Il fascismo antifascista di Maurizio Maggiani


Quando nell’ansia di essere antifascisti si finisce per giustificare, almeno in parte, il fascismo

L’Italia è il paese in cui artisti, letterati, uomini di spettacolo non hanno nulla da temere quando la loro Musa decide di abbandonarli. Purché si sia acquisita una certa notorietà c’è un lavoro, non poco gratificante, sempre a disposizione: quello dell’opinion maker o del maître-à-penser. E così si vedono personaggi come Moni Ovadia o Maurizio Maggiani sproloquiare sul fascismo, sul razzismo, sul totalitarismo, sul ‘nazionalismo che torna’, senza inutili ‘scrupoli filologici’ e adeguate e impegnative letture. Bastano il pathos sentimentale e l’impegno etico-politico dalla parte giusta a conferire autorità e prestigio, il resto è inessenziale.
La storia, con la sua complessità, è, per loro, un vasto mosaico: basta mostrarne alcuni tasselli per accreditarsi e rendere il discorso veritiero e fondato su fatti inoppugnabili. Un esemplare tipico di questa compagnia di giro—onnipresente sui giornali, in tv, in radio—è Maurizio Maggiani, lo scrittore di Castelnuovo Magra, Premio Campiello 1998, divenuto da anni editorialista domenicale del ‘Secolo XIX’.
Nel gran parlare che si è fatto dell’infame legge decisa dal Parlamento di Varsavia che punisce, con reclusione fino a tre anni, quanti ricordano che i polacchi parteciparono al genocidio contro gli ebrei, Maggiani non ha voluto far mancare la sua voce. Bene le condanne dei nazionalisti polacchi, giusto riconoscere che «la gran parte degli italiani ha accettato di includere gli ebrei nella propria specie» ma lo scrittore chiede ancora uno sforzo, come scrive sul ‘Secolo XIX’ (editoriale del 28 gennaio 2018), quello di «ampliare la visione e allargare le vedute». «Difficile e forse ingiusto, ma, pur cosciente che il mio zelo può essere giudicato fuori luogo e persino di cattivo gusto», Maggiani avverte, nondimeno, come un dovere «far notare che le leggi razziali del’38 non sono le uniche leggi di tale materia promulgate dal regno d’Italia, e ancor prima di occuparsi degli ebrei, il governo fascista si dedicò ai negri, ai meticci e ai mulatti» . E, a sostegno di quel che rivela agli immemori connazionali, cita un articolo di Benito Mussolini, La razza bianca muore, pubblicato il 4 settembre 1934.
Rientrerebbe tutto nella normale ‘buona retorica’ repubblicana (che, a dir il vero, sta diventando stancante) se non fosse per due considerazioni.
La prima è il delitto di lesa storicità commesso da Maggiani. Mi spiego meglio. Oggi almeno molti di noi rifiuterebbero di stringere la mano a qualcuno che ci dicesse che i ‘negri’ sono una razza inferiore: Martin Luther King, Andrew Young, Colin Powell, Condoleezza Rice, Barack Obama, Denzel Washington etc. etc. sono i simboli più alti di un’epoca che non solo ha superato definitivamente i pregiudizi razziali ma che ha dimostrato come i discendenti degli schiavi possono essere buoni americani, degni figli di George Washington e di Abraham Lincoln. Non si dimentichi, però, che ancora nel 1967, Stanley Kramer poteva girare un film–con la collaudata, magnifica, coppia Spencer Tracy e Katharine Hepburn–, Indovina chi viene a cena, in cui si mostrava come, anche per una coppia progressista, fosse piuttosto imbarazzante accogliere in casa il ragazzo afro-americano (Sidney Poitier) della figlia.
I Maggiani parlano come se gli italiani e i fascisti degli anni trenta avessero dovuto coltivare l’etica universalistica dell’odierno politically correct ed estendere a tutte le razze il riconoscimento dei diritti dell’uomo e del cittadino. Nel paese ‘tiranneggiato dal fascismo’, in realtà, non c’era l’odio dei negri—tant’è vero che s’impedì invano ai soldati di cantare Faccetta nera, la popolarissima canzone di Renato Micheli e Mario Ruccione del 1935, in cui si poteva vedere una commistione della superiore razza romana con quella inferiore etiope—ma, certo, non c’era, neppure a cercarlo con il lanternino, il senso di una radicale eguaglianza del genere umano, indipendentemente dal colore della pelle – che pure era iscritto nel retaggio del cristianesimo e dell’illuminismo, sua versione secolarizzata, Che il fascismo operasse su un terreno antropologico fertile è innegabile, anche se gli italiani ‘brava gente’, nella stragrande maggioranza, non avevano mai preso in mano il periodico La difesa della razza e neppure sapevano della sua esistenza.
