Utopia negativa, la illusione di aver posseduto l’avvenente Rachele anziché la brutta e turpe Lia ( quasi novello Giacobbe ); non senza aver esperito la tragedia della Grande Fame degli anni 1932-33 in Ucraina; la “bugia necessaria, la calunnia necessaria”; le conclusioni del settimo Congresso del Comintern nel 1934. tese a costruire un nuovo “Fronte popolare per la pace e contro il fascismo”; l’uso sistematico di menzogna e sofisma, “torrente di fango” rovesciato da parte del dittatore Stalin, abile e astuto nell’ampliare a dismisura piccoli “elementi di verità” ( l.c., p. 85 ); ancora e di più, la distruzione del P.O.U.M., frazione indipendente trotkista cara a Orwell di “Hommage to Catalunia”e accusata d’esser costituita da “agenti franchisti nella Guerra civile di Spagna; insieme a tutti i crimini perpetrati alla Lubianka.
Conclusioni tratte dal Koestler, per porre limiti alla bestia, parando i danni costruiti ad arte dal “male assoluto”. “La prima era: ‘non c’è movimento, partito o persona che possa pretendere il privilegio dell’infallibilità’. La seconda: ‘Mettersi d’accordo col nemico è stupido come perseguitare l’amico che si propone lo stesso tuo scopo con un’azione diversa’. La terza era una citazione da Thomas Mann: ‘Una verità nociva è meglio di una bugia utile’ ( op. cit., pp. 99-100 ). Dove l’amico che “si propone lo stesso tuo scopo con un’azione diversa” può ben essere quel liberalsocialismo di Carlo Rosselli e Giustizia e Libertà, che invece ancora il Trotsky censurava nell’intervista del 1934 ( “Incontro con Carlo Rosselli”, in “Giustizia e Libertà”, Parigi, 25 maggio 1934, a. I, n. 2; poi in “Scritti sull’Italia”, cit., pp. 119-124 e passim ).
E’ per queste ragioni che Koestler nel “Dialogo con la morte” recepisce il suo “Testamento spagnolo” del 1937; e nella “Scrittura invisibile” ( altra parte significativa della propria autobiografia ) accerta e diffonde che “esiste un ordine più alto della razionalità, che, solo, dà un senso alla vita”: e che è, cioè, l’esistenza nell’ “anima”, di “un testo scritto con inchiostro invisibile””. “Benché non si potesse leggerlo, il fatto di sapere che questo testo esistesse era sufficiente ad alterare il tessuto della nostra esistenza e a far sì che le nostre azioni si conformassero al testo”. “Una vita non vale nulla, ma nulla vale una vita”, è il netto pensiero che riscopre Koestler – come il suo amico André Malraux – nella prigione di Siviglia”.
Commenta François Fejto: “Nell’equazione s o c i a l e, il valore di una sola vita è forse nulla, ma nell’equazione c o s m i c a, che si apriva al Koestler, esso è i n f i n i t o” ( cfr. il bell’elzeviro, “Di fronte al supremo Nada”, nel “Giornale” del 25 marzo 1993 ).
Ecco anche perché, di fronte al destino di “una vita” e nella prospettiva cosmica dell’infinito, la “terra di mezzo” di Koestler finisce per essere il nuovo “Purgatorio”, mondo intermedio – si badi – tra la “Agonia” ( più che l’Inferno ) e la “Apocalissi” ( in luogo del Paradiso ). Così è tematizzato il racconto del carcere di Vernet in “Schiuma della terra”, fatti ovviamente salvi gli epilegomeni degli “Strascichi”, “Epilogo” e “Post-scriptum” 1942 ( ed. it., Il Mulino, Bologna 1989, pp. 51-127 ).
Come in “Darkness at Noon” ( “Buio a Mezzogiorno” ) c’ è John Milton di “Paradise Lost” ( Book XII, 187-215 ma anche IX, 58-70 ), così in “Scum of the Earth” ( “Schiuma della terra”) c’ è Dante ( il Purgatorio coincidendo con il periodo di detenzione nel campo di concentramento di Vernet, sui Pirenei ).
