I tre fallimenti di Taranto: governo, burocrazia e magistratura

angelo nuovo
Le leggi del mercato di possono anche ignorare… ma poi

La vicenda dell’Ilva di Taranto sta prendendo una brutta piega: in crisi di liquidità da tempo, vivacchia in attesa di un compratore che non arriva, con i terzisti ormai ridotti al fallimento, produzione al lumicino ecc ecc.
Una tragedia in più atti che si poteva forse evitare:

  • per decenni (prima come Italsider, poi con i Riva) l’impianto ha continuato a produrre con un livello di inquinamento superiore a quello previsto dalle normative, con controlli fasulli e inesistenti: ma dov’erano le autorità, locali e nazionali, preposte ai controlli? A che serve tutta una complessa rete burocratica di controlli, verifiche? Forse solo a giustificare una burocrazia pletorica e inutile, fonte di corruzione e accordi opachi?
  • Improvvisamente è intervenuta la magistratura con tutto il suo retaggio di preclusioni e atteggiamenti ideologici anti capitalisti: sequestro degli impianti, blocco implicito della produzione, imposizione di standard antinquinamento superiori a quelli adottati dalla UE: chi mai accetta di gestire una ditta con un tale fardello di costi (spesso non facilmente calcolabili) e soprattutto con la certezza di costi di produzione comunque superiori alla concorrenza?
  • Si è allora iniziato un autentico balletto di commissari, sub commissari, vicecommissari, nominati via via dalla magistratura, dai Riva, dallo Stato: ognuno con il suo codazzo di esperti, consiglieri ecc. ecc. e comunque con una caratteristica in comune: quella di non essere imprenditori siderurgici
  • Le trattative di vendita dello stabilimento sono sostanzialmente fallite: tutti i potenziali compratori hanno chiesto di essere esonerati dagli oneri e dalle spese pregresse e di poter gestire un’Ilva senza debiti e costi relativi alla messa a norma: ma chi si deve allora far carico di questi costi (svariati miliardi)?
  • Alla fine ecco la soluzione all’italiana: nazionalizziamo di fatto l’Ilva, allontaniamo i Riva, lo Stato ci mette un paio di miliardi, le banche vengono persuase a prestare ancora un po’ di liquidi e poi, una volta risanata la società, la vendiamo a qualcuno

Sono bastati pochi mesi e già, dopo le solite serie di incontri sterili e di routine dei responsabili locali, interventi della magistratura ecc ecc siamo alla dichiarazione di insolvenza dell’Ilva e ai primi fallimenti delle ditte dell’indotto: pessimo segno.

Quella che manca (ed è ancor più mancata negli anni scorsi) è una vera politica industriale: se una ditta è considerata fondamentale (come l’Ilva) per l’industria italiana non può essere abbandonata alla gestione rapace dei Riva o alla magistratura ideologizzata ma occorrono idee, progetti credibili e linee guida chiare e condivise.
Allora sacrifici da parte di tutti sono accettabili, altrimenti avremo i soliti interventi utili alle finalità elettorali di qualche politico o a tamponare una situazione sociale esplosiva, ma alla fine i nodi verranno al pettine: anche in questo caso il mercato ha delle regole che non si possono violare impunemente: Alitalia docet.

Angelo Gazzaniga

Sull'Autore

Angelo Gazzaniga

Presidente del Comitato Esecutivo di Libertates.
Imprenditore nel campo della stampa e dell’editoria.
Da sempre liberale, in lotta per la libertà e contro ogni totalitarismo e integralismo.

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