Ma ciò che più sconcerta nell’articolo di Maggiani è quell’operazione (purtroppo non solo sua) sottilmente ‘indecente’ che consiste nell’appiattire l’antisemitismo sul razzismo. Questo significa, inconsapevolmente, porsi sullo stesso terreno del fascismo (e del nazismo): considerare gli ebrei italiani come altri da noi e la loro persecuzione assimilabile a quella contro i ‘negri’, gli zingari, gli omosessuali, gli alienati mentali, gli appartenenti a culture lontane dalla nostra. Che la persecuzione di tutti quei ‘diversi’ sia sommamente riprovevole e indegna di un paese civile è un fatto, ma l’appiattimento dell’antisemitismo sul generico razzismo azzera quello che fu il più grosso ’peccato contro lo Spirito’ (per citare un’espressione crociana), commesso dal fascismo, quello di rendere, per legge, estranei i nostri, di espellere dalla famiglia storica membri che da duemila anni avevano abitato tra noi e che, negli ultimi due secoli, avevano dato un altissimo contributo alla costruzione dello stato nazionale—e se da ultimo avevano in gran numero aderito allo stesso fascismo è perché avevano ravvisato in esso il custode armato e risoluto dei valori risorgimentali. Cacciare di casa, con maniere violente e brutali, un ’forestiero’ è sicuramente una colpa (variamente sentita, peraltro, nelle diverse epoche) ma togliere l’appartenenza a un fratello è senz’altro un crimine inespiabile. Tale crimine – ed è un punto, questo, quasi mai preso in considerazione – viene paradossalmente ridimensionato proprio dai pasdaran dell’antifascismo (come appunto Maggiani) che lo fanno rientrare, come s’è detto, nel mare magnum del razzismo.
Se non avessi in odio il politicamente corretto e la pedagogia di Stato, imporrei l’obbligo ogni volta che si ricordano le vittime delle Fosse Ardeatine (peraltro la maggioranza delle quali non ebree) di premettere alla parola ebreo la parola italiano. Alle Fosse o nei campi di concentramento (ce ne furono anche nel nostro paese) non vennero avviati, come documenta Liliana Picciotto Fargion nel Libro della Memoria, 6.807 ebrei ma 6807 italiani di religione ebraica. Nella filosofia pubblica dello Stato nazionale, infatti, a cominciare dallo Statuto albertino, il fatto che si trattasse di ebrei era, sotto il profilo della citizenship a, del tutto irrilevante: lo era per i fascisti della seconda metà del ventennio, lo era per i nazionalsocialisti, lo è oggi per i buonisti in s.p.e. ai quali il Risorgimento non dice più nulla e del fatto che gli ebrei se ne sentissero eredi e custodi (da Ernesto Nathan ad Alessandro Levi, da Leone Ginzburg ad Arnaldo Momigliano, per limitarci a questi nomi) non gliene potrebbe importare meno. E’ triste pensare che un fratricidio (quello degli ebrei) possa essere rubricato come un normale omicidio per motivi di razza, ma purtroppo rivela, inequivocabilmente, la fine della comunità politica, la demonizzazione di ogni discorso in termini noi/gli altri, la messa sullo stesso piano di tutti i reati, di tutte le colpe, di tutte le violenze, la rimozione totale degli obblighi maggiori che abbiamo nei confronti dei membri della nostra ‘tribù’.
Maggiani chiude il suo articolo con un coup de théâtre. «A puro titolo di curiosità andrebbe citato come cardine ideale e politico della legiferazione razziale del regno l’articolo pubblicato dal giornale La Stampa nel settembre del ’34 a firma del capo del governo Benito Mussolini dal titolo “1a Razza Bianca Muore”, tematica tutt’oggi in gran considerazione».