Ed è proprio qui, nel “Purgatorio” ( mondo ancora della speranza e dell’attesa ) del Vernet, che periodicamente compare “Mario”, Leo Valiani, la guida della prudenza e della ragione ( o anche della alta testimonianza morale ): il ‘Virgilio 1939’ per Arthur Koestler. Già nel paragrafo 3 di “Purgatorio” ( p. 66), Mario interviene a ‘consigliare’. “Non avevo ancora parlato con Mario, ma egli aveva richiamato la mia attenzione perché passeggiava avanti e indietro nel ricovero con un sorriso distratto sulle labbra e il volto di tanto in tanto segnato da un tic nervoso. ‘Merde alors’, sta diventando un comizio, disse la sentinella. Poddach si produsse in uno straziante accesso di tosse; quando ebbe smesso, Mario disse: ‘Sono venuto fuori principalmente per avvisarvi che di dentro si può sentire ogni parola che dite. C’è ogni sorta di gente in mezzo a noi e certamente qualche informatore’. ‘Je m’en fous’, dichiarò la sentinella. ‘Dico quello che mi pare. Se il comandante non preferisce essere sordo ai discorsi che si fanno, dovrebbe mandare l’intera compagnia alla corte marziale’. ‘Questo è affar vostro’, disse Mario. ‘Ma per i compagni qui è differente. Fareste meglio a rientrare’, disse a noi tre, e Yankel, Poddach e io lo seguimmo con un po’ di rincrescimento, ma senza contraddirlo. Alla luce elettrica dell’interno vidi che i capelli di Mario erano per metà grigi, sebbene non sembrasse avere più di trent’anni” ( In effetti, del 1909, Leo Valiani nel ’39 era giusto trentenne ).
Ora, dei circa 2000 ‘ospiti’ del campo di Vernet, Koestler occupa lo scomparto n. 34 con Mario, Tamàs ungherese, Pitoun russo e Klein rumeno. E quando Mario – Leo Valiani decide con Koestler e gli altri camerati di organizzare una ‘protesta’ ( rifiutare di raparsi a zero: cfr. par. 8-10, alle pp. 81-86 ), riceve obiezioni di parte ideologica o strategica che registra prontamente come “Cosa sinistra”.
“ C o s a s i n i s t r a “, dice tutto. – “Fummo d’accordo che se non ci fossimo mostrati duri sin dall’inizio saremmo stati spacciati e trattati come spazzatura”. Ma i camerati dei comparti 32 e 33 non firmavano ( proponendo le alternative di petizione o sciopero della fame; temendo la legge marziale e di “non renderci ancora più disgraziati di quel che siamo”; gesticolando e citando casi storici, Lenin o i Vangeli ). “Era un vero manicomio”. “Mario mi tirò per la manica e mi spinse fuori della baracca. Guardai con disgusto l’elenco spiegazzato che avevo in mano. ‘Lasciamo andare’, disse. ‘Ogni tentativo è inutile con gente simile’. Cercai di difenderla, riversando tutto il biasimo sui maledetti russi. Mario sorrise. ‘ C o s a s i n i s t r a ‘, disse. ‘Tradizione di sinistra, Riempi la baracche di fascisti di un qualunque paese e li vedrai firmare in un batter d’occhio’. Avrei voluto continuare, ma non potei ribattere a quel quieto sorriso di Mario; mi faceva sentire futile e infantile, sebbene egli fosse p i ù g i o v a n e di me. Sapevo che c’erano voluti nove anni di prigionia a modellare quel sorriso – tre anni per farlo fermentare in isolamento e i sei anni seguenti per maturarlo e addolcirlo, mentre divideva dieci metri quadrati di spazio con i compagni. Aveva diciannove anni quando la porta della cella s’era chiusa dietro di lui, e ventotto quando si era riaperta, due anni prima. Questo genere d’esperienza o distrugge un uomo o produce q u a l c o s a d i r a r o e p e r f e t t o – e Mario apparteneva a quest’ultima categoria”.
