Il bail in: una legge liberale

angelo
La legge sul bail in: forse sbagliata nei tempi e nei modi, ma sostanzialmente liberale

Scagliarsi contro la legge che istituisce la nuova regolamentazione europea in caso di fallimento di una banca, il cosiddetto “bail in”, sembra diventato uno sport nazionale.
Eppure se c’è una legge di impostazione liberale è proprio questa, perché risponde a un principio fondamentale del liberalismo: in caso di fallimento risponde il capitale di rischio.
Infatti il capitale di rischio è quello che viene investito in un’azienda in cambio di una rimunerazione; rimunerazione che sarà tanto più alta quanto maggiore il rischio.
È quindi più che corretto che a pagare le perdite siano in primis gli azionisti (che sono ben coscienti di rischiare i propri soldi in cambio di un dividendo e di un aumento del valore delle proprie azioni), in seconda battuta i detentori di obbligazioni subordinate (obbligazioni cioè che hanno un rendimento maggiore in cambio di una percentuale di rischio nell’attività dell’azienda); per ultimo i grandi depositi (che si ritiene non possano non conoscere la situazione della banca presso cui hanno investito).
Se invece si applica, come si chiede a gran voce, il principio degli aiuti di Stato per evitare il fallimento, vigerebbe la regola tanto amata da molti cosiddetti imprenditori italiani: gli utili (dividendi e interessi delle obbligazioni) a noi, le perdite allo Stato (cioè ai cittadini tutti).

Se la legge è valida, piuttosto sarebbe da rivedere la tempistica: è perlomeno sospetto che sia stata introdotta solo dopo che la seconda banca tedesca (la Commerzbank) è stata salvato da un intervento statale, intervento che ora sarebbe vietato: si sarebbe dovuto applicare il principio “o tutti o nessuno”.
Non è accettabile invece l’osservazione che in questo modo verrebbero penalizzati i piccoli risparmiatori a cui sono state vendute obbligazioni subordinate e che in caso di bail in perderebbero parte o tutti i loro investimenti: in questo caso (che è quello, ovviamente, delle popolari italiane) questo tipo di obbligazioni a rischio sono state vendute come investimenti sicuri e affidabili; si è trattato di una vera e propria truffa perpetrata dalle banche e dai loro funzionari ai danni dei piccoli risparmiatori. In questo caso dovrebbero risponderne direttamente in sede sia civile che penale banca, dirigenti e funzionari.
È questa a ben vedere una normativa giusta nei contenuti, ma sbagliata nei tempi, ma ben venga qualcosa che impedisca allo Stato di salvare banche (ma soprattutto amici e compagni di merenda) a spese non di chi in queste aziende ha investito e guadagnato gli interessi, ovviamente correndo il rischio implicito in ogni investimento, ma degli ignari e incolpevoli cittadini

Angelo Gazzaniga

Sull'Autore

Angelo Gazzaniga

Presidente del Comitato Esecutivo di Libertates. Imprenditore nel campo della stampa e dell’editoria. Da sempre liberale, in lotta per la libertà e contro ogni totalitarismo e integralismo.

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