Forse, lungi dal far credere al lettore che quell’articolo fosse il «cardine ideale e politico» della filosofia razziale del duce, Maggiani avrebbe dovuto avvertire che si trattava, in realtà, di un commento al Manifesto redato da grandi personalità della vita politica e della cultura francese, che conteneva un «grido d’allarme sulla decadenza demografica della razza bianca». A firmarlo furono, tra gli altri, due ex presidenti, Raymond Poincaré e Alexandre Millerand, il repubblicano-socialista Eduard Herriot, il cardinale Jean Verdier, uomini, come si vede, di diversa estrazione ideologica e culturale. Nel Manifesto si facevano fosche profezie sulle stragi incombenti a causa della denatalità. Ne trascrivo qualche brano significativo: «Già lo spopolamento ha impoverito numerosi dipartimenti, dove i villaggi periscono e le fattorie cadono in rovina. Lasciare che la denatalità si accentui ancora e si estenda a tutto il territorio significa accettare che il popolo francese diventi un popolo di vecchi e condannare la Francia ad un indebolimento progressivo. In seguito allo spopolamento, agricoltura, commercio ed industria declineranno sempre più per mancanza di consumatori. Lo Stato diventerà insolvibile per mancanza di contribuenti, ed il Paese sarà incapace di difendere le sue frontiere contro popoli giovani per mancanza di difensori. Questi pericoli non sono lontani, ma imminenti, e sono le generazioni attuali quelle che si trovano minacciate dalla denatalità nei loro beni e nella loro stessa vita, dalle prospettive di rovine e di guerre che il fenomeno apre dinanzi ai loro occhi».
I firmatari del Manifesto avevano ragione ad essere tanto preoccupati? Erano ossessionati da fantasmi partoriti dalla loro immaginazione che lo choc della più devastante delle guerre civili europee—quella del 1914-18—aveva decisamente alterato? Sono domande che non interessano, almeno in questa sede. Quello che è indubitabile, invece, è che si trattava di angosce e di ansie ampiamente diffuse in Europa e che non erano soltanto farina nera del mulino fascista. Non si comprenderebbero, altrimenti, il fascino che l’ideologia fascista esercitò, non solo in Italia ma anche in Europa e nel mondo, su tanti intellettuali, la strategia dell’attenzione che fino a una certa data fu adottata nei suoi confronti anche da antiche e solide democrazie, come la britannica e la statunitense, e, per quanto riguarda la Francia, non si capirebbero le ragioni della ‘strana disfatta’, descritta dal più geniale storico del Novecento, l’ebreo francese Marc Bloch, il principe indiscusso delle Annales.
Leggendo Maggiani o Moni Ovadia sembra di leggere creature celesti calate sulla terra e sconvolte dai mali che vi hanno visto. Angeli purissimi che paiono chiedersi esterrefatti «come è stato possibile?», senza rendersi conto che le ‘malattie del secolo’ hanno colpito tutti e che il loro stesso ‘terrorismo del concetto’, che divide l’umanità in eletti (i razzisti) e reprobi (gli antirazzisti.), è il sintomo più sicuro che quelle malattie non li hanno risparmiati e che appartengono alla seconda delle due species in cui Ennio Fliano suddivideva il genus fascismo: i fascisti fascisti e i fascisti antifascisti.
Il grande Jakob Burckhardt, parlava dei terribili semplificatori, pensando ai demagoghi che l’avvenire recava in serbo. Forse non ne sospettava il ‘prologo in cielo’ ovvero che a preparare il loro avvento e a sostenerne l’opera potesse essere proprio la classe dei dotti.

di Dino Cofrancesco

Sull'Autore

Dino Cofrencesco

Dino Cofrancesco è uno dei più importanti intellettuali italiani nel campo della storia delle dottrine politiche e della filosofia. E' autore di innumerevoli saggi e tra i fondatori dei Comitati per le Libertà. Allergico all'ideologia dell'impegno, agli "intellettuali militanti", ai profeti e ai salvatori del mondo, ai mistici dell'antifascismo e dell'anticomunismo, ha sempre visto nel "lavoro intellettuale" una professione come un'altra, da esercitarsi con umiltà e, nella misura del possibile, "senza prendere partito". Per questo continua, oggi più che mai, a ritenere Raymond Aron, Isaiah Berlin e Max Weber gli autori più formativi del '900; per questo, al tempo dell'Intervista sul fascismo di Renzo De Felice, si schierò, senza esitazione, dalla parte della storiografia revisionista, senza timore di venir accusato di filofascismo.

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