Il delitto don Pessina fa ancora paura

ghiggini
Una rievocazione di un fatto storico fa nascere ancora ostilità e reticenze

Settant’anni fa, la sera del 18 giugno 1946, un commando di partigiani comunisti uccise il parroco don Umberto Pessina sul sagrato della chiesa di San Martino Piccolo a Correggio, in provincia di Reggio Emilia. Ancora oggi nella facciata sono visibili i fori dei proiettili.
Tra i delitti consumati nel cosiddetto “triangolo della morte”, quello di don Pessina segnò uno spartiacque nelle vicende del post-Liberazione: perché con esso l’Italia prese consapevolezza della portata dello stragismo del dopoguerra, e perché segnò la storia del Partito comunista. I vertici del Pci reggiano sapevano chi aveva ammazzato il sacerdote, però mandarono consapevolmente in galera un innocente, il comandante partigiano Germano Nicolini “Diavolo”, eletto da poco sindaco di Correggio.
Nel dramma ebbero una parte decisiva il capitano dei carabinieri Pasquale Vesce, che strappò sotto tortura le dichiarazioni contro Nicolini, e il vescovo Beniamino Socche che pretese a tutti i costi quella condanna. Ma non vi è dubbio che fu il Pci a portare la principale responsabilità di dieci anni passati in galera dal Nicolini innocente, assolto e riabilitato solo nel 1994 dopo il clamoroso Chi Sa Parli lanciato all’interno del partito da Otello Montanari e Vincenzo Bertolini.
E dunque sabato mattina 18 giugno, nel giorno dell’anniversario, lo storico Paolo Pisanò (autore col fratello Giorgio del celebre “Triangolo della Morte”) a San Martino Piccolo a rende omaggio alla memoria di don Pessina, accompagnato da Luca Tadolini del Centro Studi Italia e da una delegazione di famigliari dei caduti della guerra civile italiana.
Il mondo cattolico ha indetto solenni celebrazioni religiose e, domenica, la presentazione di una indagine sui santi martiri del triangolo della morte, realizzata dal giornalista Andrea Zambrano: partecipa l’ arcivescovo di Ferrara Luigi Negri.

Nessun segnale né dalle amministrazioni locali né dal Pd, erede del lascito storico comunista, per i quali, quando si tratti di dopoguerra, l’orologio sembra essersi fermato, e anzi girare a ritroso. Del resto don Umberto Pessina non ha ancora diritto nel reggiano al ricordo di una lapide laica.
In questo contesto assume perciò non poco rilievo una riflessione compiuta da Claudio Petruccioli alla presentazione del libro “Il Diavolo, il Vescovo, il Carabiniere” nel quale l’ex deputato Antonio Bernardi ricostruisce il delitto don Pessina nei suoi intrecci con altri omicidi politici, col calvario di Germano Nicolini, i processi e le vicende politiche dell’epoca sino alla sentenza di revisione di Perugia.
Bernardi assume un punto di vista chiaramente interno al Pci, tuttavia si interroga sulla genesi “dell’errore politico” che nel 1946 spinse a coprire i veri assassini, con conseguenze che furono devastanti non solo per la vittima designata, Nicolini, ma per il partito e la sua inaffidabilità democratica a livello nazionale in piena guerra fredda
Nel dibattito il tema è stato ripreso da Pierluigi Castagnetti, che ha posto a Petruccioli la domanda cruciale: “Perché il partito non disinnescò quella bomba? Due segretari provinciali conoscevano la verità, e certamente qualcuno la sapeva anche a livello nazionale, e non si può dire neppure che vi fosse un complotto della magistratura contro il Pci, visto che i ministri della Giustizia furono prima Togliatti, e poi Gullo. Perché allora quella scelta rovinosa?”.
E l’ex presidente della Rai, storico esponente dell’ala riformista, ha raccolto l’invito con una risposta chiara: “Dobbiamo sottoporci alla fatica della verità, tornare al perché siano stati nel Pci e come ci siamo stati. E allora scopriremo che in questa storia c’è una sfasatura, un cono d’ombra che non riguarda solo don Pessina e Nicolini, ma tutte le donne e gli uomini che sono stati nel Pci.
La verità è che in quella zona non illuminata, della rimozione e del non-detto, abbiamo convissuto con l’impronta rivoluzionaria del Pci senza affrontare apertamente il problema nel timore di compromettere le stesse fondamenta del partito. Insomma, si pensava che affrontare il nodo avrebbe comportato un costo politico ancora più alto”. Petruccioli ha citato Giorgio Amendola: “Malgrado gli sforzi di Togliatti, almeno in una parte del partito vi era l’attesa dell’ora X”. I comportamenti furono conseguenti: il delitto don Pessina non fu un colpo di testa, non arrivò a caso come del resto tutti gli altri innumerevoli delitti consumati dall’aprile 1945 in poi.
Un tempo si parlava di doppiezza, Petruccioli per farsi capire da tutti ha pronunciato la parola “ipocrisia”. Molti non hanno gradito, e infatti un esponente storico del partito come Renzo Testi ha abbandonato la sala visibilmente seccato. Ma questa è la fatica della verità, e non possiamo farci niente. Anzi, sarebbe bene, dopo ben settant’anni, raccogliere la sollecitazione di Petruccioli, accelerare il passo e riconoscere una volta per tutte che quel Pci voleva fare come in Russia, e quella violenza rivoluzionaria post Liberazione voleva essere la strada, una tragica illusione, verso l’ora X.

Pierluigi Ghiggini

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