“In ogni modo non potevamo presentare al comando del campo una petizione comunista: o firmavano tutti, o tutta la cosa sarebbe apparsa di un minaccioso colore politico. E i comunisti naturalmente l o s a p e v a n o – avevano imparato bene la l o r o d i a l e t t i c a. (..) Nelle nostre società in miniatura si rifletteva la tragedia della sinistra europea. ‘ C o s a s i n i s t r a ‘- veramente uno s t a to d i c o s e s i n i s t r o” ( p. 87, immortale e attualissimo mònito da diffondere ancora e sempre, per la lotta contro il male totalitario, la salvezza della democrazia e della libertà europea in generale, e la tragedia della sinistra europea illiberale, anche dopo la caduta del Muro di Berlino, in particolare ).
Grande esultanza prende, poi, Mario, alla notizia della anticipata esenzione da ogni lavoro e dalla marcia, ottenuta da Koestler nella qualità di scrittore ( Cap. 10, p. 91). Sorgono fiducia, attesa, speranza, “prospettiva”. “Ma quando, con una certa riluttanza, ebbi detto loro il risultato della mia visita, Tamàs si rialzòe si congratulò con un viso così radioso come se la notizia riguardasse lui stesso. Aveva subito afferrato la contraddittorietà dei miei sentimenti e disse, stendendosi di nuovo sulla paglia: ‘E’ una vera fortuna per tutti cinque. Terrai la paglia pulita, batterai le nostre coperte e corromperai i cuochi per avere un po’ d’acqua calda per il té. ‘ En somme’, ti sfrutteremo e ti impediremo di ricadere nelle file parassitarie della borghesia’. Così cominciammo ad organizzare la nostra vita”.
Pure, sempre nella Sezione “Purgatorio”, al cap. 11 ( p. 104 ), Arthur deve constatare: “L’odio settario fra stalinisti, trotzkisti, e riformisti esisteva ancora…Un mondo più felice ! Che derisione per gli abitanti della baracca dei lebbrosi. Il fondamento della politica è la speranza, e la speranza se n’era andata; ma i partiti gettano ombra e le ombre erano rimaste. E le ombre c o n t i n u a v a n o a c o m b a t t e r e f r a d i l o r o d o p o l a d i s f a t t a”.
In altri termini, il Purgatorio del Vernet durava dalla estate alla fine del 1939, aprendo il varco alla autentica “Apocalisse” della libertà e della democrazia francesi, a causa della invasione nazista ( gennaio-giugno 1940 ). “Apocalisse” magari anticipata nella Parte prima, detta della “Agonia” ( 23 agosto – 1° settembre 1939 ), sorta con il patto di non aggressione Hitler – Stalin. “Fu in quel momento – all’una di venerdì 1° settembre 1939, al ‘Restaurant des Pecheurs’ di Lavandau – che la guerra cominciò per noi”( ricorda Arthur Koestler a p. 30 ).
“Quell’ora è segnata nella mia memoria come una sottile l i n e a n e r a, come l’equatore su di una carta, che separi l’emisfero del Passato, piacevole e triviale, da quello dell’ Apocalisse che costituisce ancora il Presente”. “Ciascuno portava un peso da mettere nella bilancia sul piatto del Passato, e alleggerire così quello del Presente” ( ancora al par. 8 di “Purgatorio”, p. 81 ).
