Il fascismo antifascista di Roberto Benigni

“Inauguriamo con questo articolo di Dino Cofrancesco, presidente esecutivo dei Comitati per le Libertà e professore di Storia delle dottrine politiche all’università di Genova, uno spazio di commento e riflessione sotto il segno dell’“Albatros”, simbolo del nostro movimento”

 

Fra tante notizie che si affollano sulle prime pagine dei quotidiani, fra tanti commenti che, secondo un tipico costume del giornalismo italiano, fanno aggio sulle notizie, non mi è capitato ancora di leggere qualcosa sul programma di Roberto Benigni, La più bella del mondo, che andrà in onda su Rai 1 il 17 dicembre in prime time. “La più bella del mondo” sarebbe la Costituzione italiana, che il comico toscano ha definito (la sua competenza giuspubblicistica è ben nota) “un libro straordinario”. “Finora mi sono occupato di Dante — ha detto –: qui siamo nel cielo degli uomini, a uno dei punti più alti raggiunti dagli uomini. In questo momento in cui ci stiamo perdendo, ci stiamo sperdendo davvero, bisogna andare a chiedere a chi ci ha indicato la strada da che parte andare. Gli autori della Costituzione ci hanno illuminato la strada della felicità con regole semplici semplici, i dodici principi fondamentali” che “tanti Stati hanno copiato”. La Costituzione è un’opera che “è ancora viva, come la cupola del Brunelleschi”, ha detto ancora Benigni. Insomma, secondo il Premio Oscar, come Dante ha scritto la Divina Commedia così i nostri padri costituenti — e non Honoré de Balzac, il creatore del ciclo la ‘Comédie humaine’, il grande reazionario che tanto piaceva a Karl Marx —hanno scritto l’Umana Commedia. Benigni è effettivamente un comico coi controfiocchi: paragonare gli estensori della nostra Magna Carta a Dante e a Brunelleschi significa avere un’immaginazione fervida e sconfinata fatta apposta per commuovere augusti retori della Repubblica come Carlo Azeglio Ciampi.
Per l’uomo della strada, però, il giudizio di Benigni è, per dirla napoletanamente, “na vutata e spirito” che commuove poco e, in effetti, diverte molto. Se appena appena informato, infatti, l’uomo della strada sa bene che la nostra Carta, a differenza delle Dichiarazioni d’Indipendenza degli Stati Uniti e dei Diritti dell’uomo e del cittadino dell’89, non nasce da uno “stato nascente” — per adoperare la terminologia di Francesco Alberoni — da un entusiasmo collettivo, da una grande partecipazione di popolo a una guerra di liberazione (dalla tirannide o dallo straniero) ma da un compromesso tra i rappresentanti improvvisati di una nazione umiliata dall’insensata guerra fascista, incerta sull’avvenire, oscuramente consapevole della “morte della patria”. Delle tre grandi famiglie che misero mano al testo, solo una, quella liberale (per giunta minoritaria), discendeva dai magnanimi lombi dei Padri della Patria: le altre due, la cattolica e la socialcomunista, volevano chiudere i conti non solo col passato regime ma, altresì, con le idealità e i valori del vecchio stato nazionale, messo sotto accusa per il suo approdo totalitario e imperialistico. Ne venne fuori, come sa pure ogni studente a partire dalle scuole medie inferiori, un autentico “compromesso storico”, un ideologico “abito di Arlecchino”, che spesso annacquava i principi liberali, pur presenti nel testo, con limitazioni e “specificazioni” che sarebbero piaciute (e, in effetti ,piacquero) a Stalin: ad esempio il riconoscimento della proprietà privata subordinato alla sua “funzione sociale” (dove non si sa che cosa sia la “funzione sociale” e chi debba definirla).
Per carità, non intendo fare l’ennesimo processo alla Costituzione. Ormai c’è, teniamocela con le sue contraddizioni sovente ricordate dai quattro gatti liberali clamantes in deserto come Piero Ostellino, e cerchiamo, semmai, con gli strumenti che essa stessa mette a disposizione, di riformarne le parti più obsolete e di introdurvi articoli nuovi — che rimedino, ad esempio, all’irrilevanza costituzionale del potere esecutivo, che rappresenta una zona d’ombra non destinata certo a farci trovare “la strada della felicità”.
