Il caso Embraco: quali insegnamenti?


Spesso le temute delocalizzazioni non sono solo colpa del dumping di altri paesi, ma anche delle nostre inefficienze

Il caso dell’Embraco (la ditta brasiliana che ha chiuso lo stabilimento di Chieri per trasferire la produzione in Slovacchia) è emblematico di una situazione tipica della globalizzazione: una ditta trasferisce la propria produzione dove i costi sono minori.
Pur ammettendo che il comportamento della ditta (pur con tutti i distinguo necessari in questo caso di comportamento ambiguo e reticente) sia sostanzialmente logico (perché devo produrre a costi superiori quando posso farlo a costi inferiori e qualità simile?) sorgono alcune domande.
Perché la Embraco delocalizza?
Facile la risposta: perché sono inferiori i costi; ma quali costi?
Sono inferiori i costi delle materie prime, (l’energia elettrica ha in Italia il costo più alto in Europa), i costi dei servizi (strade sempre intasate e ferrovie inesistenti), i costi dell’organizzazione (burocrazia elefantiaca e frustrante), i costi della manodopera (anche se quanto arriva in busta agli operai italiani non è alla fine molto diverso da quello degli operai slovacchi; sono i costi statali che incidono sul salario ad essere ben maggiori).
Cosa si dovrebbe fare allora?
Certamente non invocare quell’assistenzialismo a fondo perduto che stanno chiedendo i sindacati: cassa integrazione a totale carico dello stato (cioè degli altri lavoratori) in attesa di una reindustrializzazione che si prospetta per lo meno aleatoria (con relativo corollario di investimenti a fondo perduto)
Anche la possibilità di invocare il controllo della UE sui finanziamenti illeciti della Slovacchia difficilmente potrà far ritornare sui suoi passi l’azienda (del resto è abbastanza difficile invocare l’esistenza di aiuti di stati per uno stato come l’Italia che è sotto accusa da parte della UE per i finanziamenti concessi ad Alitalia e Taranto…)
La vera via maestra sarebbe quella di vere riforme del sistema:

  • perché l’Italia (che ha una seppur piccola produzione idroelettrica, una dei più sviluppati sistemi di energie alternative, il maggior numero di moderne centrali a gas) deve aver il costo dell’energia più alto d’Europa?
  • Perché dopo tanto parlare e promettere la burocrazia è sempre più costosa, soffocante e imprevedibile (in Svizzera esiste un unico sportello a cui l’imprenditore si rivolge per tutte le sue necessità; in diversi paesi, tra cui la Slovacchia, per aprire un’attività è sufficiente un’autocertificazione, i controlli verranno fatti dopo…)
  • Perché il carico fiscale sugli stipendi è tale che il costo-ora per l’azienda è simile in Italia e in Germania, mentre in tasca all’operaio italiano arriva poco più della metà dell’operaio tedesco?

Alcune sono riforme costose e non immediata applicazione (la riforma del sistema pensionistico), ma altre sarebbero a costo zero e facilmente attuabili (la semplificazione di leggi e burocrazia).
Ma sono temi questi che non sono neppure stati affrontati in una campagna elettorale ricca solo di promesse di bonus e sconti oppure di riforme populiste e irrealizzabili: se queste sono le premesse di un futuro governo, attendiamoci una sempre maggiore fuga di imprese all’estero: non solo perché all’estero costa meno, ma anche perché l’Italia fa di tutto per rendere difficile e costosa la loro permanenza.

di Angelo Gazzaniga

Sull'Autore

Angelo Gazzaniga

Presidente del Comitato Esecutivo di Libertates. Imprenditore nel campo della stampa e dell’editoria. Da sempre liberale, in lotta per la libertà e contro ogni totalitarismo e integralismo.

Post correlati