“Perché ho smesso di credere che il fine giustifica i mezzi – e questa è la ragione per cui ho lasciato il partito” ( p. 108). Commovente è, allora, l’addio con Mario – Leo Valiani, il saggio e grande e buon confortatore e ammaestratore ( quanto Dante e Machiavelli e Croce, deve avergli fatto conoscere ! ), allorché la burocrazia francese, che aveva raccolta alla cieca tutta la “schiuma della terra”, libera lo scrittore. “Alle sei ero al recinto di filo spinato della sezione C. Avevo detto addio a tutti i miei amici: mancava solo Mario. Stava lì nella foschia, con la testa rapata da forzato, il tic nervoso che gli tornava ad intervalli sul viso, e il suo sorriso caratteristico. – Addio, Mario. Stava appoggiato con la schiena al filo del cancello, che fra un minuto si sarebbe aperto per me ma non per lui. Arrivederci Mario, compagno e amico. Avevi diciannove anni quando ti misero in prigione e ventotto quando ti fecero uscire. Ti permisero due anni di libertà e tu spendesti questi due anni impagabili in cui era compressa la tua gioventù lavorando dodici ore al giorno all’ufficio del giornale degli emigrati italiani e altre quattro ore scrivendo una storia delle rivoluzioni del 1848. E quando i due anni furono finiti e vennero ma riprenderti, stracciarono il manoscritto sotto i tuoi occhi e sotto i tuoi occhi insultarono la donna con la quale vivevi e che da te attendeva un figlio. Il bambino nacque mentre eravamo ancora a Parigi, ma tu non avesti il permesso di vederlo; fu battezzato Rolando a ricordo del recinto di filo spinato sotto il segno del quale venne al mondo. – ‘Arrivederci, Mario” dissi alla figura scura presso la siepe. ‘Se dovessi mai scrivere la storia della tua vita, metterei come motto le parole: “C’era un uomo nel paese di Uz, il cui nome era Giobbe, e quell’uomo era perfetto e giusto”. Mario sorrise: “Giobbe visse per cento e quaranta anni; e morì vecchio e pieno di giorni. Sentirò la tua mancanza. Se sono trasferito alla Squadra della Latrina potrei impiegare il tempo libero a scrivere un saggio sulla ‘Storia d’Italia nel secolo decimonono’ di Benedetto Croce”. Mi abbracciò e il Corso venne ad aprirmi il cancello con la sua chiave e la richiuse dietro di me. Come era semplice. Il Corso mi accompagnò alla chiusura esterna del campo, e aprì l’ultimo cancello. Era veramente semplice. Poi mi fermai sulla strada, solo, con la valigia in mano. Era buio e di tanto in tanto una macchina passava in velocità, con le luci azzurrate, ed era inghiottita di nuovo dall’oscurità. Diedi un’ultima occhiata al cartello fuori del cancello principale: CAMP DU VERNET D’ ARIEGE. Quando arrivai alla svolta della strada potevo ancora vedere attraverso il filo le baracche nere della sezione C. Là giacciono sulla paglia gli uomini di Uz della nostra epoca, sotto il fardello dei loro dolori. Ma invece di rimproverare Dio, Mario avrebbe scritto un saggio su Croce e se la sarebbe presa con la Storia. Ma la Storia non ritornerà a lui e non gli parlerà del turbine dicendo: ‘Il mio occhio ti vede, e ti benedice con quattromila pecore e mille asine e dieci figli e figlie’. Ed egli non vivrà per centoquarant’anni” ( pp. 124-126 ).