In un paese caratterizzato da una civic culture matura e democratica, una trasmissione sulla Costituzione della Repubblica Italiana non dovrebbe mettere sotto processo i suoi autori, ma neppure farne l’apologia. Si dovrebbe dire: le cose sono andate così, il prodotto finale ha del buono ma ci sono pure aspetti problematici, almeno nel senso che non trovano d’accordo tutte le “famiglie spirituali” del paese, mettiamoci tutti assieme al lavoro, attorno a un tavolo, e cerchiamo di accordarci sulla manutenzione e la ristrutturazione dell’ormai vecchio edificio. Sono questi lo stile e il costume di una “società aperta” e, in quanto tale, problematica e disposta rivedere le sue istituzioni, alla luce delle lezioni fornite dall’esperienza. Se si parte, però, dal presupposto della “più bella del mondo” e se questo è il messaggio che un non addetto ai lavori (e sia pure un comico brillante che ha legato il suo nome a film di Federico Fellini e di Woody Allen, non importa se, forse, tra i più brutti dei due grandi registi) trasmette ai suoi cittadini, non si fa né informazione, né spettacolo: si fa solo e semplicemente politica, giacché quanti prenderanno alla lettera la valutazione di Benigni, d’ora in poi, guarderanno ai politici e agli studiosi (di destra, soprattutto, ma anche di sinistra) convinti — a ragione o a torto —della necessità di sostanziali “modifiche costituzionali” come a lestofanti o a pericolosi incompetenti, quali sarebbero un architetto o un sovrintendente che intendessero trasformare la cupola di Brunelleschi.
Diceva Ennio Flaiano che in Italia ci sono due specie di fascismo: il fascismo e l’antifascismo. La trasmissione di Roberto Benigni ne è la più convincente riprova. “I dodici principi fondamentali” che “tanti Stati hanno copiato” riportano alla mente refrain antichi, vanterie provincialotte delle quali oggi siamo portati a vergognarci e sulle quali il Tempo ha disteso il suo velo pietoso. Sulla “Critica Fascista” del 15 novembre 1927-VI (Era Fascista), si poteva leggere: “Lo Stato corporativo rappresenta forse la più degna e completa affermazione del Fascismo dinanzi al mondo. Il richiamo più severo che da settanta anni sia stato fatto alla Nazione italiana per metterla di fronte ai propri bisogni e alle proprie responsabilità; il tentativo più audace del mondo moderno di interpretare organicamente il complesso sociale. Soltanto attraverso lo Stato corporativo noi possiamo affermare di aver superato il liberalismo, di aver integrata e trasformata la democrazia, di aver distrutto i miti e raccolto le verità del socialismo. Chi dubita o è scettico dinanzi all’esperimento corporativo deve essere considerato un disfattista del Fascismo”.
Per i retori della Costituzione, la mirabile opera di sintesi non è merito del fascismo ma dell’antifascismo: gli ingredienti, però, sono gli stessi: l’individualismo liberale va “superato”; la democrazia va “integrata” e “trasformata”, in modo che non sia più formale e rituale ma esprima — anche sulle piazze — le aspirazioni e i bisogni del popolo; le verità del socialismo vanno “raccolte” e i suoi miti distrutti (chi pensava più, in seno all’Assemblea Costituente, a un’economia collettivistica di tipo sovietico?).
Forse è proprio la “sintesi”, il segno di Zorro del fascismo eterno che non riusciamo a cancellare. Quella del duce e di Giuseppe Bottai era una sintesi autoritaria, imposta dall’alto, con gli strumenti istituzionali di uno Stato asservito alla dittatura e organizzatore del consenso totalitario attraverso una propaganda capillare — pur se rivelatasi inefficace nel nostro paese, dove il carattere degli italiani, le tradizioni, le “culture” sono sabbie mobili in cui sprofonda ogni progetto palingenetico. Quella del buonismo democratico-costituzionale è una sintesi che non porta gli “apoti”, quanti “non se la bevono”, davanti al Tribunale Speciale né li condanna al carcere duro o al confino in Lucania, ma li delegittima irreparabilmente sul piano etico-politico, li degrada a cittadini-zombi: negare che la nostra Costituzione sia “la più bella del mondo”, significa essere in malafede, stare sul libro-paga di Berlusconi, non far parte della “gente perbene”.
