Il doppiopesismo come contrassegno del tartufismo etico

cofrancesco

“per l’Albatros pubblichiamo un piccolo saggio di Dino Cofrancesco: Quando la politica influenza la giustizia? Due pesi e due misure per i vincitori e i vinti”.

Leggo su un quotidiano della Capitale, ’Trastevere’ che il regista padovano, Antonello Belluco, (già autore del film ‘Antonio guerriero di Dio’), ha reclutato dalla California Romina Power per il suo nuovo lavoro, ‘Il Segreto, che rievocherà la strage di Codevigo. «La pellicola racconta la storia di un eccidio partigiano di prigionieri fascisti arresi, di civili e donne prima torturati e poi uccisi», un momento buio della storia italiana da mettere in conto alla Brigata Garibaldi, guidata dal comandante Bulow, Arrigo Boldrini. Secondo il maggiore storico della guerra civile, il progetto difficilmente andrà in porto giacché dai ‘soliti noti’—i talebani della Costituzione più bella del mondo nata dall’antifascismo e dalla Resistenza—faranno prima o poi arrivare al regista e al produttore del film, un cortese avvertimento: «questo film non s’ha da fare!».
Al di là delle italiche miserie, però, si pone il problema: come vanno trattati quanti stavano oggettivamente dalla ‘parte buona’ se commettono atti di feroce e indiscriminata repressione? (Dico ‘oggettivamente’ giacché i partigiani della Brigata Garibaldi contribuirono alla restaurazione delle libertà politiche e dei diritti civili anche se, ‘soggettivamente’, detestavano la democrazia borghese e parlamentare quasi quanto il loro fratello fascista Caino). Non molto tempo fa abbiamo visto l’implacabile determinazione con cui i giudici italiani—modelli universali di amministrazione imparziale della Giustizia—hanno raggiunto e processato vecchi soldati tedeschi, ormai con un piede e mezzo nella fossa, per aver obbedito a disposizioni tribali venute dall’alto e aver organizzato, senza batter ciglio, la strage di migliaia di civili innocenti. Da un lato, si è fatto rilevare, che non si è tenuti a obbedire a un comando, quando si comandano crimini contro l’umanità; dall’altro, si è ribadito il principio che delitti orrendi come la pulizia etnica non vengono cancellati dal tempo:in questi casi, anche un malato terminale può essere prelevato dall’hospice e portato dinanzi a un Tribunale per rispondere delle sue azioni di 60, 70 anni fa. Capisco il punto di vista ma non mi si chieda di condividerlo: nell’etica empiristica e relativistica, alla quale, lettore di Montaigne e di Hume, rimango fedele, il perseguimento di un reato, per quanto orribile e imperdonabile, dovrebbe fermarsi alle soglie del buon senso e dell’umana ragionevolezza. «Summum jus, summa iniuria» dicevano i nostri antenati romani che, forse, di diritto se ne intendevano più di noi.(Cicerone rischiò la vita e dovette allontanarsi da Roma per aver fatto condannare a morte il ‘fascista’ della sua epoca, Lucio Sergio Catilina, senza regolare processo..).
Premetto che la giuridicizzazione della politica (come, d’altronde, dell’etica) mi sembra il segno più inquietante dell’epoca in cui viviamo. La politica è immersa in una dimensione ontologicamente «polemica», estranea alla comunità ordinata, in cui vige il diritto. Sia la guerra civile che quella tra stati vedono lo scontro di eserciti combattenti (siano soldati o ‘partigiani’), non mettono a confronto, da una parte, il reo, che ha violato una norma del codice civile o penale e, dall’altro, il giudice che dovrà comminargli la sanzione. I vincitori non sono magistrati ma militi al servizio di una causa: nei confronti dei loro nemici vinti e disarmati possono optare per lo scioglimento pacifico dei loro reparti, per brevi o lunghi periodi di prigionia a scopo precauzionale, per un’offerta di collaborazione o per la eliminazione fisica (quest’ultima più probabile nel caso di nemici particolarmente efferati, che si siano resi colpevoli di ingiustificate violenze nei confronti della società civile). Portarli davanti a un tribunale non ha molto senso giacché, a parte le imbarazzanti rivelazioni di correità (così temute, ad esempio,nel caso di Mussolini), possono sempre dire che si sono comportati in un certo modo perché la salus rei publicae, che è la suprema lex, richiedeva, in quel momento, misure esemplari, pur se terrificanti (gli storici filogiacobini non sostengono infatti che solo il Terrore riuscì a salvare la Francia dai pericoli interni ed esterni?). Un magistrato che fosse stato di diverso avviso si sarebbe trasformato in storico contemporaneista e/o in ‘filosofo politico’: avrebbe dovuto individuare, infatti, strategie di condotta alternative a quelle adottate ovvero assumere virtualmente il ruolo di governante che già fu dell’imputato.