Valiani rivedrà Koestler, con Daphne, a Londra nel 1943, registrando nella memoria le obiezioni del pensatore politico e scrittore ungherese a proposito del “socialismo liberale” e del trattamento che sarebbe stato riservato all’Italia dopo la guerra dalle grandi potenze vincitrici ( Appendice a “Schiuma della terra”, pp. 258-60 in: 249-60 ). In effetti, “Koestler era dubbioso sull’utilità dei nostri propositi, non quanto alla lotta ai nazisti, che approvava, ma quanto alla realizzabilità degli ideali di ‘Socialismo liberale’ che ‘Giustizia e Libertà’ professava e che furono fatti propri dal Partito d’Azione, nel 1943-45. A suo avviso, l’Italia sarebbe stata trattata e punita come un paese vinto ( il che non gli piaceva ma gli sembrava inevitabile ) e tutta l’Europa sarebbe stata divisa in due zone di influenza: l’americana e la sovietica (..). Aveva solo ragione. Una sera, però, citò un detto ungherese ( del celebre commediografo Ferenc Molnàr, l’autore dei ‘Ragazzi della via Pal’ ) che suona: ‘La più piccola candela ti insegna che per un po’ di luce val la pena di ardere e di bruciare fino in fondo”. Gli feci notare che questo giustificava i nostri progetti. Non solo mi approvò allora, ma mi diede anche del denaro, per consentirmi di vivere autonomamente in Italia. (..) Allorché rividi Koestler a Parigi, ove mi ero recato, nel ’46, alla Conferenza della Pace, ero deputato all’Assemblea Costituente per il Partito d’Azione, che si sciolse, però, poco tempo dopo. Non potevo non riconoscere che se non in tutta la questione italiana ( l’Italia era diventata, nel frattempo, una repubblica democratica ) in buona parte di essa, e in tutta la questione europea, Koestler era stato preveggente. Ma rimane la storia della candela che si brucia per dare luce. I libri di Koestler ne hanno diffusa e ne diffondono molta”.
In un momento in cui ai giovani pare esser stato intercettato codesto tesoro di esperienze storiche, etiche e politiche; e da qualche parte si indulge al facile schema sociologico della “umiltà del male” ( quasi a dire: ‘Che male c’è?’ ), banalizzando e fraintendendo sia la dottrina della pietas insita nel cosiddetto “pensiero debole” sia la stessa teoria arendtiana della “banalità del male” ( addotta a proposito di Eichmann a Gerusalemme ), ebbene la lezione di Koestler e Leonetti ci appare “gigantesca”, diffusiva di molta luce sul tragico della storia europea e le difese della Libertà.
“Una vita non vale niente; ma niente vale una vita”. La “religione della libertà”, segnata alle generazioni presenti e future, dalla “Storia d’Europa” di Benedetto Croce. La lucida e appassionata denuncia della “cosa sinistra”, come fenomenologia del male, in grado di trapassare dall’incomposta atomizzazione dei pareri alla ferrea vocazione egemonica della classe operaia, esperita nel carcere di Vernet ma illuminante nei processi storici in corso e avvenire ( sino ai nostri giorni, quando il lamento dell’incoerenza della sinistra si accompagna alla strategia di occupazione sistematica delle ‘casamatte della cultura’: ma come tali che non siano due momenti separati ma parti di un medesimo ‘accadimento’, della sua genesi e sviluppi ); questi e altri motivi esponenziali sembrano evidenziarsi nelle testimoniali pagine da cui siam partiti.
E guida della ragione, ‘giusto’, personalità ‘rara’ e ‘perfetta’, compagno ed amico ineguagliabile, veramente fu Mario per l’altro pioniere della Libertà ( da “ecclesia pressa” a candela che brucia per l’eternità ), Arthur Koestler. Sino al punto da restare fedele al Croce, Leo Valiani, ancora a lungo, nel ’62 ( Atti del Convegno del “Mondo” ), e nel ’98 ( poco prima del termine della giornata terrena ) nel corso della polemica improvvidamente suscitata da Andreotti a proposito della mancata presenza del filosofo in Senato il giorno del finto dibattito sull’emanazione delle leggi razziali del ’38. Ora invece, lo storico e testimone di libertà, già detenuto a ponza e a Vernet, ricorda i rischi della logica del manganello, il “Contromanifesto” Croce del 1° maggio 1925 con il voto contrario ai Patti Lateranensi nel febbraio del ’29 e ancora successivamente ( v. i miei “La ‘critica del pettegolezzo’ e l’antifascismo di Croce”, “Puglia” del 7 settembre 1999; “La religione della libertà e la lezione di Leo Valiani”, in “Vico e Croce”, Laterza, Bari 2000, pp. 40-47 ). Rievoca “La filosofia della libertà” in “Fra Croce e Omodeo” ( Le Monnier, Firenze 1984 ), addirittura come alto ermeneuta della Libertà e della Verità, pur nel momento della lotta, come quando correttamente discute il pregiudizio circa l’hegelismo del Croce, apparentemente spregiatore dei diritti dell’individuo.