Che la sintesi buonista sia preferibile a quella fascista è tanto ovvio che ci si vergogna quasi a sottolinearlo. E tuttavia è innegabile che la forma mentis sia la stessa: ci sono valori buoni che tutti sono tenuti a condividere, orgogli che tutti debbono sentire – “Lo Stato corporativo rappresenta forse la più degna e completa affermazione del Fascismo dinanzi al mondo”. “Gli autori della Costituzione ci hanno illuminato la strada della felicità con regole semplici semplici, i dodici principi fondamentali” che “tanti Stati hanno copiato” ¬ ¬ e ci sono critiche che pongono decisamente gli individui che le avanzano al di fuori della Patria o dell’Umanità.
Lo scetticismo metodologico del più grande teorico del liberalismo moderno, David Hume, e il senso del “conflitto dei valori” che nutre le riflessioni dei grandi liberali del Novecento, come Georg Simmel, Benedetto Croce, Isaiah Berlin, non sono mai realmente penetrati nell’antropologia culturale italica. Per noi, i valori non sono realmente in conflitto — ad esempio, libertà ed eguaglianza, individualismo e solidarietà, stato e società civile, etica e religione, politica ed economia eccetera — se non nel senso del “bene” contrapposto al “male”. L’idea che il conflitto possa nascere dal fatto che non si riesca a trovare un accomodamento tra cose egualmente “buone”, che occorra rispettare quanti ne difendono alcune e non altre (e potrebbero, ad esempio ritenere la nostra Costituzione la più brutta del mondo occidentale) e che, alla fine, non resti che “contare le teste” e vedere quali cose buone siano ritenute dalla maggioranza degli elettori “più buone” di altre e quindi debbano orientare il programma di governo, è un’idea che non ha mai sfiorato intellettuali, comici, opinion maker. In fondo, sono rimasti fascisti anche per questa oscura pulsione bellicistica, per la rabbia che debbono sfogare contro “quanti non si commuovono alla predica perché appartengono a un’altra parrocchia”.
Roberto Benigni continua la sua “guerra civile” con altri mezzi e con altre camicie. Settant’anni fa avrebbe, forse, potuto essere un Mario Appelius del teatro comico italiano, oggi — al di là delle sue doti e della sua bravura che nessuno nega — rischia di diventare il giullare dei vecchi, immarcescibili, tromboni dell’antifascismo di regime. Un giullare che ci leggerà articoli come “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società” con lo stesso, commosso, trasporto sentimentale con cui avrà letto a Santa Croce o all’Arena di Verona: “Dolce colore d’oriental zaffiro/ che s’accoglieva nel sereno aspetto/ del mezzo puro infino al primo giro”. (A ulteriore dimostrazione della capacità della mens ideologica di sfondare, impavidamente, il muro del ridicolo e del grottesco. Negli anni della mia giovinezza, per far ridere, si leggevano prosaici regolamenti, come poteva essere quello condominiale, col tono solenne e cantilenoso del sacerdote che, durante la Messa, apre il Libro “Nel Vangelo di Luca si legge…”. Chi avrebbe mai supposto che un comico avrebbe fatto la stessa operazione con un “regolamento” —sia pure con quello supremo, il testo costituzionale — non per far ridere, ma per far “piangere”?).
Trattandosi della TV pubblica, occorre rilevare, l’autore de “La vita è bella” (certo non bella quanto la Costituzione italiana !) fa il giullare e il piazzista della “Repubblica fondata sul lavoro” con i nostri soldi: se si pensa alla soddisfazione per il nuovo programma espressa dal presidente della Rai Anna Maria Tarantola e dal direttore generale Luigi Gubitosi, si può, comunque, stare tranquilli: “tutto regolare!…”.

Dino Cofrancesco

Sull'Autore

Dino Cofrencesco

Dino Cofrancesco è uno dei più importanti intellettuali italiani nel campo della storia delle dottrine politiche e della filosofia. E' autore di innumerevoli saggi e tra i fondatori dei Comitati per le Libertà. Allergico all'ideologia dell'impegno, agli "intellettuali militanti", ai profeti e ai salvatori del mondo, ai mistici dell'antifascismo e dell'anticomunismo, ha sempre visto nel "lavoro intellettuale" una professione come un'altra, da esercitarsi con umiltà e, nella misura del possibile, "senza prendere partito". Per questo continua, oggi più che mai, a ritenere Raymond Aron, Isaiah Berlin e Max Weber gli autori più formativi del '900; per questo, al tempo dell'Intervista sul fascismo di Renzo De Felice, si schierò, senza esitazione, dalla parte della storiografia revisionista, senza timore di venir accusato di filofascismo.

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