Il fatto che non si avverta l’assurdità di tale pretesa è materia di riflessione. In ogni modo, quello delineato è uno stile di pensiero sempre più invasivo, destinato a mio avviso, a corrodere dalle fondamenta la civiltà liberale che, con tanta fatica, si è riusciti, almeno in parte, a edificare sulle due sponde dell’Atlantico.
Ma, in via ipotetica, consideriamo pure tale ‘stile di pensiero’ come il nuovo ‘senso comune’ del nostro tempo. Esso considera (e non a torto, sotto il profilo morale) un incancellabile crimine di guerra l’aver infierito, ucciso, torturato esseri umani «senza divisa»–civili non schierati, donne, vecchi, bambini—e ritiene che i responsabili di quel crimine debbano essere processati stracciando il calendario, come se il reato fosse stato commesso appena ieri.. Ebbene, ci si chiede allora, perché Herbert Kappler, sì, e Arrigo Boldrini, no? (sempre che le imputazioni a carico dei due diversi responsabili di stragi siano state provate). E se si ritiene che l’amnistia di Palmiro Togliatti abbia sottratto ai giudici un certo numero di assassini (neri o rossi) e non altri, questi ultimi non risultano de facto e de jure discriminati, senza alcuna convincente ragione etica e politica?
Ed è qui che le argomentazioni di quanti assolvono la Brigata Garibaldi, che (perché) combatteva dalla parte giusta, rivelano tutta la loro intrinseca debolezza. All’interno di un’etica assoluta e ispirata a una implacabile razionalità, infatti, il crimine perpetrato dai ‘buoni’ andrebbe considerato ancora più imperdonabile di quello perpetrato dai ’cattivi’. Questi ultimi, infatti, sono coerenti servitori di Satana mentre gli altri si dicevano al servizio di Dio. Più la causa è nobile,meno è giustificabile il detto attribuito (a torto) a Machiavelli che «il fine giustifica i mezzi».
I mezzi abietti non nobilitano nessuna causa e anzi pongono i vincitori sullo stesso piano dei vinti. (‘La Giustizia fugge sempre dal campo dei vincitori’, ricordava Hannah Arendt). Se un comandante partigiano si è macchiato di gravi reati, non solo non va assolto in virtù del suo contributo (sempre ‘oggettivo’) alla fondazione della Repubblica, ma va punito ancor più severamente per aver insozzato una bandiera di libertà e di riscatto nazionale. E’ un po’ come lo stupro ai danni di un’adolescente, che è assai più grave se l’autore è uno che svolge un ruolo buono (quello del padre) che non se l’autore è un estraneo con gravi turbe psichiche.
Questa consequenziarietà, ripeto, si colloca all’interno del discorso ‘giustizialista’ (dove il termine è da intendere in senso lato) non all’interno della filosofia delle ‘distinzioni’ che contrassegna il liberalismo rispetto ad altre ideologie.. Per chi tiene distinti diritto e politica, religione e morale, i criminali, che non sono stati fatti fuori, nel corso dei combattimenti (degli agguati, delle imboscate etc.), a guerra finita, debbono venir allontanati dalla comunità con una decisione ‘politica’ (presa dal Parlamento o dal governo) non con una sentenza giudiziaria: sono nemici dello Stato, non delinquenti comuni colpevoli di infrazioni alle sue leggi. Se appartenenti all’esercito vittorioso, non intendessero trasmigrare in paesi lontani per farsi dimenticare, dovrebbero essere isolati dal consorzio civile, e quasi considerati degli ‘appestati’–sempreché, repetita juvant, oltre a combattere quanti indossavano altre divise, si siano resi colpevoli di atti terroristici; cioè di violenze indiscriminate contro le popolazioni civili—violenze che ,per quanto esecrabili, sono, per natura, ‘politiche’,intese cioè a paralizzare il nemico come fecero col Giappone le bombe di Hiroshima e Nagasaki e non possono certo venir assimilate allo scioglimento nell’acido del quindicenne Giuseppe Di Matteo ad opera del mafioso Giovanni Brusca.