“Questo era, se mai, l’atteggiamento che caratterizzava certi hegeliani ortodossi – incalza e precisa Leo Valiani -. Ma ortodosso Croce non è mai stato e la sua originalità consiste per l’appunto nella critica che mosse, dall’interno della concezione della storia come storia spirituale, alla deificazione dello ‘spirito del mondo’. Non per nulla egli ha negato validità ad ogni filosofia della storia, risolvendo la filosofia stessa nel giudizio scaturito dalla motivazione sugli eventi storici, che sono sempre sintesi d’individuale e d’universale e non esisterebbero dunque senza la vita degli individui, che f a n n o s t o r i a f a c e n d o s e s t e s s i. Un qualsiasi personaggio di Balzac, che rimurgina la sua vita, è altrettanto storico, ricordava Croce, come chi mediti sulla grandezza e decadenza della civiltà” ( osservazioni svolte a proposito di un discutibile contributo di Ferruccio Focher, nella raccolta “Fra Croce e Omodeo”, Le Monnier 1984, pp. 54-56 ). Di Valiani di potrebbe ripetere, dilatandone il senso, il bel verso dell’amico Montale, “Occorrono troppe vite per farne una”, a significar le necessarie implicazioni delle battaglie sostenute prima, durante e dopo il fascismo, contro tutti i totalitarismi, per tutelare la “religione della libertà” prima, contrastare tirannide sofismi e ipocrisia dopo la conquista delle “casamatte della società civile” e il Sessantotto, poi ( cfr. il “Carteggio con Aldo Garosci e Leo Valiani. 1976-77”, in “Vico e Croce”, cit., pp. 132-135; “A proposito di Croce e delle leggi razziali”e “Ancora su Croce e le leggi razziali”, ivi, pp. 29-34; “Arthur Koestker e Alfonso Leonetti”, “Libertates.com” – “Commenti” del 1° settembre 2013; e ora le conferme di Mauro Canali, “Il tradimento. Gramsci, Togliatti e la verità negata”, Marsilio 2013 ).

Giuseppe Brescia

Sull'Autore

Giuseppe Brescia

Filosofo storico e critico, medaglia d'oro del MIUR, Premio Pannunzio 2013 e Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica,Componente dei Comitati per le Libertà, ha procurato di innestare storicismo epistemologia ed ermeneutica. Dopo la fase filologica('La Poetica di Aristotele','Croce inedito' del 1984 ),ha espresso un sistema in quattro parti: 'Antropologia come dialettica delle passioni e prospettiva', 'Epistemologia come logica dei modi categoriali', 'Cosmologia', 'Teoria della Tetrade', 1999-2002).Per Albatros ha pubblicato il commento alla lezione di Popper in'Maledetta proporzionale' (2009,2013);'Massa non massa.I quattro discorsi europei di Giovanni Malagodi'(2011);'Il vivente originario'(saggio sulla filosofia di Schelling, con prefazione di Franco Bosio, Milano 2013); 'Tempo e Idee. Sapienza dei secoli e reinterpretazioni', con prefazione di Bosio (2015).I temi del tempo e del 'mondo della vita' si intrecciano con le attualizzazioni del 'male', da '1994'.Critica della ragione sofistica (1997), 'Orwell e Hayek', 'Ipotesi su Pico'(2000 e 2002) sino al recente'I conti con il male.Ontologia e gnoseologia del male'(Bari 2015).E' Presidente della Libera Università 'G.B.Vico' di Andria

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