Lo spettacolo di dirigenti fascisti o comunisti tradotti davanti al giudice e difesi, tutt’al più, da un avvocato d’ufficio, ha ben poco di edificante e, per la verità, suscita la stessa umana pietas del truce e corrotto Nicolae Ceausescu al cospetto dei giudici (militari) che avevano già in tasca il verdetto di condanna alla pena capitale, ben prima del processo-farsa. Per questo, dopo aver difeso la decisione del CLN di fucilare Mussolini, evitandogli il processo che avrebbero voluto fargli certi ambienti americani (una difesa ovviamente non estesa allo scempio del cadavere che ricordava truci pagine del Medio Evo come la riesumazione del cadavere di Papa Formoso), non esitai anni dopo a criticare i processi a Erich Honecker e agli altri dirigenti della DDR, all’indomani della caduta del Muro di Berlino. A tali critiche, a loro parere assai poco ‘liberali’, opposero il più netto dissenso amici e colleghi che,dopo aver esaltato nella rousseaiana Repubblica Democratica il contraltare sano della corrotta e consumistica Germania federale, erano diventati una sorta di tricoteuses, (le megere maglieriste che, in prima fila. assistevano alle esecuzioni del boia Sanson, sul palco della ghigliottina) eccitati nel veder saltare le teste di dirigenti politici che avevano servito una causa (sbagliata) ma non di rado senza trarne alcun tornaconto personale e con i ‘normali’ mezzi repressivi funzionali al mantenimento di un regime non fondato certo sulla ‘libertà dei moderni’.
La mia bandiera non è la stessa delle vestali della Costituzione e dell’antifascismo: non avrei fatto il processo né a Mussolini, né a Kappler, né ai comandanti partigiani che, come hanno ben documentato (a destra) Giorgio Pisanò e (a sinistra) Giampaolo Pansa, si sono battuti per la ‘causa’, facendo scorrere fiumi di sangue innocente. Avrei fatto giustiziare i primi due—come ordinò per Mussolini il grande,indimenticabile, Leo Valiani, uno dei pochi azionisti immune dalla retorica resistenziale, lui che la Resistenza l’aveva fatta sul serio—e avrei consigliato agli altri di togliersi di mezzo, facendosi ospitare, semmai, nella generosa Cecoslovacchia comunista protettrice delle BR.
Vorrei che mi fosse spiegato, però, da quanti hanno una concezione del mondo diversa dalla mia (ad es., le teste d’uovo di ‘Repubblica’, di ‘MicroMega’ del ‘Fatto quotidiano’ etc.), in base a quale superiore criterio di giustizia, il processo a vecchi boia nazisti, di cui ci si era quasi dimenticati, debba restare sempre ‘aperto’mentre sui delitti commessi dai ‘nostri’vada stesso un velo pietoso. Se si invocano le ‘terribili necessità della guerra’ e il weberiano ‘patto con le potenze infernali’ cui, per Max Weber, deve rassegnarsi il politico di professione, si entra in una dimensione realistica in cui non esito a riconoscermi. A patto, tuttavia, di ‘non passare da una cosa all’altra’ come invita a non fare il protagonista della commedia di Eduardo, Chi è più felice di me?Non si può adoperare, con Kappler, l’etica assolutistica dei principi (fiat justitia, pereat mundus) e, con Boldrini, lo ‘storicismo all’italiana’, versione secolarizzata della casuistica gesuitica–«sì è vero che, ma bisogna pur considerare che, in quel momento, etc. etc.». I principi, ammoniva ancora Max Weber, non sono carrozze pubbliche da cui si possa scendere o su cui si possa salire a seconda delle convenienze del momento.

Dino Cofrancesco

Sull'Autore

Dino Cofrencesco

Dino Cofrancesco è uno dei più importanti intellettuali italiani nel campo della storia delle dottrine politiche e della filosofia. E' autore di innumerevoli saggi e tra i fondatori dei Comitati per le Libertà. Allergico all'ideologia dell'impegno, agli "intellettuali militanti", ai profeti e ai salvatori del mondo, ai mistici dell'antifascismo e dell'anticomunismo, ha sempre visto nel "lavoro intellettuale" una professione come un'altra, da esercitarsi con umiltà e, nella misura del possibile, "senza prendere partito". Per questo continua, oggi più che mai, a ritenere Raymond Aron, Isaiah Berlin e Max Weber gli autori più formativi del '900; per questo, al tempo dell'Intervista sul fascismo di Renzo De Felice, si schierò, senza esitazione, dalla parte della storiografia revisionista, senza timore di venir accusato di filofascismo.

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